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5/9/07
INCONTRI RAVVICINATI: VITTORIO FELTRI...

<>VITTORIO FELTRI:"SONO UN DIRETTORE LIBERO"

INCONTRI RAVVICINATI:

VITTORIO FELTRI (4.12.2005)

Prosegue la serie di interviste tenute ogni domenica dal nostro direttore Andrea Nocini a personaggi famosi del mondo dello sport e del giornalismo italiano e rivisitate dai giorna

    i del nostro sito.

    Il secondo ospite di Andrea Nocini e sotto i riflettori del nostro sito "www.pianeta-calcio.it" è il direttore del quotidiano nazionale “Libero”, Vittorio Feltri. Personaggio serioso e riservato, tanto che il nostro direttore, parlandocene nei giorni precedenti l’intervista, aveva fatto trasparire, nei confronti del prestigioso giorna
      a, una sorta di vero e proprio timore reverenziale. Una soggezione, un riguardo inibitorio che avrebbero scoraggiato chiunque, pur armato di umiltà e indiscrezione, avesse avuto anche le più oneste intenzioni nell’addentrarsi in un territorio così minato, quale può apparire la sfera privata e personale del direttore di “Libero”. Sì, perché, come sappiamo, quando Andrea Nocini ti intervista, non viene a chiederti di descrivere il gol che hai fatto, no, quello è il pretesto: quello che vuole farti esternare e, forse, farti anche rivivere, sono le sensazioni che hai provato nel segnare quel gol. Non vuole farti parlare di quello che fai, ma di quello che sei. E una persona riservata, quale è appunto Vittorio Feltri, non è detto sia sempre disposta ad aprire agli altri lo scrigno della propria privacy, tanto meno in una intervista radiofonica.

      Il primo intervento del direttore di “Libero”, infatti, sembra proprio confermare questa sensazione: se in un dialogo telefonico la voce è il primo mezzo di comunicazione (e forse anche l’unico, dato che in questo caso vengono a mancare la gestualità, la postura, lo sguardo e ogni altra forma di comunicazione non verbale), quella di Vittorio Feltri comunica profondità, tranquillità, serietà.

      La domanda di apertura del nostro direttore è subito diretta: "Ha mai giocato a calcio?" "Sì" - risponde l’ospite - "ho giocato fino a 52-53 anni, finchè stavo in piedi! Poi, per ovvi motivi, ho smesso irrimediabilmente. Mi dispiace molto, è una delle cose che mi mancano di più." Nocini chiede in quale ruolo. La risposta è secca, concisa: "A centrocampo, spostato a sinistra." Il nostro direttore ribatte, mostrando da subito di voler instaurare un’azione basata più sul fraseggio stretto che sui lanci dalle lunghe distanze: "Il contrario rispetto alla sua vita politica..." "Sì, è vero" - la conferma - "ero iscritto al Partito Socia
        a di Nenni negli anni ’60, ma era un clima diverso..." Il tono di Feltri è calmo, severo, solenne, forse incupito da una voce bella e profonda, e l’impressione resta quella di una sorta di schermo protettivo innalzato dal direttore a difesa del proprio “spazio vitale”. Lo confermano i brevi, ma, intensissimi silenzi prima e dopo le risposte: i primi a dimostrare un carattere di grande riflessività, i secondi a fare quasi da eco al pensiero esposto. Ma, Nocini insiste: "Che ruolo ha giocato nel panorama del giornalismo italiano: difensore, centrocampista, attaccante o libero come il suo giornale?" "Usando questa metafora," - Feltri sta al gioco - "direi che ero un attaccante. Anzi, lo sono tutt’ora, anche se meno che in passato. Ho sempre giocato in attacco...mi piace fare gol!" Il nostro direttore si avvicina: "Il fratello Ariel, corrispondente per “L’Eco” di Bergamo, il figlio Mattia, firma emergente del giornalismo italiano...Che sia nel DNA della famiglia Feltri?" "Non credo" - la replica dopo il puntuale, riflessivo silenzio - "E’ una professione che si impara. Non penso si nasca con un talento particolare. Se ci si mette alla prova e ci si impegna, qualche risultato lo si raggiunge. E’ come una specialità artigianale, c’è poco o nulla di artistico e molto di artigianale. Impegno e applicazione: un lavoro classico."

        Domanda di Nocini: "Quando era direttore a “Il Giornale”, Berlusconi le ha mai chiesto di vedere una partita con lui?" "No" - risponde - "Sono stato invitato varie volte, ma mai allo stadio. Almeno nel calcio mi piace starmene per conto mio, non gradisco inviti ufficiali a seguire gare di Coppa in allegra brigata... Poi, io non sono mai stato tifoso del Milan, anche se in certe circostanze l’ ho apprezzato. La fede calcistica è irrazionale, come forse qualsiasi altra fede. Ho simpatie per altre squadre: l’Atalanta, squadra della mia città, la considero un po’ la mia moglie. Per la Fiorentina ho altrettanta simpatia, è un po’ la mia amante: mi fa tribolare, ma qualche soddisfazione in più la dà!"

