Home Archivio Storico Archivio Interviste VIP Archivio: INTERVISTE VIP

Archivio: INTERVISTE VIP

5/5/12
INCONTRI RAVVICINATI: DANIELE MASALA

<

><> MASALA, IL PENTASTORIE>>
Il pentatleta è una tra le più antiche discipline olimpiche. Si distingue dal moderno – impostato su nuoto (200 metri), tiro a segno (arma utilizzata la pistola ad aria compressa), scherma (con spada), equitazione e corsa campestre (3000 metri) – dove prevalevano la corsa, il salto, il disco, il giavellotto e la lotta. Daniele Masala, romano (12 febbraio 1955), conquista per due volte l'oro alle Olimpiadi di Los Angeles, nel 1984, sia individuale che nella gara a squadre (con Pierpaolo Cristofori e con Carlo Massullo).

E' oro anche in un Mondiale, poi, una volta terminata la carriera, diventa cittì della Nazionale italiana, quella che conquista il bronzo nella gara a squadre ai Giochi Olimpici di Barcellona 1992. Laureato in Scienze Motorie, insegna la materia prescelta presso l'Università degli Studi di Cassino. Ha pubblicato diversi ed interessanti libri ed è stato più volte inviato Rai per commentare le Olimpiadi dal 1992 al 2008.
Sposato con Francesca Molinari, è padre di tre figli: Luna, Simone e Matteo.

Prof. Masala, quand'è che da atleta le è venuta per la prima volta la pelle d'oca?

“Quando seppi di essere convocato per la prima volta nella squadra nazionale che partecipava nel 1976 ai Giochi Olimpici. Lascio immaginare a voi cosa aveva significato quella promozione a un giovane, che si stava per la prima volta affacciando alla ribalta nazionale: fu un'emozione fortissima”.

Non ha mai pensato di provare a vincere anche nel decathlon?

“No, perché sono sport talmente diversi, talmente distanti tra loro che pentathlon e decathlon non hanno niente da spartire. E' come chiedere a un tennista di provare a gareggiare nel tennis tavolo. Sono sport simili, ma, estremamente diversi. Il pentathlon non centra nulla con il decatleta”.

Vogliamo rivivere l'oro individuale a Los Angeles 1984?

“Mah, io tagliai il traguardo che ero così contento da non sentire più niente, tanta era la fatica che avevo speso e la felicità di aver trionfato. Ricordo quei momenti come momenti magici, ancora molto vivi nella testa e nella mia pelle”.

Cosa ha pensato in quel momento, anche se il trionfo lo si gusta solamente – dicono – i vincitori a partire dal giorno successivo alla vittoria?

“Anche più del giorno dopo ho gustato la gioia del trionfo: anche quando sono rientrato in Italia. E in quei momenti ho pensato alla gioia infinita per aver finalmente raggiunto a 29 anni un risultato che cercavo da tutta una vita. Grandissima soddisfazione e contentezza ed anche una certa mestizia, un certo vuoto perché intuivo che avevo raggiunto il massimo e che oltre quello non c'era più niente. E' come se fossi arrivato alla fine di una strada, di un bosco, alla fine di un'avventura e quando questa è finita provi una sensazione quasi di stanchezza e voglia di ripetere, rivivere quei momenti che mi avevano edificato l'animo e temprato il corpo. Mi pareva che un ciclo della mia vita si fosse concluso”.

Era come una sorta di Alessandro Magno, che, una volta ottenuta una conquista, si ripiegava mestamente su di sé e diventava mesto perché non c'era all'orizzonte altra terra, Paese, mondo da conquistare...

“Non mi voglio certo paragonare a un grande della storia come Alessandro Magno, ma, se questa è stata la sua sensazione, anch'io mi sono ritrovato in uno stato d'animo identico, simile”.

Il suo rammarico di atleta?

“Non trovo giusto di parlare di rammarichi; piuttosto, mi hanno posto la domanda del tipo che cosa avresti fatto di diverso se potessi tornare indietro. Ragionando, avrei dovuto vincere tre Mondiali in più ed anche l'Olimpiade a seguire, ma, fare un discorso del genere da un uomo che ha avuto tanto successo, che ha avuto tanta visibilità, l'opportunità di cavalcare l'onda più alta del mondo, ebbene, è un po' da irriconoscenti. Bisogna solo dire sono stato un uomo fortunato, ho fatto tante cose belle e averne fatte di più non avrebbe senso. Non ho dunque alcun tipo di rammarico, di mesta retrospettiva che mi tormenta oggi; anzi, vorrei rivivere le stesse vittorie e le medesime sconfitte. Io sono fatto in questo modo perché ho vinto e ho perso”.

