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13/9/11
INCONTRI RAVVICINATI: VINCENZO D'AMICO

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Vincenzo, Vincenzino D'Amico è stato uno dei più talentuosi fantasisti che il calcio abbia espresso negli anni 70-80. Nato a Latina il 5 novembre 1954, D'Amico già a 17 anni debuttava in serie B (maggio 1972) con la maglia di quella squadra, la Lazio, in cui ha scritto le pagine più belle della sua carriera di calciatore: Lazio-Modena:2-1. Otto stagioni consecutive con i laziali e lo storico primo scudetto dei biancazzurri di mister Tommaso Maestrelli e di bomber Giorgione Chinaglia: correva l'anno 1973-74, e Vincenzo è già un consumato “alfiere”. In tutto, con le “aquile” capitoline, D'Amico, in due riprese, colleziona 266 presenze, sigillando in rete 39 palloni.

Non ha mai vestito la casacca della Nazionale Maggiore (sì invece quella della Nazionale “B”) per le incompatibilità tecniche con l'allora cittì azzurro Enzo Bearzot. A cavallo tra le due lunghe stagioni con la Lazio (8 anni, 1972-1980, la prima volta, 5, 1981-1986, la seconda), c'è l'anno con il Toro (1980-81), e il fine carriera in C2 (1986-1988) con la Ternana, in C2, dove con gli umbri rosso-verdi realizza ben 20 reti sempre da centrocampista. Dal 1999 è un apprezzato opinionista e commentatore sportivo della televisione di Stato in tutte le sue principali e più seguite rubriche. Nel 2007 è stato anche presidente della Virtus Latina, mentre nel 2009 riceve l'incarico di Direttore Generale dell'Adrano, squadra siciliana militante in serie D.

Qual è stato il momento più bello della tua carriera di calciatore?

“Sicuramente il pomeriggio prima dell'esordio in serie B con la maglia della Lazio e contro il Modena. E' stata una convocazione arrivata all'improvviso, non me l'aspettavo. E, quella è stata la giornata più emozionante della mia carriera di giocatore perché mi aveva fatto pensare che avrei potuto diventare calciatore bravo, importante. Poi, nel corso della mia carriera ci sono stati tanti bei momenti e tanti brutti. Probabilmente, quello del debutto contro il Modena è quello che ricordo di aver vissuto con maggior intensità ed emozione”.

Il momento più brutto?

“Subito dopo l'esordio, quando mi sono fatto male al ginocchio – si parlava di carriera finita -; quindi, in un brevissimo arco di tempo passai dalla gioia per l'esordio alla disperazione di poter veder finito il grande sogno di calciatore”.

Scegliti la copertina più bella di calciatore; quella che ti ritrae gioioso il giorno della conquista del primo scudetto con e della Lazio?

“Lo scudetto a Roma con la Lazio è stata una novità, perché il nostro era il primo della storia biancazzurra. Inaspettato, impensabile, anche perché eravamo appena saliti dalla B, al secondo anno di A, e dopo l'anno del terzo posto. Poi, la mia prima convocazione in Nazionale, anche quella inaspettata e mi diede una soddisfazione incredibile”.

Come mai ha collezionato poche presenze con la Nazionale Maggiore?

“Bearzot mi convocò nella partita contro il Lussemburgo: ci contendevamo la maglia io e il romanista Bruno Conti, nel periodo in cui Franco Causio stava accusando un momento di flessione. Bearzot era alla ricerca del sostituto. Per incomprensioni, e non voglio andare oltre, tra me e Bearzot ci fu una discussione, e lui, che favorì il mio arrivo in Nazionale dopo che ero stato con lui nell'Under 23, a un certo punto mi disse, dopo la partita giocata a Magdeburgo contro la Germania dell'Est, “quando allenerò la Nazionale Maggiore ti porterò con me”. Credevo che fosse nato un rapporto idilliaco; invece, nacque un'incomprensione sul ruolo che io occupavo nel ruolo della Lazio nell'anno (il 1974) dello scudetto, e lui asseriva che io giocavo a destra, io, invece, sostenevo che giocavo invece a sinistra. Alla fine, insomma, si è interrotto il nostro rapporto e lui se la prese molto con me e mi fece fuori”.

Il tuo gol più bello e quello più importante?

“Io ho avuto la fortuna non tantissimi gol, una quarantina circa, ma non ho mai fatto gol sciocchi o sporchi: ho sempre fatto gol belli e importanti. Però, a me interessava far fare i gol agli altri, la mia soddisfazione maggiore era quando riuscivo a far segnare i miei compagni. Però, ti posso dire che il mio primo gol in serie A è indimenticabile perché è arrivato dopo 14 partite dall'esordio. Io che ero un attaccante, che non cercava il gol perché non ero un aspirante cannoniere, tuttavia, in 14 partite c'ero andato tante volte vicino, ma, quel giorno, all'”Olimpico”, contro il Bologna, alla 15ma sono riuscito a segnare il mio primo gol e io riguardo ancora quelle immagini in cui mi tengo la testa fra le mani, perché incredulo, perché era inseguito da 14 partite”.

