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Archivio: INTERVISTE VIP

20/11/11
INCONTRI VIP'S: ANTONIO ANGELILLO

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><>L'ANTONIO “DALLA FACCIA SPORCA”>>
Continua a resistere in Italia il record di gol (33) realizzati in un torneo a 18 squadre dall'interista Antonio Angelillo, nato a Buenos Aires il 5 settembre 1937, uno dei tre “los angelos con caras sucia”, dei tre “angeli dalla faccia sporca” (gli altri due erano Humberto Maschio ed Omar Sivori) della Nazionale dell'Argentina degli anni Sessanta. Figlio di un “carnicero” (macellaio) Antonio e di Soledad, dopo i primi calci dati nel vicino campo di Huracàn e perito industriale, Angelillo deve al nostro Paese la notorietà: è stato l'Inter del petroliere, il cavalier Angelo Moratti, a lanciarlo in orbita affidandogli la maglia nerazzurra con la quale nella stagione 1958-59 ha stabilito il record di ben 33 reti.
Di lui intravidero il miglior erede di un altro grande asso argentino, più vecchio di lui, “Saeta rubia” Alfredo Di Stefano.

Pochissimi (solamente un paio), da oriundo, i gettoni di presenza con la maglia azzurra: il suo unico gol – realizzato il 4 novembre 1961 a Torino contro l'Israele, sconfitto per 6 a 0 – coincise con l'ultima gara di Giampiero Boniperti e la prima di Giovanni Trapattoni e di Sandro Salvadore. Con la maglia della “Celeste” ha giocato 11 volte, ponendo il personale sigillo a 11 palloni finiti in rete. Dopo aver collezionato 113 presenze e firmato 68 reti con l'Inter (dal 1957 al 1961), passa alla Roma, dopo che Helenio Herrera lo accusa di “dolce vita”, per via della frequentazione di una nota ballerina conosciuta in un night.

Insuperabili i contrasti con l'allora capitano interista Armando Picchi e con quel Mariolino Corso, “il sinistro di Dio”, che proprio Angelillo consigliò dalla tribuna di “San Siro” al cavalier Moratti di prendere dopo averlo ammirato durante una partitella di allenamento. Tre stagioni in giallo e rosso (1962 al 1965), la conquista di una Coppa delle Fiere e una Coppa Italia (1963-64), poi, la prima volta al Milan (1965-66, 11 presenze e un solo gol), la stagione al Lecco (1966-67), il Napoli con Omar Sivori, quindi, nuovamente il Milan (1968-69) e lo scudetto, “sudato” con 3 sole presenze e un solo gol. Da ultimo, la parentesi al Genoa, 1969-70 (5 reti in 22 gare), con i “grifoni” liguri in serie B.

Poi, la carriera di allenatore (Angelana, Montevarchi, Chieti, Campobasso, Rimini, Brescia, Reggina, Pescara, Arezzo (C1, conquista della Coppa Italia, e ritorno in B, sfiorando l'anno dopo il gran salto in A con gli “amaranto”). Angelillo ha allenato anche all'estero, il Far Rabat, in Marocco, ma, anche l'Avellino, il Mantova, il Palermo e la Sassari Torres (C2, stagione 1990-91). Continua ad essere uno dei tanti osservatori dell'Inter, prima per il Sudamerica, ora per l'Italia: è sua la scoperta di Xavier Zanetti e di Ivan Ramiro Cordoba. Stravede per la moglie Bianca, con cui è assieme da più di cinquant'anni, una veneta (della provincia di Padova), che gli ha dato due splendidi figli.

Signor “uomo-record”, qual è stato l'anno più bello nella sua esaltante e lunga carriera di bomber?

“Il secondo anno all'Inter, quando ho fatto 33 reti, perché è stata praticamente la mia consacrazione in Italia, mentre prima, in Argentina, avevo sofferto parecchio. Eppoi, penso sia stato il periodo vissuto alla Roma, dal 1961 al 1965”.

Il gol più bello, quello per cui lei, bomber Antonio Angelillo, ama essere ricordato?

“Forse, quello contro la Sampdoria: una palla in profondità, l'ho stoppata di petto, ho fatto il sombrero a Bernasconi – che era un grandissimo stopper – e al volo è andata sull'angolo, alla destra del portiere. Penso che sia stato uno dei ricordi più belli”.

E' successo con la maglia dell'Inter?
“Sì, sì”.

