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21/6/12
INCONTRI RAVVICINATI: MONS. MARIO CECCOBELLI

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><>CECCOBELLI, IN NOME DI ANTOGNONI>>
Una cittadina, in cui si respira a pieni polmoni la spiritualità francescana, è Gubbio, a Nord di Perugia e di Assisi, nel cuore dell'Umbria. Dal 23 dicembre 2004 a capo della diocesi eugubina c'è monsignor Mario Ceccobelli, nato a Marsciano di Perugia il 14 agosto 1941. Marsciano è anche il paese che ha dato i natali a Giancarlo Antognoni, l'elegante centrocampista della Nazionale e “bandiera”, simbolo della Fiorentina degli anni Ottanta.
A Perugia e ad Assisi, il vescovo Ceccobelli ha frequentato i corsi di Filosofia e di Teologia, iscrivendosi pure alla Facoltà di Scienze Politiche presso l'Ateneo perugino.

Ceccobelli ha ricevuto la consacrazione episcopale dall'arcivescovo di Perugia, monsignor Giuseppe Chiaretti, di cui è stato a lungo segretario. Gubbio, cittadina medioevale davvero fantastica e ricca di manifestazioni: dalla Festa dei Ceri – che si tiene ogni 15 maggio, vigilia del santo patrono Ubaldo, con i ceraioli che portano a spalla e di corsa fino alla basilica di Sant' Ubaldo, alla Processione del Cristo Morto, che si tiene ogni Venerdì Santo, al Palio della Balestra (ultima domenica di maggio), e con l'albero di Natale più grande del mondo. La diocesi di Gubbio comprende una quarantina di parrocchie e conta oltre 45.000 anime. Monsignor Ceccobelli si dimostra subito un gran esperto di calcio. Oltre al prelato in carica ci accoglie anche il vescovo emerito Pietro Bottaccioli, che ci fa dono di “La Diocesi di Gubbio”, un volume corposo (oltre 600 pagine!), che tratta la storia ultra millenaria della comunità cristiana eugubina.

Senta, reverendo Ceccobelli, con comprensibile fierezza ha sottolineato di essere nato a Marsciano di Perugia, come il grande Giancarlo Antognoni...

“Certo, il “nazionale” Giancarlo Antognoni, ma soprattutto “alfiere” della Fiorentina, è nato lì, a Marsciano di Perugia”.

Regista aitante, elegante e dal passaggio lungo e preciso. E dal carattere riservato...

“Era un giocatore che, palla al piede, teneva sempre la testa alta e sapeva sempre dove indirizzare la sfera. I suoi passaggi erano precisi; come Pirlo adesso”.

Ma, anche come Del Piero, o no?

“Certo, ce ne sono pochi oggi in circolazione: grandi giocatori come Del Piero, Boniperti, però, Antognoni era veramente un bel giocatore. E, poi, aveva un senso della posizione unico: era veramente un uomo-squadra”.

Non era, Antognoni, sfacciato come Antonio Cassano, o no, padre?

“Era un uomo molto schivo, molto riservato”.

Ha mai giocato a calcio da bambino, monsignore?

“Certo, ho giocato con la squadra del quartiere, con la squadra della via, ma a livello di gioco da ragazzi, ecco”.

E, in che ruolo?

“Mah, l'ultimo ruolo era l'ala: a suo tempo c'erano le ali ed io ero ala”.

Destra o sinistra?

“Destra, destra; ma, non centra niente con la destra o la sinistra della politica”.

Aveva allora un calciatore delle Figure Panini, che seguiva con particolare stima?

“Mah, io tifavo la Samp; quindi, tifavo quelli della Samp. A quel tempo, però, ricordo solo Sivori, Nordhal: quest'ultimo era un centrattacco di quelli robusti, difficili da buttar giù o da marcare”.

Per quale motivo le piaceva la Samp da bambino?

“Ero innamorato della maglia: era bella, colorata. Mi dava l'idea dell'arcobaleno. Eppoi, c'aveva la croce al centro, la croce dei Doria. E, poi, mi scopro che oggi porto anch'io la croce sul petto, e, quindi, vedi, una profezia”.

Il suo motto episcopale?

“E' “Venga il Tuo regno!”: non l'ho visto da nessun'altra parte. In italiano, eh, perché altrimenti nel latino “Advenia regnum Tuum!” avrei
dovuto chissà quante volte tradurlo e spiegarlo in italiano. Invece, “Venga il Tuo regno!” è bello, sintetico. E, io ci sono, sono qui a promuovere il Regno di Dio, che il Regno dell'Amore e della Pace; della Riconciliazione”.

