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25/3/12
INCONTRI RAVVICINATI: STEFANO ZECCHI

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><>IMPORTANTE E' CHE IO CI AZ-ZECCHI...>>
Nato a Venezia il 28 febbraio 1945, ma, naturalizzato milanese – come sottolinea con una punta di fierezza lui stesso nel corso del nostro colloquio –, il prof. Stefano Zecchi, dopo aver conseguito la Maturità Classica, si è laureato in Lettere e Filosofia. All'attività di docente – insegna Estetica (dal 1984) presso l'Università degli Studi di Milano – l'insegnante di origini venete concilia importanti incarichi, tra i quali ricordiamo quello di Presidente dell'Accademia meneghina di belle arti (dal 2005 al 2006 è stato pure Assessore alla Cultura presso il Comune di Milano). Ha tradotto diversi saggi di Goethe e di Ernst Bloch, diventando così uno dei massimi esperti del significato della bellezza. Oltre una ventina i testi scritti, ultimo quello che ci presenta in risposta alla prima domanda.

Professor Zecchi, in che cosa consiste la sua ultima creazione, creatura editoriale?

“Sì, la mia ultima creatura ha un titolo che prende lo spunto da una frase di mio figlio “Dopo l'infinito cosa c'è papà?”. E questo è un libro che francamente ho fatto fatica a scriverlo perché la casa editrice mi ha chiesto di raccontare in fondo i fatti miei, e allora ho cercato un modo un po' garbato per non essere invadente e poi ho pensato che poi alla fine qualche mia esperienza, qualche mia riflessione poteva essere utile a questo mondo dei padri, che è molto difficile. Il padre oggi ricopre un ruolo delicato, è assente; d'accordo, per fortuna, non c'è più quella figura di padre-padrone, ma, non è che ci sia un modello di riferimento cui poter fare appello nei momenti di incertezza”.

Ha mai giocato a calcio da ragazzo?

“Tuttora, a me piace sciare e andare in barca a vela”.

Il calcio proprio niente...

“Il calcio lo guardo seduto in poltrona, punto”.

Nutre una simpatia per qualche squadra?

“E, certo: per il Milan. Sì, sì”.

Le sarà certamente, immaginiamo, piaciuto Gianni Rivera, il golden boy rosso e nero?

“Eh, magari Rivera! Io sono dei tempi di Nordhal, Schiaffino, Liedholm, di quei tempi lì. Io ho conosciuto quel grande Milan dei quei tempi, degli anni Cinquanta. Sono veneziano, e i veneziani sono un po' tutti milanisti: sa, Rocco era veneto...”

No, era triestino, professore. Il Veneto è, come dice lei, milanista perché ha dato tanti calciatori al “Diavolo” rosso e nero, vedi Bigon, Beraldo, Scala, Malatrasi, Bergamaschi, Biasiolo, Golin ed altri che ora tralasciamo di menzionare.
Tornando al tema del nostro libro, affrontiamo i temi della giustizia, della libertà e del destino. Se noi diciamo giustizia, lei cosa mi risponde?

“Mah, dipende da che punto di vista si vuole affrontare l'argomento”.

L'associamo al sostantivo libertà.

“Mah, è uno dei grandi orizzonti che nella storia della civiltà gli uomini vogliono raggiungere, conquistare, migliorare”.

Se noi parliamo dell'Aldilà, visto che nel suo titolo, e più precisamente nella domanda che le pone suo figlio, si parla anche di infinito, lei cosa mi risponde?

“Insomma, guardi, posso dire che l'Aldilà significa appunto una visione religiosa della propria esistenza. Però, di questi problemi, che sono problemi molto personali, molto legati a una sensibilità discreta, io generalmente preferisco non parlarne”.

Felicità: esiste, è esistita nel professor Stefano Zecchi?

“Felicità, per me, è continuare sempre a desiderare quello che si ha”.

Non è anche coronare un sogno, raggiungere un progetto, una meta prefissata?

“No, certamente, nella propria esistenza i traguardi, le mete raggiunte possono essere occasioni, certo, di felicità, ma, il senso profondo della felicità è sempre avere la propria gratificazione per quello che si sa, perché l'idea di una meta continua da conquistare spesso crea stress, crea tensione, e, quindi, non felicità. Quindi, la felicità a mio parere è questo stato di serenità che si ha nel momento in cui appunto si desidera proprio quello che si ha”.

Cos'è che la commuove e cos'è che le dà più fastidio nella vita di tutti i giorni?

“Mah, sono sempre legati a situazioni di suscettibilità, quindi, magari, a un gesto maleducato, a un atteggiamento aggressivo di chi ti è intorno, una incomprensione, ecco, direi che sono queste situazioni occasionali”.

Che cos'è che la commuove: un magnifico tramonto, la nascita di un figlio, di un nipote?

“Diciamo, in genere, quello che mi suscita commozione, emozione è la tenerezza, la tenerezza che si può avere dal proprio figlio, dai propri cari. Commuove il sentimento di tenerezza che può essere suscitato, appunto, come dice lei, da una realtà naturale, ma, anche da un atteggiamento umano”.

E di che cosa non può fare a meno il professor Stefano Zecchi?

“Fare a meno, le dico la verità, non ci ho mai pensato. Secondo me, poi, uno deve adattarsi a fare a meno delle cose, cioè non pensare che senza qualcosa possa non sopravvivere. E, certo, se io dovessi fare così una rassegna, andrei proprio sul semplice, sugli affetti più profondi, quelli che sono quotidiani e che regolano la mia vita, la presenza del bambino, mia moglie, ciò che insomma scandisce il tempo della mia essenzialità nell'esistenza”.

La libertà è sempre associata alla felicità o viceversa?

“No, no. La libertà è un qualche cosa di estremamente complicato. Molte volte gli uomini sono molto più felici quando non hanno la libertà, perché la libertà ti pone sempre dei problemi di responsabilità, di riflessione, di scelte, di decisioni. La libertà è un grande impegno che si ha nella vita verso se stessi e, soprattutto, verso gli altri. Vede, toglierei l'idea che la libertà rende felici. Io credo che talvolta – purtroppo, devo aggiungere purtroppo – gli uomini non sono felici quando vengono comandati perché non si assumono responsabilità, non hanno problemi, non hanno decisioni da prendere magari faticose che non li fanno dormire la notte; quindi, diciamo così, è sempre complicata la definizione di libertà, ma, certo, sono convinto che di per sé nella libertà, nell'assenza della libertà siano immediatamente riconducibili a uno stato di felicità o di infelicità”.

E chiudiamo con quanto detto da due grandi, Dostoevskij e Schopenhauer, il loro significato di felicità: il primo dice che la felicità è diversa da uomo a uomo, il dolore invece è uguale; l'altro,invece, dice che la felicità è o coincide con l'assenza di sofferenza, di patimento (concezione un po' leopardiana, questa). Qual è la sua riflessione a riguardo?

“Sì, come dice lei, la seconda, quella di Schopenhauer è un po' leopardiana. Io sono più vicino alla definizione di Dostoevskij perché è quella che in fondo non mette dei confini diciamo precisi, invalicabili: lascia una specie di labilità nelle definizioni, e, secondo me, è sempre positivo mai arrivare a delle definizioni rigorose, che poi non si sa bene come gestire. La definizione di Dostoevskij è molto profonda”.

<>Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 22 marzo 2012>

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