La felicità per il prof. Daniele Masala esiste, è esistita?

“Io credo che la felicità esiste, ma esiste solo per attimi; dopodiché restano solo i ricordi della felicità. Ma, questo vale per tutto, non solo per lo sport: la ricerca della felicità esiste. E' come andare in vacanza: uno che tutto l'anno lavora in inverno sotto la pioggia, la neve e stressato dal lavoro, pensa alla vacanza: ecco, la vacanza in sé non è la felicità, ma, è l'aspirare alla felicità, a gustare quella vacanza che ti rende felici più che la felicità di per sé. La felicità è talmente caduca che non esiste, ma, solo compare in brevi momenti. Non esistono periodi felici, si restringono, ci coagulano in pochi momenti della nostra esistenza. Io penso di essere stato felice in alcuni istanti della vita e non solamente nello sport, quando ho conquistato le medaglie, eh”.

Parliamo anche della felicità dell'uomo Masala, non solo dell'atleta...

“Felice per la nascita di un figlio, le prime conquiste, condividere momenti di felicità con la propria donna o avere dei riconoscimenti nel mondo del lavoro, ma, si parla di pochi attimi. Poi, rimane solo il ricordo. Quando hai la medaglia attaccata al collo, l'inno suona, la bandiera tricolore sventola, dura pochi attimi, pochi secondi. Dopodiché resta il ricordo della felicità”.

Cos'è che fa commuovere Daniele Masala nella vita di tutti i giorni?

“Quando sono diventato padre e quindi uomo: e uomo uno ci diventa dopo, col trascorrere del tempo, con l'arrivo delle prime preoccupazioni e dunque l'essere padre lo si capisce dopo rispetto alla mamma. Da quando ho i figli mi commuovono certi figli, sono più facile alla lacrima rispetto a quando ero giovane; che ero più freddo, più determinato. Mi commuovono delle storie, personaggi, problemi di salute che toccano i miei amici; e mi lasciano molto debole, fragile”.

Lei crede in Dio?

“Sì, posso dire di credere in Dio; certo, un po' meno nella Chiesa”.

L'Aldilà esiste e come vorrebbe trovarlo tra cent'anni, quando scoccherà il “black out” sulla vita?

“L'Aldilà non so se esiste, però, una cosa è certa: che se esistesse veramente, noi dobbiamo fare di tutto al di qua per conquistarcelo. Ciò non significa seguire alla lettera i dieci comandamenti, le tavole della legge, ma, essere in pace con se stessi e con la propria coscienza. Essere, dunque, corretti: diceva un filosofo che nel mondo dello sport ci hanno insegnato a distinguere i vincenti dai perdenti, ad essere invincibili, immortali. La realtà è che il mondo si divide in corretti e scorretti. L'Aldilà non lo si conquista solamente conducendo una vita corretta quaggiù e qui è molto più importante rispetto all'Aldilà, perché comportandoci correttamente noi tutti diamo la possibilità agli altri di vivere meglio. Ed è questa l'aspirazione cui dobbiamo, per me, tendere. Ci possiamo conquistare l'eventuale Aldilà se facciamo vivere bene gli altri attorno a noi. L'uomo è un essere sociale che ha bisogno degli altri, e che deve lavorare per gli altri per star bene con se stesso. Non a caso quando si fanno delle opere di carità è più per colmare le proprie lacune, è più per sopperire a delle necessità personali che non per portare a termine quell'azione stessa, per sé stessa cioè senza alcun fine. L'Aldilà è giustificato nel momento in cui nell'aldiqua ci siamo comportati bene, da corretti e non da scorretti”.

Quand'è che si è liberi veramente nella vita?

“Si è liberi nella vita quando si fa quello che si vuole, ma nel rispetto delle libertà degli altri, e si è liberi quando si raggiunge quello che si era prefissato di raggiungere con le giuste azioni. Per quanto riguarda l'atleta, è vincere una grande competizione senza doparsi, con la sola libertà di espressione del mio corpo e della mia testa. Libertà di affermarsi di affermarsi sugli altri, ma di essere anche amico degli altri”.

La giustizia è un'utopia?

