Home Archivio Storico Archivio Interviste VIP Archivio: INTERVISTE VIP

Archivio: INTERVISTE VIP

7/12/11
INCONTRI RAVVICINATI: LUCA D'AGOSTINO

<

><>D'AGOSTINO, IL PILONE DEL PETRARCA>>
Veronese di Vigasio – paese a metà via tra la città degli scaligeri e Mantova - dove è nato l'8 maggio 1987, Luca D'Agostino è da poco passato nelle file del rugby Petrarca, club patavino di grande prestigio. Il pilone destro è uscito dal Cus Verona Rugby e ha bagnato a novembre di quest'anno, il 2011, il suo debutto con la maglia del Petrarca, esordendo in Europa a Bourgoin, in Francia, al cospetto del temibile Tolone. E' alto circa 184 centimetri e pesa 125 chili.

La sua trasformazione da artigiano, con tanto di diploma delle Superiori in mano, a professionista della palla ovale, non lo spaventa affatto, anche se lui non nasconde la grande emozione per un sogno che potrebbe tradursi benissimo un giorno in un traguardo ancora più alto. Ma, occorre sognare – dice bene il poderoso e pacioso (fuori dal campo) atleta “sempre tenendo i piedi bene a terra, perché il rugby è lo sport che ti tiene a contatto con la terra e la realtà, oltre che favorire il contatto fisico con l'avversario di turno. E' disciplina ricca di valori e che ti tempra per le avversità della vita”.

Qual è stato, finora, il momento più bello della tua ancora giovane – sei un 1987 - carriera rugbistica?

“I momenti più belli li ho vissuti a Verona, nelle varie finali vissute con il Cus Rugby Verona e in particolare la prima sostenuta, senza successo, contro i mantovani del Viadana e quella più fortunata dell'anno successivo contro l'Asti, che valse la risalita in serie A. E, poi, il finale di stagione molto positivo, coinciso con la chiamata nel Petrarca di Padova, i campioni di Italia in carica”.

Chi è la “Juve del rugby”?

“In Italia, in questo momento, il panorama è abbastanza variegato, perché a farla da padrone sono le squadre del Nordest, soprattutto: abbiamo la Benetton Treviso, che è impegnata in una sorta di campionato europeo, l'ex Viadana, il Petrarca Padova e il Rovigo. Poi, ci sono altre grandi realtà”.

Anche l'Aquila Rugby non è male, o no?

“Ha un passato molto importante. I risvolti economici, oggi, hanno stravolto le vere aspettative delle squadre, i campionati si legano molto all'impegno economico che riescono a sostenere i club. Con i soldi si riescono ad ottenere squadre di qualità, come dappertutto”.

Ti piace di più il mediano di mischia – apprendiamo da te ora il ruolo – Troncon, o i due fratelli Bergamasco (Mauro, una terza linea, un uomo del pacchetto di mischia, molto poderoso; e Mirko, atleta votato a un gioco più tattico, fatto di velocità, di gestualità delle mani, ecc...); una delle “leggende del rugby” Troncon, sicuramente i più conosciuti, anche per i neofiti, i secondi?

“Direi Bergamasco”.

Oltre ad essere il più massiccio, qual è il vero ruolo nel gioco della palla ovale del pilone, il tuo ruolo?

“Solitamente, viene riconosciuto come il ciccione tra virgolette della squadra: fa parte del pacchetto degli uomini di mischia, uomini pesanti. In passato, il pilone era considerato l'atleta più “tontolone”, più bonaccione voglio dire della squadra, ma dotato di grande prestanza fisica e dedito alla grande fatica, al grande sforzo fisico. Sicuramente un ruolo al quale sono molto legato: per me, è il ruolo più bello del mondo, e, appunto perché è un ruolo di grande fatica, di enorme sforzo fisico, è considerato una colonna, un perno importante del collettivo”.

Scusaci sempre l'ignoranza, ma, potrebbe essere paragonato al difensore centrale, allo stopper nel calcio?

