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25/10/12
INCONTRI RAVVICINATI: CLAUDIO GENTILE

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Claudio Gentile è stato uno dei terzini più forte del nostro calcio. Nato a Tripoli, in Libia, il 27 settembre 1953 da genitori italiani che lavoravano nel Paese nord africano per la ricostruzione postbellica, “Il tripolino” - come affettuosamente lo battezzò l'Avvocato Gianni Agnelli al giorno del suo arrivo a Villar Perosa – cresce nelle giovanili della squadra in cui ha sempre sognato di giocare: la Juventus. Nella quale totalizzerà 283 presenze, firmando 9 reti (71 le maglie nella Nazionale Maggiore ed una sola rete). Sotto la Mole Antonelliana, conquista sei scudetti, una Coppa Uefa (1976-77), una Coppa delle Coppe (1983-84), due Coppe Italia (1979 e 1983), mentre si laurea campione del mondo con gli azzurri di Enzo Bearzot in Spagna 1982.

Quand'è che si è commosso dalla gioia in campo?

“Quando ho vinto il Mondiale, in Spagna 1982. Penso che molti italiani lo ricordino ancora, e da un sondaggio fatto è l'avvenimento che i nostri connazionali ricordano di più. Per tanti versi, ci ha anche commosso negli spogliatoi, sull'aereo con il presidente Pertini”.

Il gol più bello dal punto di vista sti
    ico e quello invece più pesante, più importante?

    “Non faccio fatica a sceglierli perché io nella mia carriera ho fatto 11 gol e teniamo presente che ero un difensore, quindi. Diciamo che il gol più bello l'ho fatto contro il Torino, 1-0, ed abbiamo vinto con un mio gol il derby”.

    Di testa?

    “Sì, di testa, esatto. E vincere con un gol che ti dà il successo non va dimenticato. Poi, ricordo un gol bellissimo al Milan; insomma, pochi, ma diciamo importanti”.

    Mister, viene facile associare alla Coppa del Mondo vinta in Spagna con la maglia azzurra nel luglio del 1982 la gioia sua più grande. E' vero?

    “Sicuramente, anche se ha un'uguale valenza aver vinto anche un bronzo olimpico nel 2004 ad Atene, e un oro agli Europei Under 21, sempre nel 2004, ma disputati in Germania. Medaglia, che il calcio italiano non vinceva da settant'anni”.

    Qual è stato il calciatore più forte assieme al quale ha giocato?

    “Nella mia carriera, ho avuto la fortuna di giocare assieme a parecchi giocatori bravi, ma, Platini sicuramente è stato quello che mi ha impressionato di più. Però, io ho giocato per anni con Gaetano Scirea, con Cabrini, con Tardelli, Causio: sono giocatori che hanno avuto tutti una loro grande importanza a livello italiano, europeo e mondiale”.

    L'avversario più forte?

    “Maradona. Ed è stato anche l'unico grande che durante i Mondiali del 1982, al termine della partita, non ha voluto stringermi la mano. Lo hanno fatto tanti altri che ho incontrato in campo, da Zico a Cruijff, per dire, lui, invece no. Il suo carattere, il suo non voler perdere non gli ha consigliato quel gesto tra galantuomini”.

    Che cos'è che le dà più fastidio e che cosa invece la commuove?

    “Mi danno fastidio l'ipocrisia e il tradimento. Mi commuove vedere la riconciliazione tra due persone dopo anni di contrasti sia in ambito sportivo che civile”.

    Lei, nato a Tripoli, immaginiamo fosse figlio di italiani che hanno ricostruito l'ex colonia italiana...

    “Sì, mio padre faceva il costruttore edile”.

    Come è stata la sua infanzia all'estero?

    “Ottima, anche perché i miei genitori, disponendo di qualche soldo, non mi hanno mai fatto mancare nulla. Siamo venuti via quando io avevo 8 anni, appena in tempo per evitare le persecuzioni avviate da Gheddafi contro i lavoratori italiani. Mio padre era interista ed io per contrasto tifavo Juventus, la squadra in cui sognavo un giorno di giocare”.

    Se non avesse fatto il calciatore, che cosa le sarebbe piaciuto diventare?

    “Ho sempre abbracciato due grandi passioni: il calcio e la bicicletta. Credo che se avessi messo la stessa passione, lo stesso impegno e la stessa serietà nello sport del pedale, sono sicuro che avrei potuto avere un futuro”.

    Cos'è che la rende felice?

    “Io credo che ognuno di noi, alla mattina, quando si alza, debba avere già in testa un programma di quello che deve, vuole fare durante la giornata. Raggiungere certi obbiettivi, ti dà felicità, soddisfazione”.

    E' cattolico?

    “Sì, credo in Dio, se è questo che lei mi vuol chiedere. Anche se non sono un vero praticante, però, credo che ognuno di noi qui in terra deve guadagnarsi il posto nel Paradiso”.

    Come se l'immagina l'aldilà, e chi vorrebbe incontrare, riabbracciare un giorno?

    “No, i miei genitori, per fortuna, li ho ancora qui. Credo che di là esista un Inferno e un Paradiso, dove da una parte esistano patimenti e uomini come gli antichi schiavi romani che sono condannati a tirare il carro imbrigliati nelle catene. Nel Paradiso ci saranno, secondo me, i giusti, le persone che hanno agito nella loro vita con onestà, hanno rispettato se stessi, il prossimo, i comandamenti. Anch'io ho commesso i miei peccati, per carità, ma, cerco, alla mia maniera, di riparare, di farmi perdonare da Dio con azioni od opere meritevoli”.