        Passando attraverso la porta di servizio della politica, il nostro direttore ha accompagnato il suo ospite nella hall dell’argomento-calcio. Qui, Nocini serve a Feltri un invitante aperitivo. Anzi, gli fa scegliere tra due: "Lei che è un po’ deluso dal calcio di oggi, preferiva la Nazionale di Messico ’70 o quella di Spagna ’82, oppure qualche altra?" Ma, a sorpresa, il direttore bergamasco prende a sorseggiare da un terzo calice: "Quella di Argentina ’78! Formidabile, forse la più forte che io abbia visto da quando seguo il calcio, cioè da oltre mezzo secolo. Comunque,l’Italia dei Mondiali spagnoli era nettamente superiore a quella dei Mondiali messicani." A seguire, una classica domanda nociniana: "L’autorete più clamorosa firmata da Vittorio Feltri?" "Sinceramente, me ne sono fatte parecchie, nel corso degli anni" - ammette Feltri, rovistando nel cassetto dei ricordi. Ma, la sua risposta, ancora una volta, è più razionale che passionale - "Non ne ricordo una in particolare. Sicuramente, gli errori fatti si potevano evitare, prestando maggior attenzione. Nei quotidiani, in particolare, spesso si riesce a controllare solo il 15-20% di quello che viene poi pubblicato. I giornali di oggi hanno molte pagine e il tempo materiale per il controllo è breve: qualcosa sfugge. Vero che ci dovrebbe essere una gerarchia, dove ognuno ha la sua parte, ma siamo uomini: si sbaglia, e, se non c’è la rete, si casca per terra."

        Nocini cambia, poi, argomento, domandando a Feltri se ritiene di essere sempre stato un direttore “libero”: "Sì" - afferma l’ospite - "ma, bisogna precisare che la libertà assoluta non esiste per nessuno: è un'utopìa. Tutti dipendiamo dalla nostra testa, ma abbiamo anche abitudini e condizionamenti mentali. Comunque, per fortuna, io posso dire di essere stato libero per oltre il 90%."

        Il nostro direttore rimane sul tema: "Le è stato mai imposto - dove è andato - di dover far spazio a una firma illustre?" "Mi piace riscoprire persone importanti" - Feltri parte da lontano - "persone dal passato glorioso che, magari, oggi sono un po’ ai margini. Riprenderli e metterli a lustro mi dà soddisfazione. Poi, mi piace moltissimo pescare giovanotti di buone speranze e trasformarli in firme, cosa che, per fortuna, mi è accaduta parecchie volte. Imposizioni no, non ne ho avute. Ho avuto consigli, segnalazioni: si tengono sempre in considerazione, anche se non sempre si seguono. Ho sempre confermato chi c’era e altri me li sono portati dietro volentieri, come Farina e Sallusti, quest’ultimo colonna vertebrale del giornale. Per lo stato maggiore bastano 4-5 giorna
          i: anche se non c’è accordo ideologico, se c’è l’abitudine a lavorare insieme, si è facilitati."

          Dopodiché, Nocini trasporta il suo illustre ospite sul terreno di gioco che è più congeniale al nostro direttore, chiedendogli che idea abbia del calcio dilettantistico: "E’ fondamentale" - la risposta è categorica - "per una ragione elementare: da lì escono i giocatori. Chiaro, da una massa di 20-30mila a far poi strada saranno sì e no il 3-4%, ma si tratta di un serbatoio indispensabile. Negli anni in cui esordivo nella cronaca locale, mi capitò spesso di assistere a partite di squadre dilettantistiche, e alcune, come l’Alzano e la Virescit, arrivarono anche in serie B o in C. Furono anche partite straordinarie, mentre oggi le gare di serie A e di B difficilmente mi tengono sveglio più di 20-25 minuti."

          Un po’ alla volta, e con i guanti di velluto, il nostro direttore si avvicina: "L’editoriale che non avrebbe mai voluto scrivere? Forse, quello all’indomani dell’11 settembre 2001?" Ma, anche in questa circostanza, Feltri si dimostra più che mai impenetrabile: "No" - lo schermo protettivo è in funzione - "Ho molto rispetto per i fatti, una volta accaduti bisogna accettarli. La vita è fatta spesso di cose sgradevoli, e in questo mestiere ci si trova molte volte di fronte a tragedie. Io registro tutto, faccio il mio lavoro. I miei sentimenti sono un’altra cosa, raramente li trasferisco negli articoli." Poi, quando meno te lo aspetti, Feltri abbassa un po’ i guantoni: "Non vorrei mai scrivere il mio articolo di addio al giornale" - dice - "Ogni volta che mi è capitato di lasciare un giornale, ho avuto un momento di debolezza, non dico che sono arrivato alla lacrima, ma ci sono andato molto vicino..."