“Può essere sì accostato allo stopper del calcio: fa parte di quei ruoli, in cui devono esserci, alla base, delle qualità, strutture fisiche importanti. Nel rugby è quello che riceve la maggior parte della pressione nei momenti della mischia chiusa; che sono i momenti che li coinvolgono direttamente e maggiormente”.

Un tipo, insomma, alla Vierchowod?

“Sì, sono paragoni che sembrano molto distanti”.

Il tuo sogno, Luca, qual è?

“Il mio sogno, intanto, è a breve termine di vivere una bella esperienza, di riuscire a far parte della mia non dico aspirazione, ma, di uno sport, di una disciplina agonistica che finora mi ha dato tanto. Mi piace far la parte, mi piace sentirlo, mi piace il contatto fisico, mi piacciono tutte queste cose: mi piace riuscire ad entrare in quella nicchia di professionismo rugbistico di alto livello. Per mettermi alla prova e per riuscire”.

E' mai esistita in te la felicità e in che cosa si è tradotta?

“Ah, per me, la felicità può scaturire dallo sviluppo, dall'interpretazione delle fasi di gioco. Faccio un esempio: mischia a cinque metri, concretizzare quella fase di gioco per me è una felicità sentirsi utile, riuscire ad essere il sostegno. Da noi ci sono dei valori importanti, ancora di cameratismo, tutte sensazioni che sul campo possono avere davvero una forte valenza. Molto di più di quello che sono le parole espresse, nel senso che si ritrovano davvero dei valori importanti: quella è la mia felicità, cioè l'aver potuto scoprire il rugby, l'aver potuto avere alcuni compagni. Per me, il rugby vuol dire felicità”.

Ma, in senso più filosofico, più trascendentale, meno materiale?

“La felicità per me esiste: guarda, io credo che la felicità non deve essere per forza legata a un episodio, ma sono i tanti momenti che mi ricordo, possono essere gli amici, i momenti vissuti con la famiglia, possono essere tante cose. Può essere il primo giorno della patente”.

Studi, cosa fai oltre al rugby professionista?

“Io prima di arrivare al Petrarca ero un artigiano , impegnato nell'azienda di famiglia e con particolare attenzione al settore del marmo. Prima di quello, ho conseguito la Maturità scientifica, in borgo Roma, al “Galileo Galilei”. Ora, da quando vivo a Padova, sono molto assorbito, sono molto impegnato dal rubgy. La mia idea, comunque, è quella di ritagliarmi degli spazi per continuare a coltivare anche qualcosa in ambito lavorativo”.

Cos'è che ti dà più fastidio nella vita e che cosa riesce a commuovere un “Garrone alla De Amicis" del Rugby Petrarca” come te?

“Mi dà fastidio il fatto che ci sono delle cariche, cui bisogna dire a volte per forza “sissignore!”, altrimenti ti frana tutto contro. Io sono che crede molto nella gerarchia: nella barca ci vuole un capitano solo, non voglio dire che alcune cariche non debbano godere del rispetto, però, mi dà fastidio che ad alcune persone venga legata la loro importanza per appunto per cose che hanno fatto in passato, o, peggio, perché la gente dice che devono essere così, bisogna fare così perché tutti fanno così, tutti devono fare così. Questo no”.

Di cosa non potresti fare a meno?

“In primis, ovviamente, del rugby, ma, dello sport in genere. Credo che sia importante non solo per la formazione fisica, ma, per la crescita mentale, per accrescere l'impatto con la sofferenza: ti regala tante opportunità che difficilmente in altre situazioni, in altri contesti riusciresti a vivere. Poi, ovvio, la famiglia”.

Cos'è che ti commuove?
“Nel rugby?”

No, nella vita di tutti i giorni.

“Io sono uno che si commuove facilmente; sento dire molte volte che siamo in un'epoca nel quale i sentimenti sono andati in soffitta, sono passati di moda. Io non credo affatto che sia così. In realtà, esistono ancora situazioni ancora molto difficili che possono commuovere, situazioni parallele a quelle che sono la normale vita di tutti i giorni, e che noi magari non conosciamo, però, esistono ovunque. Basta guardare oltre la finestra della casa propria, per scoprire molte situazioni strane, che non ci coinvolgono direttamente, ma, che comunque ci possono commuovere”.

