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Archivio: INTERVISTE VIP

25/11/11
INCONTRI RAVVICINATI: CLAUDIO SALA

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><>SIGNORI, “IL POETA DEL GOL”!>>
Claudio Sala è stato uno degli ultimi interpreti del calcio fatto di poesia e fantasia; di dribbling e di gesta atletiche mirabolanti. Alle sue sue fughe sulla fascia sono legati i gol dei “Gemelli del gol” del Torino campione d'Italia nella stagione 1975-76 e vice-campione l'anno successivo nel torneo perso contro i “cugini” della Juve per un solo punto in classifica. In precedenza, nella stagione 1970-71, aveva sollevato al cielo, sempre con i piemontesi, la Coppa Italia.

“Fedelissimo” del Toro per le sue 11 stagioni ininterrotte dopo il debutto in A con i partenopei di mister Giuseppe Chiappella e al posto di Harald Nielsen in Napoli-Verona:1-1 (29 settembre 1968), la sua capacità di eccitare la fantasia dei cinquantamila del vecchio “Comunale” lo hanno subito eletto uno dei beniamini della rumorosa Curva Maratona, quella nella quale ribolliva, furoreggiava il famoso “tremendismo granata”.

Atleta corretto e fantasioso in campo, persona squisita ed umile nella vita, Claudio Sala – da distinguersi ogni volta con l'omonimo, granata anche lui, compagno di squadra Patrizio – ha ricevuto l'appellativo di “Poeta del gol dalla firma per eccellenza del calcio torinista, Giampaolo Ormezzano.
Quando toccava la palla lui, pareva che il cuoio a scacchetti – dicevano gli Ultras del Toro – emettesse ogni volta versi suadenti, la palla disegnava parabole mirabolanti.

Con la Nazionale (18 presenze e zero reti), Claudio Sala (nato a Macherio, in Monza Brianza, l'8 settembre 1947, e compiuto l'apprendistato nei 3 anni con il Monza) non ha però incontrato grande fortuna, perché al posto suo fu scelto Franco Causo, “Il Barone” in forza alla Juventus e facente parte del blocco bianco-nero che si laureò campione del Mondo in Spagna nel 1982. Per anni è stato proclamato dalle riviste specializzate il miglior giocatore della stagione (due i “Guerin d'oro” vinti, nel 1976 e nel 1977), ma questi importanti riconoscimenti non sono bastati a dargli la fama e i meriti pedatori che si era meritato in campo e per il talento donatogli da Madre Natura.

Cosa fa di bello oggi nella vita Claudio Sala?

“Per ora collaboro come opinionista a qualche trasmissione sportiva e mi godo il fatto di essere pensionato. Quindi, dopo parecchi anni di lavoro, mi dedico un pochino anche alla famiglia, cosa che non ho fatto quando giocavo”.

Qual è stato il momento in cui le è venuta la pelle d'oca da calciatore?

“Mah, la pelle d'oca da calciatore l'ho avuta quando in una partita di Coppa Uefa noi del Toro abbiamo preso il gol al 120mo contro lo Stoccarda, evitando la possibilità di accedere al turno successivo. Quindi, mancavano trenta secondi e questo ci gettò nel più grande sconforto”.

In questo frangente, Sala, potremmo parlare più di brividi alla schiena che di pelle d'oca vera e propria, da noi intesa invece come momento di fortissima emozione...

“La gioia più grande l'ho provata quando abbiamo vinto lo scudetto. In effetti, nessuno alla vigilia del torneo pronosticava un Torino vincente quell'anno, è stata una sorpresa anche per noi, e, dal momento che le sorprese – quelle belle – sono sempre bene accette -, ebbene, quello è stato un momento in cui abbiamo avuto la sensazione di aver raggiunto qualcosa di importante”.

Il gol più riuscito dal punto di vista sti
    ico de “Il poeta del gol”, Claudio Sala?

    “Il gol più bello sti
      icamente risale al 1972: allenatore era Gustavo Giagnoni, in una trasferta a Varese, e da fuori area – in zona defilata sull'esterno – ho alternato finte a contro finte e dal limite dell'area ho fatto il gol del 2-0 per il Toro”.

      Il difensore che l'ha messo più in difficoltà?
      “Sogliano”.

      Quello che giocava nel Milan, Riccardo?

      “Sì, quando giocava nel Milan. Sì”.

      Cosa aveva un difensore per mettere tanto in difficoltà un dribblomane come lei?

      “Ah, niente: era uno di quei marcatori che ti seguiva dappertutto. Se io fossi entrato dentro gli spogliatoi, forse, lui mi avrebbe seguito anche fino a là. Non pensava a giocare lui, ma, di non fare giocare principalmente me”.