    E in Paradiso, scommettiamo, lei voglia riabbracciare il suo compagno di tante battaglie: Gaetano Scirea...

    “Sì, Gaetano era un signore in campo e fuori del campo. Lui sì che se lo merita il Paradiso. Mi immagino di vederlo alla porta, come San Pietro, e di indicare ai buoni la strada del Paradiso e ai cattivi quella dell'inferno, della dannazione”.

    Un particolare, un aneddoto tra lei, Gentile, e l'avvocato Gianni Agnelli...

    “Quando arrivai alla Juventus dal Varese, mi ricordo che un giorno durante l'allenamento ci venne a trovare l'Avvocato, dicendo di voler conoscere il “Tripolino”. Mi ricordo che mi nascosi dietro a Morini e a Furino, tanto mi emozionava fare conoscenza con un personaggio che avevo visto, conosciuto guardando le foto apparse sui giornali”.

    Michel Platini: una battuta, un ricordo del grande asso transalpino...

    “Una volta, l'Avvocato colse Platini con la sigaretta in bocca e gli disse che uno sportivo non doveva fare quelle cose lì. Allora, Platini, in tutta risposta, ribatté: “Presidente, importante per la squadra che non fumi Bonini”. Era uno, Platini, dalla battuta facile, un grande in tutto. Ma, ai campioni come lui, come Rivera e Di Stefano, che sono intelligenti, la battuta intelligente e ricca di buon senso non fa fatica a
    uscire dalla bocca”.

    Lei, mister, ha vinto tutto: cos'è che manca nel suo ricco medagliere, serba un rimpianto particolare?

    “Sì, è vero, ho vinto molto. L'unico rimpianto è stata la sconfitta nella finale di Coppa dei Campioni contro l'Amburgo, per 1-0. Venivamo dalla vittoria del Mondiale di Spagna (molti degli azzurri giocavano nella Juventus) e forse si doveva rispettare di più una squadra, quella tedesca, che, se era arrivata fino in fondo, aveva i suoi grandi meriti”.

    Si ricorda un rigore sbagliato, un'espulsione clamorosa?

    “Contro i belgi del Bruges, sbagliai il rigore. Invece, venni espulso per un fallo di mano in area, ed era entrato da poco in vigore il provvedimento che prevedeva l'espulsione per chi commetteva quel tipo di irregolarità, di errore. So che me l'hanno fatta pagare i giornali, le statistiche europee, e il quotidiano londinese “The Times” mi ha addirittura messo all'ottavo posto nella classifica dei difensori più cattivi, più rudi del mondo. Mah, io l'ho trovata una grande ingiustizia, perché sono uscito quasi sempre dal campo scambiandomi la stretta di mano con l'avversario di turno!”

    Libertà: quand'è che siamo veramente liberi?

    “Quando, nella vita, riusciamo a fare quello per cui ci sentiamo portati e non dipendiamo quindi dagli altri o da un capo”.

    E, la giustizia; lei crede nella giustizia?

    “In Italia sono convinto che esistono dei bravi giudici, che non si fanno influenzare né dalla politica né da altri motivi. Certo che sono sempre di meno”.

    Quindi, stando a quanto ci ha fino ad ora confessato, per lei, mister, giustizia è uguale a meritocrazia, o no?

    “Sì, direi proprio di sì. Io mi sono sempre dato da fare, fatto da solo, impegnandomi sia come calciatore che come allenatore”.

    La gioia più grande, dunque, la vittoria azzurra in Spagna 1982; la delusione, invece, la Coppa dei Campioni perduta contro l'Amburgo?

    “Mah, guardi che io ho provato una sensazione incredibile, una gioia che non avrei mai pensato di vivere, quando ho conquistato alla guida dell'Under 21 l'oro olimpico. E' stato molto bello condividere quei magnifici stati d'animo a tavola con atleti di altre razze, altri Paesi e confessioni. Si è respirato una sorta di terzo tempo rugbistico e si sa che è un appuntamento tanto atteso, quello olimpico, una vetrina così importante, che ti può capitare improvvisamente in gara – o durante la fase di riscaldamento o di preparazione - un infortunio, oppure mancare di un millesimo di secondo il traguardo o il bersaglio di un millimetro, che vedi, in breve tempo, andare in fumo sacrifici, rinunce, attese durate quattro lunghi anni!”

    Ma, è vero che nei suoi anni trascorsi alla Juve il falegname doveva passare ogni settimana per aggiustare panchine, lavagna, sedie nel vostro spogliatoio? La Juve, insomma, non doveva soltanto vincere, ma anche convincere?

    “Sì, è vero, ma, questo serviva a formare il cosiddetto spirito di gruppo. Che squadra è quella, in cui ognuno pensa per sé e s'impegna quando vuole? I confronti accesi tra noi giocatori bianco-neri, sempre affamati di vittoria, servivano a cementare il gruppo, all'affiatamento generale”.

    Dei sei scudetti vinti nella Juve, qual è quello che le è rimasto più tatuato nel cuore?

    “Ogni scudetto è bello di per sé. Quello conquistato nel 1976-77, all'ultima giornata, con la città divisa in due e in cui si vivevano situazioni particolari. Trionfammo con un punto di vantaggio sui forti “cugini” del Toro. Che avevano trionfato l'anno prima. Ma, mi creda, tutti gli scudetti sono indimenticabili!”

    <>Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it, 24 ottobre 2012>

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