Tu credi in Dio?
“Sì, sì, sì”.

Perché bisogna credere in Dio, o è meglio credere in Dio o in un Assoluto, in un Qualcosa di superiore a noi?

“Mah, non credo che bisogna viverlo come un bisogno: non bisogna viverlo come bisogna crederci, altrimenti...Credo che sia una cosa che nasca da dentro, una cosa che devi sentire dentro. Credo che sia qualcosa, al quale si può attribuire il nome che vuoi: la puoi chiamare Dio perché ritengo che sia quella, però, credo che la si può personificare in tante cose, credo che ci sia un qualcosa attorno a noi di grande, che se anche magari a volte non si riesca o non si voglia capir bene, credo che ci sia. Io senti che c'é”.

Esiste, secondo te, l'Aldilà?

“Guarda, ti ripeto, io credo di sì, per quello che è la mia concezione di Fede. Credo proprio di sì, sono sicuro che sarà proprio così. Anche perché uno potrebbe fare un ragionamento strano del tipo “tanto tra cent'anni ci sono, non ci sono”, ma, appunto, perché in me la concezione dell'importanza dell'esistenza di credere in un Qualcosa è importante, credo sia importante credere che ci sia”.

Tu, essendo giovane, non te lo sei mai posto, immagino, l'interrogativo: ma, come te l'immagini un giorno, il più lontano possibile, l'Aldilà, magari tra cent'anni, visto che l'esistenza umana continua ad allungarsi? Un'altra parte del cielo fatto di un campo da rugby?

“Guarda, il campo da rugby è una bella metafora perché un campo, per come lo vedo io, ha gli spalti. Io sto vivendo la fortuna di avere tante persone che mi vengono a vedere, dunque, immagino l'Aldilà come un campo con le persone a me più care – che sono veramente tanti compagni, che io ormai non reputo nemmeno più compagni: per me, molti sono fratelli – e loro in campo, la mia famiglia di fuori, insomma, tutte quelle cose – ti ripeto – esprimono quella felicità – per tornare al concetto di prima – in quelli che sono i brevi e lunghi momenti della vita. Possono essere delle felicità vissute in campo, felicità vissute in famiglia; insomma, tutte quelle felicità che reputo essere davvero importanti”.

Può essere il rugbista un calciatore mancato?
E, giù un bel sorriso, l'ennesimo a tutto pasto del pilone del Petrarca:

“Bé, per quella che può essere la mia esperienza, nel calcio ero un grande – nel senso prettamente fisico -; se poi andiamo ad analizzare aspetti tecnici e tattici e quant'altro, probabilmente ero un po' meno grande. Io sono proprio calciatore, anche se l'immagine non lo potrebbe confermare: ho giocato, meglio, ho provato a giocare per 8 anni a calcio”.

In che ruolo?

“Centravanti, comunque, attaccante”, altra risata del nostro atleta, “sì, di peso, a quanto pare. Giocavo a Vigasio, nella squadra del mio paese”.

Il tuo attuale idolo?

“Per me, l'idolo non è qualcuno che deve essere una persona famosa, o, comunque, riconosciuta da tutti, pubblicamente. Per me, davvero, un idolo, è stato il mio allenatore della mischia, il quale ha vinto degli scudetti qui a Padova, un ex giocatore del Petrarca Padova. Mi ha preceduto in un rugby di un altro tempo. Ed è Paolo Borsato: lui è stato il mio preparatore della mischia a Verona, è stato giocatore del Petrarca, un uomo al quale io mi lego profondamente perché mi ha dato veramente quelli che sono i valori importanti e che credo che alla fine quello che deve fare un idolo sia quello di averli e di trasmetterli, assieme alla capacità di comunicarli bene”.

E' vero che il rugby assieme alla maratona aiuta a temprare i caratteri di un giovane, di una persona, dell'atleta in generale?