Una “fede” calcistica nascosta, oltre quella verso Dio, ce l'ha?

“Sì, verso la Samp, come le ho già detto, verso il Gubbio, verso il Perugia: sono nato qui, quindi, respiro l'aria della mia terra, ho fatto tifo per il Perugia quando era in serie A”.

Quando i “grifoni umbri” arrivarono secondi, alle spalle della Juve...

“Secondi e imbattuti. E, perché si ruppe Franco Vannini, che era la colonna della squadra, era il mediano. Poi, ha fatto tanti gol di testa. Quando si spingeva in area di rigore, se arrivava la palla alta la prendeva sempre lui”.

Le piaceva Paolo Sollier, il giocatore politicizzato – che amava salutare la curva dei “Grifoni” con il pugno destro alzato - di quel grande Perugia 1975-76 di mister Ilario Castagner e del presidente, il baffuto Franco D'Attoma, che gettava le fondamenta per il 2° posto tre tornei più tardi?

“Sì, Sollier era un po' di sinistra, ma, giocava”.

Oggi lo chiameremmo un giocatore progressista, riformista...

“Non ho mai pensato all'aspetto politico: quando guardavo la partita a Perugia, mi interessava il gioco, se giocavano bene. Poi, fossero di destra o di sinistra, non mi interessava proprio”.

Ma, in un altro Perugia, sempre guidato da Castagner, quello per intenderci dei records, del clamoroso 2° posto dietro al Milan di Nils Liedholm (44 il Diavolo e 41 il Perugia di Pierluigi Frosio, Salvatore Bagni, di Michele Nappi, di Gianfranco Casarsa, di Walter Speggiorin (stagione 1978-79), non c'era Walter Novellino...

“Oh, siamo ancora amici con Novellino: l'ho conosciuto quando era all'inizio della sua carriera ed era un funambolo, era un'aletta. Lo conobbi la prima volta quando il Perugia era in ritiro a Norcia e con l'allora arcivescovo di Perugia – allora ero segretario dell'arcivescovo di Perugia – ci recammo a Norcia e allora andammo anche a salutare la squadra del Perugia perché c'era il presidente Franco D'Attoma, il presidente grande, eh, bravo, eravamo molto amici. E Novellino l'ho conosciuto lì”.

Pochi calciofili ricordano che prima di assumere la denominazione di “Renato Curi”, lo stadio perugino si chiamava “Pian di Massiano”, proprio per indicare la zona, la spianata su cui si ergeva l'impianto sportivo...

“Perché era la zona che si chiamava Pian di Massiano”.

La felicità esiste, è esistita, e in che cosa consiste in monsignor Mario Ceccoboni?

“Eh, la felicità è una parola grossa! La felicità esiste nella pace che si raggiunge con il cuore. Ma, felicità è una parola troppo esagerata! La serenità della vita: mi piace la vita serena, i rapporti sereni con le persone, soffro molto i conflitti, le incomprensioni, i giudizi, sì, i pregiudizi come mi sta suggerendo lei ora. Bé, di questi non ne parliamone neanche! Però, se c'è la pace nel cuore la vita è bella, la pace nel cuore non può essere bella se non regna la serenità”.

E la giustizia e la libertà sono utopie?

“Sono mete, sono obbiettivi: si cammina verso, si cammina verso la pace, verso la giustizia, sapendo che - oramai alla mia età posso dirlo – in questo mondo la giustizia non c'è. Gli uomini si sforzano di inseguirla, di farla emergere. Basta vedere obbiettivamente le sentenze dei giudici: c'è la sentenza di Primo Grado che condanna, la sentenza di Secondo Grado che assolve, la sentenza del Terzo Grado che ricondanna. Quindi...”.

Come la clamorosa e recente sentenza di Perugia, rivoltata come un calzino, perché è una giustizia non divina, ma terrena, fatta da uomini...che sbagliano perché non perfetti, o no?

“Qualche volta sbagliano in buona fede, qualche volta in cattiva fede, qualche volta c'è chi mescola così tanto le carte ed alza un polverone che non si capisce più cosa c'è dietro, per cui anche chi è chiamato a giudicare lo fa in buona fede, ma, non ha gli elementi per emettere un giudizio obbiettivo”.