      Il rimpianto più grosso?

      “Il rimpianto più grosso sono due: uno è non aver vinto lo scudetto l'anno dopo (stagione 1976-77), una caratteristica propria del Torto quella di riuscire a vincere uno scudetto a 45 punti e perderne uno a 50 punti. L'altro rammarico è quello di aver avuto poco spazio in Nazionale perché un po' prima avevo davanti Rivera e Mazzola, poi, Franco Causio. Da lì sono nate le difficoltà a far sì che potessi trovare un po' più di posto in azzurro”.

      Più forte lei o Franco Causio?

      “Mah, una bella domanda. Eravamo forti tutti e due: solo che lui aveva il grosso vantaggio di giocare nel gruppo Juve e, quindi, in Argentina dove sono stato nel 1978, eravamo sei del Toro, ma erano otto-nove della Juventus, per cui la base di quella “rosa” era soprattutto bianco-nera”.

      Un gol contro i “cugini” bianco-neri in uno dei tanti ed infuocati derby della Mole Antonelliana?

      “Sì, non me lo posso scordare perché ne ho fatti uno solo. Era l'anno di mister Giagnoni, perdevamo 1-0 a causa di un gol di Anastasi al volo – lo ricordo bene -, ho pareggiato io su una punizione dal limite dell'area, poi, nel secondo gol ha fatto gol Agroppi e quella partita – me la ricordo bene – perché per la prima volta il Toro – parlo del 1972 e non dal 1975 in avanti – il Toro si è rimesso in lotta per lo scudetto, andando a uno-due punti dalla Juventus”.

      Un gol su punizione sua?

      “Sì, punizione mia e un gol di Agroppi dopo un colpo di testa di Fossati ribattuta in rete da Agroppi. Finì 2-1 per noi, con gol juventino di Anastasi al volo su cross di Capello. Questo è stato il gol della vittoria che ci ha permesso per la prima volta di essere in corsa e in lotta per lo scudetto”.

      Quand'è che ha pianto dalla rabbia, dal nervoso, dalla stizza per aver fallito un rigore?

      “Pianto, ho pianto poche volte perché il calcio è un gioco per il quale, secondo me, non vale la pena di piangere. Si deve piangere per cose ben più importanti di un gioco. Qualche rigore, sì, devo dire, l'ho sbagliato: infatti, nel momento in cui l'ho sbagliato non ho avuto più la forza di tirarne altri, l'ho lasciata ad altri questo tipo di incombenza”.

      Ne ha sbagliati qualcuno magari in un derby?

      “Sbagliati in un derby, sì, in un Toro-Juventus di Coppa Italia: ho calciato, il portiere con facilità l'ha parato e da quella volta mi sono defilato quando c'erano da battere i calci di rigore”.

      C'era Zoff dall'altra parte?
      “Sì, Zoff”.

      Piangere per il calcio – ha detto – non bisogna mai...

      “Dico sempre che il calcio è uno sport e non bisogna mai montarsi la testa, mai camminare al di sopra degli altri. Bisogna essere sempre se stessi in qualsiasi momento, e devo dire che tante volte questa prudenza dipende dal carattere della persona e dall'educazione che questa persona ha avuto”.

      Quand'è che ha pianto, allora, per motivi ben più gravi, e com'è stata la sua infanzia?

      “Ho pianto per motivi più gravi quando sono mancati, nell'arco di cinque-sei mesi, i miei genitori. In quel momento ho pianto di grande dolore perché non avrei visto più dei genitori che hanno sempre creduto in me e che mi hanno sempre assistito e coccolato fino a quando sono andato via da casa”.

      Che lavoro facevano i genitori?

      “I miei genitori avevano un negozio di alimentari a Macherio. Io sono lombardo, nativo di Macherio, a 6 chilometri da Monza e a 20 chilometri da Milano”.

      Era una famiglia numerosa la sua?
      “No, ho solo una sorella, che è più giovane di me di quattro anni”.

      Se lei non avesse fatto il calciatore, cosa le sarebbe piaciuto di più diventare nella vita?

      “Non lo so. Con un diploma di ragioniere, forse, mi sarei messo a fare il ragioniere, anche se non ho mai amato i posti statici e la chiusura degli uffici. Anche avessi fatto il ragioniere, comunque, avrei giocato a calcio nei dilettanti, perché il calcio mi appassiona, indipendentemente dal fatto che avrei potuto o meno arrivare tra i professionisti. Avrei sempre giocato a calcio, in qualsiasi modo”.

      Il giocatore che sognava di emulare da ragazzino in oratorio?