Esistono ancora calciatori alla D'Amico; chi potrebbe assomigliarti, oggi, nelle dovute proporzioni?

“Mah, per fortuna adesso i trequartisti sono tornati di moda o le mezze punte: negli anni tra il 1986 e il 1994, non era ben visti perché erano confinati al ruolo di seconda punta e non si giocava più con quel ruolo, quindi, mi fa piacere, intanto, che si sia riscoperto quel ruolo. Bé, io credo che dopo di me, come tempo, ci sia stato Roberto Baggio, un grandissimo Zola”.

Pirlo?

“Pirlo non è una mezza punta: ovvero nasce mezza punta, ma ora è un centrale davanti alla difesa straordinario. Però, come inventiva, come fantasia, da un paio di anni a questa parte anche come interdittore, è il centrocampista italiano più completo, più straordinario”.

Possiamo fare questo parallelo: D'Amico sta alla Lazio del suo periodo come Giannini sta alla Roma di dieci anni dopo quella Lazio del primo scudetto?

“Sì, sì, anche. Io, però, avevo i piedi migliori di Giannini” e, alé, una bella risata che la dice tutta da parte del nostro interlocutore, il quale sa di aver esagerato. “Gianni era più geometrico rispetto a me, io un po' più fantasista, però, è giusto quello che hai detto”.

Qual è il tuo più grande rimpianto, rammarico calcistico?

“Sono stato in una società, la Lazio, per tantissimi anni e sono stato coccolato dalla dirigenza e dai tifosi; però, il mio rammarico più grande è stato quello di essermi sempre accontentato e dopo una partita bella, dicevo “oh, sono stato bravo!” invece di pensare a quella successiva, e non stato quindi capace di gestire meglio, di ottimizzare ulteriormente le mie potenzialità”.

Qual è stato il giocatore più forte con cui hai giocato e l'avversario più irriducibile?

“Probabilmente, il più forte è stato Bruno Giordano. Nel periodo c'erano altri grandi giocatori, ma come sapeva giocare in attacco Giordano non aveva uguali. E' stato l'unico mio compagno di squadra più forte”.

Non è stato Giorgione Chinaglia?

“No, no, assolutamente, Giordano era di un'altra categoria”.

E l'avversario più forte incontrato?

“Ma, io battaglie vere non ne ho mai sostenute. Sì, contro Carmine Gentile, che, fra l'altro era ed è mio amico, nella Juve mi marcava lui e mi dava pure un sacco di botte. Moreno Roggi, che era alla Fiorentina ed era mio amico, ed anche con lui erano botte da orbi. Ho avuto due volte marcature da personaggi che sono passati alla storia per giocatori molto decisi, e che sono Furino e Benetti; con i quali invece è corso un grandissimo rispetto reciproco. Diciamo che mi hanno picchiato di più sono stati gli amici Gentile e Roggi”.

I tuoi derby con il “Principino” Giannini come sono finiti?

“Mah, con Giannini non ho mai giocato contro perché lui era più giovane di me di una decina d'anni”.

Nei “derby della Capitale”, ti ricordi un gol tuo importante ai fini del risultato?

“Una volta, nel marzo dell'84, abbiamo fatto 2-2 contro la Roma campione d'Italia, che a maggio avrebbe incontrato nella finalissima, disputatasi all'”Olimpico”, di Coppa dei Campioni il Liverpool. In quel derby, contro la Roma più forte di tutti i tempi, come ti ho già detto facemmo 2-2 e con doppietta mia: noi eravamo la “Lazietta” contro la Roma di Falcao, di Graziani, di Pruzzo, di Cerezo, Santarini, Turone, Bruno Conti, Di Bartolomei, davvero una Roma stellare. Poi, feci il gol nell'anno dello scudetto della Lazio, il primo quando la Roma vinceva 1-0 con gol di Spadoni, firmai io il momentaneo pareggio, mentre Chinaglia segnò il gol di una vittoria determinante per la corsa al titolo”.

Un rigore clamorosamente sbagliato?

“Oh, se me lo ricordo! Uno in Coppa Italia contro il Verona, che la palla non sarebbe nemmeno arrivata in porta tanto l'ho calciato piano; e poi ne ho sbagliato uno a Cesena, con Boranga portiere, e ne ho sbagliato uno quando in quell'occasione fallimmo tre volte il penalty, due volte Giordano e una volta il sottoscritto. Accadde contro il Napoli e quella volta in porta c'era Castellini”.

Esiste la felicità per Vincenzo D'amico; e in che cosa consiste?

“La felicità nel calcio, intendi?”

No, nella vita di tutti i giorni.

“Non ci credo. No. Perché c'è sempre qualcosa che intorpidisce la felicità”.

Da calciatore, invece, l'hai conosciuta, provata?