Invece, il gol più decisivo, quello più importante della sua carriera?

“Ma, questo non lo saprei. Diciamo pesante, per soddisfazione più che altro, è stato quello segnato alla Lazio, all'ultima di campionato, e non riuscivo a battere il record. Forse, è stato quello il più pesante. Sì, sempre con l'Inter, nel '58-'59”.

Lei, mister, ha poi giocato nella Roma ed anche nel Milan...

“A Lecco, nella Roma 4 anni e poi ho finito a Genoa, l'ultimo anno”.

Qual è stato l'avversario più forte contro cui ha giocato e il compagno di squadra, invece, con il quale ha avuto la fortuna di militare?

“Eh, qui è un problema! Diciamo contro, quando ero ragazzo ho giocato contro Pelè, e penso che sia stato veramente il più bravo. Poi, in Nazionale, i più bravi con cui ho giocato sono stati due: Maschio e Sivori, da cui è nato il trio degli “angeli dalla faccia sporca””.

Perché sono stati chiamati in questo modo, mister?

“Perché, dopo una partita, eravamo seduti sul tavolo, c'era il massaggiatore - che era molto amico con noi – e ha detto “Guarda questi carasucias” - carasucias tradotto vuol dire “faccia sporca” -. E da lì è nato questo detto e ce lo siamo portati sempre dietro”.

Chi le manca di più Omar Sivori, “el cabeson”, o Humberto Maschio?

“Con Humberto Maschio ci siamo conosciuti prima perché giocavamo nell'Arsenal, lui aveva qualche anno più di me, mentre lui giocava nella Prima squadra dell'Arsenal io giocavo nei ragazzi. Ci frequentavamo, andavamo insieme spesso all'allenamento, poi, siamo stati insieme nel Racing, un anno, mentre Sivori veniva dal River, ci siamo conosciuti in Nazionale. Eravamo amici di vista con Omar, ma, non come dopo lo siamo divenuti dopo esserci conosciuti più profondamente“.

Qual è stato il difensore che l'ha fatta in campo soffrire di più, che l'ha bastonato?

“Nessuno mi ha mai bastonato; diciamo che quello che mi dava più fastidio era Trapattoni, perché lo dribblavi e lui stava sempre dietro un'altra volta, lo dribblava e lui stava dietro ancora un'altra volta. Era rapidissimo!”

Lei ha vinto l'unico scudetto con il Milan, ma, non ama mai parlare dei rosso-neri: ce l'ha confidato anche sua moglie al telefono. Come mai?

“Non sono stato molto bene, perché sono andato dalla Roma direttamente al Milan dopo un'operazione al menisco, e mi hanno trascurato un po' perché non mi hanno fatto la rieducazione dell'arto e ho fatto molta fatica e non mi sono molto inserito. Dopo sono rimasto sempre di proprietà di loro (del Milan), hanno aspettato a cedermi fino a novembre, e, sì, sono stato inserito nella “rosa”, ma, a novembre e con il minimo del contratto. Avevo i premi se giocavo, se non giocavo, non ricevevo niente e questo è stato un qualcosa che mi ha fatto soffrire perché, sì, ero lì, nel Milan, ma non ero mai considerato”.

Il rapporto tra lei ed Helenio Herrera, il “mago” nerazzurro, un po' velenoso, o no?
“Qui non intendo rispondere”.

Ma, è vero quella storia del legame tra lei e una ballerina di night alla causa del “divorzio” di Angelillo dall'Inter?

“No, no, no, sono tutte cose sorpassate di cui anche lì non voglio parlare. Mia moglie l'ho conosciuta dopo. Diciamo che era molto giovane mia moglie quando io giocavo a Milano perché è come se ci fossimo rincorsi per anni io e lei. Ci siamo conosciuti quando ho finito di giocare e ho cominciato a fare l'allenatore a Santa Maria degli Angeli e sono 40 anni che siamo sposati, con due figli grandi. Per me, lei è stata la mia fortuna: l'avessi trovata prima, sarebbe stato ancora meglio”.

E' diventato nonno?

“No, no, no, i miei vivono con me: il più grande ha 36 anni, la femmina ne ha 34; però, da quel lato lì (quello del matrimonio) non ci sentono. I nomi? Mia moglie si chiama Bianca, mio figlio Alessandro Angelillo e mia figlia Soledad”.