          Nocini capisce di aver penetrato le difese, e sfodera un’altra domanda delicata: "La panchina, l’ha mai “masticata”?" Centro! La roccaforte è conquistata: un lungo sospiro, dall’altra parte della cornetta, preannuncia la “resa” dell’intervistato di fronte alla “psicanalisi” nociniana. Ora, anche il “grande razionale” è disponibile a scavare un poco dentro di sé: "Mah..." - prende tempo - "La panchina sì, l’ ho “masticata”... Specialmente nei primi anni al “Corriere della Sera”, quando mi ero messo in testa di essere arrivato e invece ero solo all’inizio. Ero un giovanotto di provincia che lasciava Bergamo in cerca di gloria" - ride, addirittura - "gloria che ho fatto molta fatica a trovare! Ho conosciuto il limbo del lavoro redazionale, ero mortificato, frustrato: poi, invece, mi sono reso conto che quel momento è stato decisivo per la mia formazione, per imparare il lavoro che non appare, quello anonimo, ruspante, molto artigianale. Per dirigere un giornale è importante aver fatto tanta bottega: mi è stato utile per sopravvivere e per non fare brutta figura."

          Una volta entrato in cristalleria, il nostro direttore si muove con assoluta accortezza, per evitare di rompere qualcosa di prezioso. La domanda successiva, infatti, alleggerisce la situazione: "Supponiamo Vittorio Feltri c.t. della nazionale giorna
            i italiani..." "In attacco potrei farne giocare parecchi," - spiega, immaginando di convocarli. Il quesito deve averlo affascinato - "tutti molto buoni. Per primo Giampaolo Pansa, in qualsiasi Nazionale. Poi, il “mio” Renato Farina giocherebbe di sicuro, e terrei sempre con me anche mio figlio Mattia. Altri “sicuri” sarebbero Francesco Merlo, Bechis direttore de “Il Tempo” (a centrocampo), il direttore di Italia Uno Mario Giordano. Poi, qui a “Libero”, ci sono 2-3 giovani pronti per il salto, che sono Alessandro Gnocchi e Martino Cervo. Quest’ultimo, in particolare, ha 23 anni, ma ha già le stigmate del fuoriclasse." Feltri non si ferma più: "Non dimenticherei Alberto Mingardi" - aggiunge - "bravissimo editoria
              a, che scrive per me da quando era al quarto anno del liceo. Oggi ha 24 anni, è professore ed è una persona eccezionale." Nocini si accorge di aver toccato un argomento gradito, e rincara la dose: "Insomma, somiglia più ad un Lippi della testata, che convoca giovani meno conosciuti, piuttosto che a un Trapattoni o Capello..." "Sì" - ribatte - "anche se qualche “vecchione”, Pansa in primis, l’ ho nominato... Lui, in particolare, è un innovatore del modo di fare giornalismo: ha la capacità di trovare e assemblare dettagli per dare senso alle cose. E’ un tipo di giornalismo che solo un’esigua minoranza sa fare. Ma, ci sono anche altri grandi “vecchi” importanti, non trascuriamo Paolo Mieli (lo terrei a fare il libero) ed Ezio Mauro. Non mancano i giorna
                i, purtroppo mancano gli editori!"

                Si torna, quindi, su argomenti delicati, e il nostro direttore traccia i contorni di un momento, per così dire, “crepuscolare”: "Un poeta veronese, sconosciuto, mi ha detto una sera:”io non voglio avere pagine bianche nella mia vita”. Come commenta? Ne ha avute, o le teme, oltre all’ horror vacui tipico di chi scrive?"