“Il rugby ha la fortuna di essere uno di quegli sport in cui senti il contatto con la terra. Senti il contatto con l'avversario. Ti butta giù tante volte fisicamente, non solo dal punto di vista umorale, se hai la luna storta quel giorno, perché senti la durezza di quello che è attorno. E ti fa capire cos'è la forza, la tua forza, la forza dell'avversario. E' molto importante da quel punto di vista”.

Tra i grandi nomi del rugby italiano attuale chi abbiamo?

“Adesso il rugby italiano sta godendo di due esponenti importantissimi della palla ovale: Martincastrogiovanni, poi, abbiamo avuto va bé, sta calcando ancora palcoscenici importanti, Locicero e Salvatore “Totò” Perugini. Loro sono tre piloni di nazionalità italiana, Mastrincastrogiovanni è italo-argentino ma ha sempre giocato con la Nazionale italiana. Piloni di altissimo livello, che hanno giocato e stanno giocando all'estero, piloni che sono stati considerati, in alcuni periodi, come tra i piloni più forti al mondo. Uno dei ruoli, il pilone, in cui l'Italia ha sempre sfornato importanti elementi, atleti”.

Quand'è che hai pianto l'ultima volta di vero dolore – crediamo, e speriamo, poco, vista la tua giovane età! - cos'è che ti trasmette il dolore, il disagio altrui?

“Il pianto lo lego alla scomparsa dei miei nonni materni, che sono morti l'uno a distanza di poco dall'altro e dove ho visto che la mancanza di uno aveva tolto qualcosa all'altro. Quelli sono stati i momenti che ricordo con più tristezza. Ma, ti posso dire anche la morte di un amico per incidente: sono quegli eventi in cui ti viene da pensare che potevo essere io, poteva capitare a me, se capitasse ancora, perché proprio a lui? Domande, cui è difficile dare una spiegazione. Per risponderti all'altra domanda, io mi sento sempre molto impegnato verso la solidarietà. Anziani abbandonati a se stessi, maltrattamenti di ogni tipo, bambini ammalati di cancro, mi fanno venire in mente le pubblicità di offerte, di donazioni per questo o quell'Ente (Unicef, Aido, ecc...), dove vengono usate le immagini di bambini del Terzo Mondo che a me fanno sempre rabbrividire. Però, hai sempre quella maliziosità nel pensare se quell'immagine e quel fondo che tu andrai a dare dove andrò a finire, se quell'immagine viene utilizzata per solo scopo di profitto o se veramente dietro ci sono delle persone che hanno veramente a cuore la causa che rappresentano o per cui si battono”.

Alla morte ci pensi?

“Ogni tanto. In tutta sincerità, credo che faccia parte del corso naturale delle cose, una cosa che c'è e credo che bisogna pensarci. Perché è l'unica che ti dà il metro di paragone per quella che è poi la vita: è la moneta, è l'altra metà della moneta, ti fa capire quanto è importante la vita solamente quando pensi a cosa possa essere la morte. E' importante e io ci penso”.

La tua infanzia come è stata?

“Ho la fortuna di avere due splendidi genitori, che hanno fatto quanto di meglio. Hanno sempre lavorato e tutt'ora lavorano. Mio padre è un artigiano (con un socio ha aperto una ventina di anni fa una piccola azienda) e mia mamma lavora nei vivai di mele, nel campo agricolo. Papà mi ha sempre fatto capire quanto è importante il lavoro. Tutt'ora mi ritengo un privilegiato e per quello che sto facendo e per la fortuna di fare uno sport che mi piace tantissimo. E' una cosa che difficilmente io chiamerei lavoro. Io penso che i professionisti sono quelli che si vanno a fare le 10-12 ore in fabbrica o quanto meno nei campi”.

La solitudine, quella pesante, quella vicina alla noia non ti ha mai toccato?

“No, no. Ho avuto la fortuna di tenermi sempre molto impegnato, e, quindi, non ho mai provato il senso della solitudine, quella pesante come dici tu. Anzi, ti dirò, a volte cerco volontariamente la solitudine, ma, è una solitudine di tipo diverso: per riordinare le idee, perché a volte hai bisogno di stare da solo, di riflettere, di riordinare le tue idee”.

<>Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 2 dicembre 2011 >

Visualizzazioni:2214