Qual è il più grande rammarico che conserva da calciatore (lei ha anche lungamente allenato)?

“Mi è dispiaciuto perché avevo 32 anni, ero rimasto con il cartellino in mano, perciò era di mia proprietà e potevo darlo a chiunque, e non mi hanno preso perché qualcuno diceva che avevo il nome troppo grosso, è prepotente – sai le chiacchiere che mettono in giro -. Allora, a quel punto lì, vedendo che avevo un po' di difficoltà ad accasarmi in un altro club, mi è capitata l'Angelana per fare l'allenatore e il giocatore – e allora si poteva fare – e sono andato direttamente a fare questo nuovo mestiere che primo o poi sapevo di dover incominciare”.

La sua infanzia come è stata: serena, difficile? La sua famiglia era numerosa, i suoi genitori che mansione svolgevano in Argentina?

“No, no, avevo mio padre che era macellaio, e mia madre che era casalinga. Hanno fatto di tutto per farmi studiare, anche perché sognavano che io diventassi ingegnere, però, quando sono arrivato a conseguire il diploma di Perito Meccanico, sono venuto subito in Italia. E' stata un'infanzia in cui non mi hanno fatto mancare niente perché loro facevano di tutto per farmi studiare e farmi stare bene. Perciò, a loro posso dire solo grazie per quello che mi hanno dato”.

L'Italia – soprattutto, l'Inter – deve dire grazie ad Antonio Angelillo, o Angelillo deve dire grazie all'Italia, secondo lei?

“No, diciamo che l'Italia mi ha dato tanto perché mi hanno cercato, mi hanno fatto vivere bene, mi hanno coccolato. Se ci sono delle persone alle quali devo dire sempre grazie è la famiglia Moratti perché sono stato accolto come un figlio, e anche dopo, quando ho smesso di giocare nell'Inter passando alla Roma, ci siamo sempre tenuti in contatto, e, quando Massimo Moratti è diventato il presidente dell'Inter, sono stato il primo che lui ha cercato chiedendomi se volevo lavorare per la famiglia. E, questa è stata una cosa molto bella”.

E' stato per anni osservatore, soprattutto, del suo Sudamerica, o no?

“Un po' dappertutto: diciamo che giravamo il mondo, specialmente il Sudamerica e l'Argentina. Però, ho girato quasi tutto il mondo: mi manca solo il Giappone, poi, sono stato dappertutto”.

Ora, che lavoro fa Antonio Angelillo?

“Nell'Inter continuo a fare l'osservatore da 17 anni. Però, esco meno all'estero perché gli anni sono passati parecchi; poi, andare in giro con la neve, queste cose qua, diventa un po' difficile. Io sono sempre qui in Toscana, in Abruzzo, in Molise, giro da queste parti”.

Ci ricorda un poker, un tris in una gara sola?

“C'è stata una partita in cui ho fatto cinque reti: contro la Spal. Quella volta non avrei dovuto giocare perché mi ero fatto male al ginocchio. C'era un problema: allora non c'era la sostituzione come adesso la panchina, per cui se uno entrava e si faceva male, la squadra rimaneva in dieci. No, no, diceva il dottore, io non lo faccio giocare Angelillo: se si prende la responsabilità lei, ebbene, questo è un altro conto. Io non la posso far giocare solo perché lei ha chiesto a me di dover giocare per forza: io, da medico, non mi prendo la responsabilità. Gli ho detto: “Dottore, mi prendo io la responsabilità!”. Neanche a farlo apposta, mi è venuto fuori di tutto quella domenica: ho fatto cinque gol e andavo come un treno”.

A Ferrara o a “San Siro” firmò quella favolosa “cinquina”?
“No, no, a “San Siro””.

Si ricorda a chi, quella festa, ha fatto venire l'incubo? Chi c'era in porta della Spal?

“No, ricordo che c'era Malatrasi, lo stopper con cui dopo siamo stati compagni di squadra al Lecco e al Milan”.

Ah, Saul, di Calto di Rovigo, scudettato sia con l'Inter che con il Milan...
“Sì, sì”.

Quand'è che ha pianto l'ultima volta di commozione e quando invece di dolore?

“Mah, di gioia forse ho pianto quando ho stabilito il record di gol, perché era tanto che lo cercavo. E di dolore forse quando ho smesso con il Genoa, perché mi dispiaceva allontanarmi dal calcio perché ancora potevo dare qualcosa”.