Ma, quand'è che saremo veramente liberi?

“Eh, dopo il travaglio del parto”.

Maccome, lei intende il travaglio della morte?

“Ma, è un travaglio anche quello, o no? E io lo chiamo il travaglio del parto la morte, perché entreremo in una vita nuova, la stessa vita che si trasforma”.

Rinascita?

“Esistono, per me, due travagli: quando nasciamo e quando moriamo; perché anche quando siamo usciti dal grembo della nostra mamma abbiamo sofferto, c'è stato il salto nell'ignoto perché allora noi eravamo così bene curati dentro che uscir fuori è stato un trauma. E la morte è lo stesso: la morte è un travaglio, attraverso il quale noi entreremo in una dimensione nuova di vita”.

La madre, il padre, li ha ancora, monsignore?

“No, tutti e due non li ho. La mamma è morta molto giovane e io avevo 15 anni quando la mamma è morta. E lei ne aveva 39. E' morta di embolia cerebrale, nell'anno del freddo, il 1956. Era uscita per fare la puntura a una donna malata, c'era tanta neve, c'era freddo, e rientrò che si sentì male”.

Le sue origini erano povere?

“Sì, i miei erano contadini, sono nato campagna”.

Eravate una famiglia numerosa?

“Avevo solo una sorella. Che ancora vive, e ha tre figli sposati, con 6 nipoti, tre a testa”.

Sa come consolarsi, Eccellenza, allora.

“Sì, non mi è mai mancato niente, perché prima ho avuto una comunità, sono stato parroco e la parrocchia era la mia comunità, la mia famiglia”.

Che cos'è che la commuove?

“Quando le persone si vogliono bene: è il bene, l'armonia, la pace, la pace soprattutto. Quando le persone si aiutano, si sostengono e ne abbiamo tanti, eh, di esempi. Purtroppo, la stampa, i media, la televisione ci fanno vedere le cose brutte e cattive, gli omicidi, le rapine. Ma di bene ce n'è tantissimo: sono stato parroco 13 anni e ho visto tante buone opere, tanto tanto bene. E certo, poi, c'è un po' di male, ma, è inevitabile, no?”

Anche perché – come diceva l'Ariosto – sono sempre le teste di legno che fan chiasso. O come diceva quella famosa frase che sostiene che “fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce...”

“Certo, certo”.

L'Aldilà, monsignore, come sarà?

“La vita non finisce mai: io sostengo – e questo lo sostengo da sempre – che da quando Dio ci ha dato la vita, è eterna. Cioè tornerà da Lui e vivrà in eterno, con il Padre. E l'Aldilà come sarà? Io dico che di là saranno eterni i momenti belli della vita che abbiamo vissuto. Ogni volta che noi abbiamo nella nostra vita terrena sperimentato un momento di gioia, ecco, sarà quella gioia all'ennesima potenza e per sempre. Io credo che di là ci sarà solo sentimento e amore. E Dio è amore. E, se approderemo in Lui, ci sarà solo amore”.

Dio è misericordia infinita, Padre e Madre, per dirla alla Giovanni Paolo II? E fino all'ultimo ci vuole vedere pentiti, o no?

“Certo, ma Lui ci vuole portare con sé, Lui. Gesù è venuto a morire per questo, per portare tutti gli uomini dal Padre, a Casa Sua, con sé. Quindi, Lui farà di tutto per portarci con sé. Dopo, lì gioca la nostra libertà: il nostro rischio è dire “io posso stare da me!” oppure dire “voglio venire con Te!” Io credo che saranno pochi quelli che non vorranno andare da Lui”.

E' vero che il peccato più grave è dire “per me Dio non esiste”, il peccato di orgoglio?

“Certo”.

Il dolore degli altri cosa le trasmette?

“Il dolore degli altri fa soffrire anche me. Noi siamo chiamati a condividere – del resto, quando si ama si fa questo, no? - l'amore, e quando ami una persona condividi i suoi momenti di gioia e di dolore. Questo è il compito del vero cristiano: lo ha detto il Concilio”.

Quand'è che ha pianto di grande e vero dolore l'ultima volta?

“Ho pianto l'ultima volta quando è morto il mio arcivescovo Ferdinando Lambruschini, per il quale sono stato 13 anni segretario: quella, sì, è stata l'ultima volta che ho pianto come un bambino, sì”.

<>Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 20 giugno 2012 >

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