      “Ne avevo due: avevo un padre tifoso dell'Inter e chiaramente mi portava sempre a vedere l'Inter. Avevo due idoli: Luisito Suarez e Mario Corso per il modo di giocare di quest'ultimo, a “San Siro”, sempre all'ombra. Da lui ho appreso di fare sempre la stessa finta, ma, con quella stessa finta abboccavano tutti, anche se lo conoscevano Corso”.

      Il giocatore più forte assieme al quale ha giocato e contro il quale si è misurato?

      “Mah, il più forte con me direi Paolino Pulici: per le sue doti acrobatiche, per il modo di giocare negli ultimi venti metri. Per quanto riguarda l'avversario, direi Platini”.

      La felicità l'ha provata, e, se sì, in cosa consiste?

      “La felicità l'ho provata nella vita fuori dal mondo del calcio: è stato quando mi sono sposato e ho avuto la fortuna di veder nascere i miei due figli, quelli sono, secondo me, i momenti più belli di una persona. Nel momento in cui arrivano, ti dedichi a loro, anche se io, complice la carriera, avevo poco tempo da dedicare a loro e le incombenze le ha subite mia moglie”.

      Cos'è che le dà fastidio nella vita di tutti i giorni e che cos'è che riesce a farla commuovere?

      “Nella vita di tutti i giorni, direi l'invidia. C'è moltissima invidia, e devo dire che essa è sicuramente una brutta gatta da pelare. Mi commuove una storia di famiglie deboli, che non hanno la possibilità di riuscire ad entrare nel tessuto sociale”.

      Il più bel complimento da calciatore che ha ricevuto da un avversario?

      “Quando avevo vent'anni e giocavo nel Napoli: è stato il mio compagno di squadra Omar Sivori dopo che avevo fatto un gol in una partita amichevole. Un complimento sincero e ben fatto da Omar Sivori aveva ancora più valore di quel gol, di quel mio gesto atletico riuscito in allenamento”.

      Lei crede in Dio?

      “Sì, ho sempre creduto, anche perché ho avuto dei genitori che mi hanno inculcato quello”.

      Come se l'immagina l'Aldilà?

      “Se andremo in Paradiso, troveremo tutte facce conosciute, quelli del Grande Torino, che non ho avuto modo di conoscere. Giocatori che ci hanno lasciato prima del tempo: il povero Ferrini, il povero Gorin. Speriamo di trovare un campo dove poterci allenare”.

      Anche Gigi Meroni, la “farfalla granata”?

      “Gigi Meroni, bravissimo! Adesso me lo dimenticavo. Però, io ho detto quelli perché con Gigi Meroni non ho giocato; quindi, ho detto con Gorin e con Ferrini, con i quali ho giocato. Io sono arrivato al Toro due anni dopo e non ho avuto la possibilità di conoscerlo soprattutto come uomo. Da giocatore, l'ho visto qualche volta in televisione”.

      Giorgio Puja, l'ha conosciuto?

      “Sì, Giorgio Puja l'ho conosciuto, sì, sì. E' una persona eccezionale, l'ho conosciuto, è stato mio compagno di squadra, quindi, anche Giorgio Puja”.

      Il giocatore più elegante con cui ha giocato è stato forse Renato Zaccarelli?

      “A parte Renato Zaccarelli, direi Moschino”.

      Giovambattista, centrocampista, è stato anche all'Hellas Verona per una stagione...

      “Sì, Giovambattista, bravissimo, uno stile unico!!”

      Lei ha sempre tifato Toro?

      “Quand'ero giovane con un padre tifoso dell'Inter, tifavo Inter. Poi, ho avuto la fortuna di rispondere a un'inserzione giorna
        ica in cui si avvisava che si teneva un provino per l'Inter, sono andato a provare e sono stato scelto tra tanti candidati. Mi hanno lasciato libero e da lì è in iniziata la mia carriera: sono andato al Monza, un anno al Napoli e poi undici anni a Torino”.

        Era superstizioso quando giocava?

        “No, non lo ero, ma mi facevano diventare superstizioso gli altri. Che credevano in questi riti. Erano scaramantici se incontravano una persona prima di un'altra, se si imbattevano in una persona che portava sfortuna. Alla fine mi hanno contagiato, anche se, in effetti, la fortuna ce la creiamo noi da soli”.

        Cosa le trasmette il dolore di un bambino affetto da cancro o un anziano lasciato marcire solo come un cane in un ospizio?

        “Tantissima delusione e forse l'infelicità di non aver potuto, quando giocavamo, aiutare chi era più debole di noi”.

        <>Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 26 novembre 2011 >

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