E di vero dolore?

“Per la morte di mio padre, nel 1959. Che è arrivata improvvisa. Ed anche per la morte di mia madre perché io, purtroppo, non avendo fatto il militare, non potevo rientrare per 20 anni in Argentina. Per cui, ci sono stati i funerali e tutto, ed io non ho mai potuto partecipare”.

Sono scomparsi tutti e due nello stesso anno suo di grazia, ironia della sorte, il 1959, quello del record tutt'ora imbattuto dei 33 gol?

“No, no, mio padre è morto nel 1959, mia madre nel 1966, e io ho portato mia moglie, con mio figlio che aveva appena due anni, nel 1977 perché era venuta l'amnistia per militare e ho portato mia moglie e mio figlio per conoscere l'Argentina e io che volevo rientrare dopo tanti anni”.

Ma, suo padre ha fatto in tempo a vedere il suo record?

“Mio padre è morto nel 1959, io ho stabilito il record nel 1958-59: no, dopo è morto. Sì, è riuscito a vederlo il record, perché è morto a novembre del 1959”.

Si ricorda cosa le disse suo padre dopo quel trionfo?

“No, niente, niente, lui era molto chiuso, parlava pochissimo, al massimo faceva un cenno di consenso con la testa perché lui non mi veniva tanto a vedere. Era mia madre che seguiva di più le partite perché era un po' più libera quando io ero ragazzo e veniva a vedere le partite. Ma, mio padre, lui non si sbilanciava mai”.

Lei, mister, crede in Dio? E perché conviene credere in Dio?

“Sì, sì, sono cattolico. Io non spingerei mai un ragazzo a credere in Dio, perché la Fede o uno ce l'ha o ci crede, imporla o consigliarla proprio no. Da ragazzo, andavo a scuola dai francescani, giocavo a pallone, stavo con loro, così, e da lì ho cominciato ad andare perché, diciamo, da piccolo si faceva la messa, dopo la messa facevamo dei giochi una cosa e l'altra, perciò, la mia infanzia è stata incanalata in questo senso qua. Sono cresciuto cattolico forse perché i miei erano cattolici, mi hanno proposto la religione che io ho accettato volentieri perché andavo in chiesa molto volentieri. Poi, ero molto cattolico da ragazzino”.

Come se l'immagina l'Aldilà?

“Mah, l'Aldilà non lo so; io spero ancora di trovare una squadra da poter ricominciare a giocare, di disputare almeno una parte di quello che ho fatto quaggiù, di poter ritrovare tutti gli amici che ho perso, i miei genitori, e, poi, di aspettare il più tardi possibile mia moglie, i miei figli, ma, un giorno di trovarli anche Lassù”.

Il dolore degli altri cosa le trasmette?

“Mah, penso l'abbandono, il disinteresse? Io non avrei il coraggio di abbandonare un vecchio da solo in ospedale, di non visitare un bimbo ammalato. Perché questa persona anziana, quando ha vissuto, ha dato sicuramente tanto, ed è troppo facile abbandonarlo. Io non ci riuscirei, sarebbe più forte di me: farei qualunque cosa pur di riuscire di far stare, almeno negli ultimi anni, bene questa gente”.

Cosa ha di italiano Angelillo e cosa ha conservato di argentino?

“Dall'Italia ho imparato quasi tutto, perché ormai sono 54 anni - sembra pochissimo, però, sono più gli anni che ho vissuto in Italia che inj Argentina - . In Argentina sono nato, ho giocato sempre a pallone, mentre l'Italia mi ha dato la consacrazione, la popolarità, il vivere bene, facendo anche dei sacrifici. Ho potuto trovare una moglie, avere dei figli, fare una famiglia. Perciò all'Italia sarò sempre grato”.

Cos'è che le dà nella vita più fastidio e che cosa invece riesce ancora a commuoverla?

“Rabbia, sì, quando c'è la prepotenza, o le persone che sanno tutto loro e gli altri sono tutti ignoranti: questo mi dà molto fastidio. Mentre, diciamo, commuovere quando vedo, non so, gente che soffre, gente che sta male, gente che ha bisogno, o che ha vissuto bene e che sta in difficoltà e in questo momento non l'aiuta nessuno. Ecco, questo mi dà fastidio”.

E' un classico che tutti ti abbandonino quando sei in difficoltà e non sei lontano dalla fama che ti sei conquistato nella vita come nello sport a suon di sacrifici...