“Saltuariamente. Nella carriera di calciatore io non sono sempre stato felice perché ho avuto anche tanti infortuni, tante illusioni, tante delusioni. No, non esiste, però, sei sempre alla ricerca di quella. E in quelle poche volte che ci sono o tante volte che ci sono, le apprezzo”.

La solitudine, quella brutta, esiste nella vita di D'Amico?

“Sicuramente, sì”.

La depressione, il mal di vivere li hai provati?

“La depressione, no, però, momenti in cui mi sentivo solo e avevo voglia di stare da solo, sì”.

Il dolore degli altri cosa trasmette a Vincenzo D'Amico?

“Tanta rabbia. Intanto, per i bambini malati – io sono cristiano, non praticante, nel senso è finito il tempo in cui da bambino andavo a messa, andavo all'oratorio, tutte le domeniche a messa, a maggio partecipavo al mese mariano; però, credo molto -; sono un devoto di papa Woytjla. Io ho una foto con lui nel mio telefonino”.

L'hai conosciuto il beato Giovanni Paolo II?

“L'ho incontrato privatamente, ho avuto questa fortuna. Nel 1979 ebbi occasione di incontrarlo in un'udienza privata: eravamo in due-tre giocatori della Lazio, e ce l'ha fatto incontrare il pontefice un nostro amico sacerdote. E' stato un momento indimenticabile”.

Ricordi cosa ti disse il papa?

“Dopo essere stati presentati come giocatori della Lazio dal nostro sacerdote, doveva nascere il mio primo figlio, e, sempre tramite questo sacerdote, mi arrivò il corredino del battesimo di mio figlio inviato proprio dal papa. Ce l'ho nel cuore, proprio, io papa Woytjla”.

Cos'è che ti commuove ancora nella vita di tutti giorni?

“Tante cose: io piango per niente. Piango se vedo un film, piango a vedere scene tristi. Mi lascio commuovere da tante cose, da troppe cose”.

Cos'è che ti fa rabbia, ti dà fastidio?

“Quando c'è un bambino malato, che era il caso che non fosse così. Questa, per me, è un'ingiustizia grande”.

Hai detto che credi, ed, allora, significa che tu credi anche nell'Aldilà. Come te l'immagini, come vorresti che fosse la vita dopo l'esistenza terrena?

“Dove trovi tutto quello che non hai avuto qui: la felicità, la serenità. Dove non ti manca niente di quello che forse qualche volta ti è mancato nella vita terrena”.

Chi vorresti rivedere per primi, oltre i tuoi genitori, se li hai persi?

“Sì, non li ho più tutti e due. Per primo, tra i calciatori, vorrei vedere il mio compagno Re Cecconi”.

Che infanzia è stata la tua, visto che abbiamo parlato dei tuoi genitori, quelli che vorresti un giorno riabbracciare?

“Molto difficile, ma, non nel rapporto con loro”.

Era una famiglia povera la tua?

“Con un po' di difficoltà, diciamo così. A periodi”.

Papà, cosa faceva?

“Papà? Il geometra, la mamma, invece, era casalinga. Eravamo io, mia sorella Anna Maria e Rosario, di undici anni meno di me. Mio padre era un po' particolare: se un lavoro non gli piaceva, non lo faceva”.

Era un uomo libero, insomma.

“Qualche volta anche troppo”.

Si è liberi nella vita?

“No, mai!”

E quand'è che saremo liberi?

“Quando andremo a trovare quello che non abbiamo avuto qua”.

Re Cecconi sì, invece, il mister del tuo scudetto, Tommaso Maistrelli no, il povero Mario Frustalupi?

“Sì. Frustalupi sicuramente sì. E' che me ne hai chiesto uno, non più di uno. E allora scelgo Re Cecconi”.

Perché?

“Era un ragazzo d'oro: pensa che a mio figlio, in sua memoria, ho dato il nome Luciano. Ti lascio immaginare l'affetto e la grande stima che nutrivo in lui come calciatore e come uomo. Perché Re Cecconi? Era buono, tranquillo, divertente, veramente è difficile pensare a una cosa negativa quando il pensiero si rivolge a lui. Non ce l'aveva”.

L'ultima volta che Vincenzo D'Amico ha pianto di grande dolore, quand'è stato?

“In questo periodo, il figlio di un mio amico sta lottando tra la vita e la morte: è in coma, a causa di un incidente avuto con la mamma e con la sorellina. In questi giorni, quando tu cercavi di metterti in contatto con me per l'intervista, io ero là, al “Policlinico Gemelli”, vicino a lui in sala “Rianimazione della Pediatria”. Sono continuamente dei momenti di commozione perché pensi a quello che sarà di questo bambino ed è un dolore terribile. E immagino il papà, che si reca da un capezzale all'altro per seguire la moglie e il figlioletto. Che vita sta facendo, E questa è un'ingiustizia. E, allora, mi viene da pensare pure: ma s'è distratto il buon Dio? Aveva in testa qualche altra cosa in quel momento, in cui è accaduto l'incidente a questa famiglia?”

<>Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 14 settembre 2011>

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