                "Sono pieno di pagine bianche che avrei voluto scrivere" - afferma - "ma non ho rimpianti né ripensamenti." Poi, sorride, e la sua voce profonda si fa più dolce: "Ho sempre vissuto la vita giorno per giorno, come se fosse l’ultimo. Questo mi dà la forza per godermi la vita fino in fondo, e con questo non intendo i Caraibi o cose del genere, ma vivere con intensità, cercando le soddisfazioni di cui sento la mancanza." Non è solo la sua voce, ad essere profonda. E adesso, consentiteci di esporre una sensazione particolare che ci ha toccati personalmente, a questo punto dell’intervista: è come se la situazione si fosse rovesciata, come se Vittorio Feltri, dopo il leggero ma continuo bussare di Andrea Nocini alla porta della sua intimità, avesse deciso di aprirgli quella porta e di farlo entrare. Cosicché, in questo modo, il vero ospite diventa proprio Nocini. E il nostro direttore, da ospite educato e riconoscente qual è, entra in punta di piedi e parla a voce bassa, per non disturbare. Vale a dire, torna su domande “soft”: "Il mito dello sport che l’ha affascinata di più?" "Sicuramente Maradona" - dichiara, senza indugio - "al di là della persona che è diventato, e che non mi piace affatto, non avevo mai visto abilità così straordinarie. Ho ancora in mente certi suoi gol, azioni, atteggiamenti sti
                  ici, mai gratuiti ma sempre funzionali al gioco. Certo, ci sono tanti eccellenti giocatori, ma come lui non ne ho più visti, e mi piacerebbe vederne un altro, prima di andarmene..." Stessa domanda, argomento diverso: "Il personaggio più importante che ha intervistato?" Altro, lunghissimo sospiro. I quesiti nociniani sono sempre impegnativi. "Ho intervistato quasi tutti gli uomini politici più importanti degli ultimi 20 anni" - riassume - "Ho una memoria speciale per questo campo, anche se mi rendo conto che non a tutti può piacere. Da Berlusconi a D’Alema, fino a quelli emergenti... Però, devo dire, il genere dell’intervista non mi appassiona più di tanto. Preferisco la notizia, l’architettura della prima pagina, l’interpretazione, quelli che molti chiamano “analisi”, anche se è un termine che non mi va. Il giornale mi piace costruirlo, più che curare un dettaglietto. E, poi, mi piace intervenire nelle polemiche: credo sia il settore dove mi trovo più a mio agio."

                  E,a suo agio, il direttore di “Libero” sembra trovarsi ormai anche di fronte a qualunque domanda di Nocini. L’ospite radiofonico, forse senza nemmeno accorgersene, si è già aperto più volte al nostro direttore: lo schermo protettivo è disinserito.

                  Eccolo, allora, il culmine dell’intervista: il risultato di quella che ci diverte avvicinare ad una “seduta psicanalitica” è la disponibilità progressiva di Feltri all’introspezione.

                  Vai, allora, direttore: "Un poeta diceva “questo è il dolore della mia vita: si può essere felici solo in due”. Lei ha mai pianto?" "Sì" - risponde, molto deciso - "mi è capitato, anche se non frequentemente, ma solo 5 o 6 volte... La prima volta non fu quando avevo 6 anni e morì mio padre (prevalse in me la curiosità, più che la coscienza dell’accaduto), ma quando avevo 22 anni e mezzo..." La voce di Vittorio Feltri precipita, facendosi via via sempre più roca e flebile. La commozione è forte, il dolore ancora vivido - "Ero già sposato, avevo due gemelle di pochi mesi e mia moglie morì...aveva 23 anni... Questa cosa mi strappò l’anima..." Il tono è basso, i silenzi insopportabili. "La memoria si affievolisce per tante cose, ma per mia moglie è rimasta intatta... Qualche volta, anche a distanza di tanto tempo, mi capita di sognarla...sono piccoli flash, e questo rinnova il mio dolore..."

                  Dopo una pausa di rispettoso silenzio, il nostro direttore - ancora choccato per aver scavato troppo - e magari involontariamente - nell'intimo del direttore di "Libero" - cala lentamente il sipario: "Direttore, è soddisfatto dell’intervista? Possiamo darci del “tu”?" chiede Nocini. In seguito, il regista ed editore di R.C.S. Filippo Cagalli ci confiderà un curioso fuori onda precedente l’intervista: lo stesso Feltri aveva chiesto a Nocini se preferiva si dessero del “tu” o del “lei”, e il nostro direttore, imbarazzato, aveva optato per un colloquio più formale. Ma, aveva poi proposto una sorta di patto: se l’ospite si fosse ritenuto soddisfatto dall’intervista, si avrebbe chiuso dandosi del “tu”. Infatti: "Sì, preferisco il tu" - cambia tono Feltri, riprendendosi dal momento di commozione - "L’intervista è stata eccellente per quanto riguarda le domande, non altrettanto posso assicurare " - sorride - "per quanto riguarda le risposte da parte mia!"

                  L’intervista si chiude, da parte del direttore di “Libero”, con un “Saluti a tutti, ciao!" dal tono più che entusiasta: sembra, davvero, che Feltri si senta quasi più leggero, dopo lo sfogo.

                  Ma, se permetti, Vittorio, stavolta siamo noi a darti del tu: grazie per la tua sincerità, e per esserti aperto a tutti noi, fortunati ascoltatori e visitatori del sito, in modo così profondo e genuino, e anche per la lunga attenzione che ci hai concesso.

                  <>rivisitazione a cura del nostro Luca Corradi 06.12.05 ore 12.54>

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