“Mah, vedi, purtroppo, anche nella vita nostra dello sport, c'è il momento che sei osannato, cercato da tutti e dappertutto; dopo, quando finisci, se c'hai qualche lira, allora sei stato un grande campione, se non hai neanche una lira, allora sei un fallito”.

Superstizioso?

“Sì, sì” sorride il “record-man” “moltissimo. Sono diventato più scaramantico quando facevo l'allenatore: avevo delle camicie, dei vestiti che mi mettevo sempre uguali, che mi portavano bene, vincevo le partite. Mia moglie mi capiva e non me le faceva mai mancare, perché se mi mancava una di quelle diventato matto. Tanto è vero che una volta siamo andati a giocare a Palermo, e lei invece di portarmi la camicia, se la dimenticò. Io persi con la Salernitana 1-0 e dovevamo vederci a Milano non ricordo più per quale motivo e io l'ho fatta diventare matta: per tutto il viaggio l'ho colpevolizzata, l'ho crocefissa. Era una camicia di quelle normali, non firmate. Ero andato a Salerno a giocarci contro alla guida dell'Arezzo”.

Qual era il suo grande idolo quand'era ragazzo? Era forse “saeta rubia” Alfredo Di Stefano?

“No, no, le spiego: quando ero ragazzo io, Di Stefano non era nessuno, era un giocatore normalissimo. E' diventato grande quando è andato in Colombia e in Spagna. Il giocatore nel quale io mi sono riconosciuto era Pontoni, il centravanti del San Lorenzo. Mio padre era tifoso del San Lorenzo e, quando ero ragazzino, mi portava con lui a vedere le partite. Vedendo giocare questo centravanti, non lo so, vedevo qualche cosa così. Poi, quando sono arrivato, mi hanno detto che assomigliavo molto, ma, non è che ci sia riuscito a diventare come lui: ho sognato sempre che un giorno avrei potuto diventare un giocatore forte come lui. Poi, Di Stefano è stato il massimo, però, sempre dopo, non quando ero giovane io”.

Il più grande calciatore della storia del calcio: Pelè, Maradona o Di Stefano?

“Per me, li metterei tutti e due alla pari, perché io ho visto Pelè dal vivo come ho visto Maradona. Molti dicono Maradona al posto di Pelè perché Pelè non ha mai giocato in Europa: ma non è vero perché lui (Pelè) veniva sempre in tournè in Europa e, poi, quando ha vinto il campionato del Mondo, ha sempre giocato contro squadre europee. Io li metto tutti e due alla stessa altezza, sia Pelé che Maradona”.

E Di Stefano, dove lo mettiamo, al terzo gradino del podio mondiale?

“Di Stefano era un giocatore diverso da loro due: Di Stefano era la mente, il giocatore di squadra, gli altri due erano mezze punte che facevano gol e facevano divertire la gente perché c'era un'immensa tecnica di fondo. Di Stefano, invece, era più semplice, era il cervello della squadra: quello che parlava e tutti lo seguivano”.

Ma, Di Stefano era però anche in grado di passare dalla difesa all'attacco e viceversa in un men che non si dica (almeno attraverso i rari filmati Rai in bianco e nero visti). Era un giocatore universale, all'olandese, si direbbe, o no?

“Di Stefano giocava col numero 9, ma la sua posizione era nel mezzo del campo; poi, giocava in difesa. Lui si muoveva dappertutto. Lui non aveva un ruolo fisso, giocava in difesa, andava all'attacco a fare gol. E' stato completo come giocatore. Però, gli altri due erano più rapidi; magari Maradona aveva un piede solo ma valeva per tre, e Pelè aveva tutti e due ma aveva un'elasticità enorme”.

E perché, stanti così le cose, lei mister “Saeta rubia” lo mette al terzo gradino?

“Non lo potrei mettere al primo posto perché in questi casi qui, quando si parla di giocatori più forti in assoluto al mondo si parla di giocatori che fanno gol. Per quello io l'ho messo dopo, non per sottovalutarlo certo. Se dovessi fare un'elezione, come dice lei, sono tutti e tre alla pari, perché Di Stefano è stato di un'altra categoria facendo un altro gioco rispetto agli altri due”.

Il più forte compagno che ha avuto all'Inter, alla Roma e al Milan? Per l'Inter, immaginiamo sia stato il grande Luisito Suarez...