“Sì. Io faccio il docente universitario e sono costretto ogni tre-quattro mesi a dare dei voti, e, quindi, a sostenere delle interrogazioni: non c'è niente di più ingiusto che dare voti. Quindi, la giustizia non fa parte dell'essere umano, perché l'uomo non è giusto, non può essere giusto, perché la giustizia appartiene alla perfezione. Noi abbiamo le leggi e le leggi vanno interpretate, ma, sbagliamo continuamente: ecco perché non ci deve essere la pena di morte, perché noi sbagliamo continuamente. La giustizia fa parte di un altro mondo. Oppure possiamo essere più o meno bravi, più o meno corretti, ma, nella giustizia non ci credo: non esiste mai un verdetto equo, giusto”.

Di che cosa non riesce fare a meno il prof. Daniele Masala, laureato in Scienze Motorie e docente nella stessa Facoltà di Cassino?

“Ma, del mio tempo personale: coltivo una miriade di hobby. Devo andare a giocare a calcetto, ho bisogno di correre, di nuotare, piuttosto che suonare la chitarra o il pianoforte, di cantare. Ho bisogno di stare assieme alla mia famiglia, ho bisogno di andare in mare: sarei già morto”.

Lazio o Roma?
“Lazio!!!”

Gioca a calcio a cinque, ci ha appena svelato. E in che ruolo? Attaccante, difensore, centrocampista o portiere?

“Portiere non ci riesco perché io porto gli occhiali. Sono un centrocampista con buone doti di difensore, ma quando mi spingo in avanti riesco anche da fare gol. Un centrocampista con buoni polmoni e piedi discreti”.

Un giocatore della Lazio particolarmente vicino a lei?

“Non sono un tifoso sfrenato: Vincenzo è un amico e un grande ragazzo simpatico; così come è molto simpatico Bruno Giordano: quella squadra lì la conosco perché sono tutti o quasi ragazzi della mia età. Gli ammiro più come amici che come calciatori. In questo momento, chi vedo sopra le righe è Messi, un uomo, al quale non si riesce a stargli dietro, un fenomeno, come dice lei”.

Quand'è che ha pianto di vero dolore l'ultima volta?

“E' successo proprio poco tempo fa: due amici sono scomparsi uno in seguito all'altro a dicembre, e mi sono trovato a piangere e non me ne sono neanche accorto”.

Cosa pensa della morte?

“Assolutamente non mi interessa!”

Scusi, prof., ma vuole dirci che non ha mai pensato al “grande sonno”?

“Certo, non mi interessa morire, ma, arrivi quando vuole, quando decide”.

Ma cosa ci capiterà quando scatterà di qua il black out della nostra esistenza?

“E' un interrogativo che mi son posto molte volte, è una cosa diversa dal piangere per la scomparsa di un amico nel pieno della sua maturità ed abilità lavorativa. Lascia un po' interdetti quando un amico si spegne in modo improvviso. La morte penso che debba venire quando vuole lei: non mi ricordo chi diceva che “chi ha paura di morire muore due volte”. Se uno crede nell'Aldilà e si comporta bene, non deve avere paura di morire, è una bestemmia”.

Lei è romano: la sua adolescenza com'è stata serena, difficile?

“Sono nato da genitori non romani: mah, la mia è stata un'infanzia particolare. Innanzitutto, vengo da una famiglia molto, molto povera: ero un ragazzo estremamente vivace, estremamente estroverso, pericoloso con se stesso, mi facevo continuamente male, stavo sempre all'ospedale. Nei primi cinque anni della mia vita era un continuo avanti e indietro dal Pronto Soccorso. Mio padre ebbe la grande intuizione di portarmi in piscina al Coni, all'inizio degli anni Sessanta, e così sbocciò per il nuoto il mio primo amore. Io ero un poverissimo, e, se non ci fosse stata l'opportunità di fare il nuoto al Coni per pochi soldi, non avrei fatto attività sportiva, non avrei mai fatto l'atleta. Forse, oggi, questi valori, oggi, quando invece si tende ad andare alla privatizzazione esasperata di tutto, dovrebbero essere ripresi, riproposti, recuperati. E mai in un momento contingente così difficile”.

I genitori erano operai, e lei era figlio unico?

“No, io sono secondo di tre fratelli, mio padre era invalido di guerra della prima categoria e quindi non lavorava. Mia padre si occupava di mio padre e prima era infermiera, poi, ha seguito la famiglia quando ha messo su la famiglia. La mamma c'è ancora, non più mio padre”.

<>Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 26 aprile 2012>

Visualizzazioni:2450