“No, non ci ho giocato con lui; è stato Corso perché è venuto da ragazzino e io ero in tribuna, vedevo la partita e durante un'amichevole, una prova ho detto al presidente: “Lo prenda, presidente, perché l'anno prossimo questo gioca con noi. Era l'anno 1957-58 e la stagione dopo era già titolare nell'Inter: Corso è stato il primo che ho sempre detto che sarebbe stato alla pari con noi, tranquillamente. Aveva appena 17 anni”.

Veniva da Verona...
“Sì, veniva dal San Michele Extra”.
Sì, dall'Audace.

Il più forte del Milan e della Roma?

“Rivera, Rivera. Eh, della Roma il più forte che c'era poteva essere De Sisti. Che veniva dalla Primavera ed era molto intelligente, perché, avendo avuto Schiaffino, lui ha imparato tantissimo”.

La felicità in cosa consiste in Antonio Angelillo, l'ha provata?

“Sì, sì, ho trovato la felicità quando ho conosciuto mia moglie e sono stato felicissimo. Gliel'ho detto: l'avessi trovata prima, avrei avuto incontrato ancora più fortuna. La felicità è che io volevo sempre una famiglia, e lei me l'ha data bellissima. E questa è stata la cosa più bella”.

La solitudine, quella pesante, che sfiora la depressione, l'ha mai provata?

“Qualche volta sì, qualche volta sì prima di conoscere mia moglie l'ho provata per tanto. Mi abbattevo perché magari non giocavo, le cose non ci andavano bene: in quel momento lì, c'è la solitudine, ti subentra perché tutti ti lasciano . Invece, quando diventi popolare, tutti ti sono vicino. Ecco, questa è una cosa che impari con il tempo. Oggi non farei tante cose che ho fatto da giovane, perché quando sei giovane sei amico di tutti; invece, bisogna centellinare le amicizie, e quelli che vengono per interesse. Soprattutto con i giocatori, la maggior parte vengono solo per interesse”.

Il giocatore più forte che lei ha allenato?

“Ramon Diaz, ai tempi in cui allenavo l'Avellino”.

Se non avesse fatto il calciatore e poi l'allenatore, che cosa le sarebbe piaciuto fare?

“Ah, non lo so, non lo so. Avrei fatto magari l'Ingegnere in Argentina, avrei passato tutta l'Università perché fino a Perito Meccanico sono arrivato bene, poi, potevo andare all'Università. Invece, sono venuto in Italia, e mi è cambiato tutto il panorama”.

La prima immagine dell'Italia, quando atterrò con l'aereo, se la ricorda, ce la può dire?

“Mi ricordo bene l'Italia, perché noi – io e mio padre – avevamo fatto il viaggio Buenos Aires Recife e ci eravamo scontrati con l'aereo in fase di decollo noi e un altro in fase di atterraggio. Quasi moriamo tutti. Da Recife ho fatto Madrid e da Madrid ho fatto Zurigo. Da Zurigo, in treno, fino a Milano. Non arrivavamo mai. Quando sono arrivato, ho detto: “Madonna, come è lontana l'Italia” perché non arrivavo mai”.

Una bella fortuna ha avuto, quella volta, mister!

“Sì, perché stavamo partendo da Recife con l'aereo pieno di carburante e i due aerei si sono scontrati, toccandosi con le ali. Non è successo niente e abbiamo fortuna di mandare subito un telegramma a Buenos Aires perché quando a mia madre è arrivato il telegramma – io viaggiavo con mio padre – che riportava la notizia che il nostro aereo si era scontrato in fase di rullaggio e sulla pista con un altro. Invece, mia madre, per fortuna, aveva appena ricevuto il telegramma che diceva che noi stavamo bene, che non ci era successo niente di grave”.

E' stata un'autentica Odissea raggiungere per lei e suo padre il nostro Paese...

“Eh, quella volta, siamo rimasti fermi quattro giorni a Recife come turista ad aspettare il cambio dell'aereo per ripartire per l'Italia un'altra volta”.

Però, “per aspra ad aspra”: è valsa la pena, visto che ha trovato lavoro, fama e famiglia, o no?

“Sì, sì. E' valsa la pena sì: oggi che sono tanti anni, vivo bene in Italia, non posso lamentarmi. Io l'adoro l'Italia: io dico sempre che è un Paese che non esiste al mondo”.

<>Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 18 novembre 2011>

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