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15/12/12
INCONTRI RAVVICINATI: GIANCARLO BERCELLINO

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Da non confondere col fratello, il più giovane ed attaccante di ruolo Silvino, Giancarlo ha vissuto gli anni più felici da calciatore nella Juventus di mister Heriberto Herrera, il “sergente di ferro” che chiedeva ai suoi atleti di correre anche distanti dalla palla (“movimiento” era il suo credo, il suo urlo!). Già, una sorta di “pupillo” del trainer paraguagio, verso i cui metodi ferrei mostrava insolenza il grande asso Omar Sivori, “el cabeson” argentino. Ma, non era poi difficili intuire l'idillio o la facilità di Bercellino I° di trovarsi sulla stessa lunghezza d'onda del mister sudamericano: carattere adamantino, nervi d'acciaio, zero spazio alle comprensibili emozioni e commozioni di turno. Ecco, queste le caratteristiche del difensore bianco-nero che, assieme a Castano, creava la diga, la linea Maginot, oltre la quale non doveva passare l'avversario, sia si chiamasse Inter, Milan, Bologna o Fiorentina.
“Il Berce” con la Vecchia Signora torinese flirta per 8 stagioni (dal 1961 al 1969, per un totale di 154 presenze e 10 reti), conquistando lo scudetto che l'Inter si vide scucire al “Danilo Martelli” di Mantova dai virgiliani, e, in particolare, dall'ex interista Gegè Di Giacomo, nel maggio del 1967. Ma, non bisogna dimenticare che Bercellino I° era cresciuto sotto gli occhi esperti del padre Teresio, mister del Borgosesia, per poi andare a farsi le ossa in quell'Alessandria in cui debuttò un certo Gianni Rivera.
Una sola la Coppa Italia (edizione 1964-65) conquistata – sempre con la maglia bianco-nera -, poi, qualche (6) presenza in Nazionale (nella semifinale vinta contro la Russia dall'Italia agli Europei poi vinti dagli azzurri lui c'era in campo), dove, appunto, brilla l'oro degli Europei vinti a Roma a spese della corazzata della Jugoslavia.
Quindi, l'addio, forse un po' precoce, al calcio, dopo aver militato (1969-70) nel Brescia e senza aver mai giocato una partita ufficiale, una volta trasferitosi a Roma, nella Lazio. E la preoccupazione, divenuta col tempo più forte, di seguire più da vicino e meglio l'azienda di filati che aveva aperto qualche anno prima.

Bercellino, quand'è che le è venuta la pelle d'oca da calciatore?

“A dirle la verità, non mi è mai venuta. No, perché purtroppo se un calciatore in campo si emoziona, perde l'ottanta per cento delle sue possibilità di fare bella figura”.

Ma, noi parlavamo non di paura, di timore verso l'avversario, ma, in conseguenza a qualcosa di molto piacevole...

“La gioia, cosa vuole, quando si vincono le partite si è tutti felici. Quando uno ha in mente la carriera e inizia da bambino, riesci a ponderare le emozioni. Giocando fin dall'età di quindici anni nella Juventus, si vinceva quasi sempre. Sono arrivato alla Prima squadra abituati alla gioia della vittoria”.

Suo padre Teresio, allenatore del Borgosesia, è stato quello che l'ha iniziato al calcio, o no?

“Sì, certamente, anche se la passione per uno sport ti deve nascere da dentro, nessuno può trasmettertela”.

L'avversario più duro con cui ha dovuto fare i conti?

“Avversari bravi, guardi, ce ne sono stati tantissimi. A metterne uno in prima fila, potrei dimenticarne degli altri”.

Proviamo a schierarli, allora?

“Ho incontrato Puskas, Albert, Eusebio, Mazzola, Altafini”.

Albert, dove giocava?

“Nella Nazionale ungherese. Florian Albert”.

Ma, chi gli ha lasciato il segno?

“Quando si gioca, si cerca a fine partita di salutarsi e di rimanere in buoni rapporti. Con il consenso degli avversari; che vada bene o che vada male, non dovrebbero nascere più discussioni”.

Non è mai stato espulso?
“No, no”.

Mai calciato un rigore, mai firmato un autogol?

“Rigori ne ho fatti abbastanza. Un'autorete l'ho fatta a Roma, in Roma-Juventus, gara finita per 1-0 a favore dei giallo e rossi. Eravamo sulla riga bianca, la palla ha picchiato sulla mia gamba ed ho fatto autogol”.

Chi aveva calciato?

“Ricordo che fu un'azione nata da un calcio d'angolo, si accese una mischia, il pallone mi ha picchiato su un ginocchio e mi è andato dentro. E' stata un'autorete nettamente fortuita”.

Il rigore più clamoroso segnato e quello fallito?

“Ai quarti di finale, contro l'Eintrascht di Francoforte, a Torino al novantesimo. Purtroppo, o si passava il turno o si veniva eliminati: e il gol l'ho fatto e si è passato il turno, andando ai quarti. Quello sbagliato? Ne ho sbagliato uno in tutta la carriera a Verona. L'ho tirato fuori e non mi ricordo chi c'era in porta degli scaligeri”.

Decisivo quell'errore?

“No, perché al “Bentegodi” ha fatto gol Anastasi e terminò in parità”.

Conserva qualche rammarico come calciatore?

“Mah, rimpianti non ce ne sono perché è inutile ora recriminare sul passato. E' successo che ho smesso troppo presto perché dopo Brescia, sorsero tutte quelle complicazioni sul mio trasferimento: dovevo andare alla Lazio, non si sapeva più di chi era il mio cartellino, era nata una confusione che non si capiva più. A quel punto, ho pensato di metter su un'attività e che era inutile cambiare ogni anno città e società quando avevo avviato un'azienda di filati”.

Due i Bercellino, perché esiste anche Bercellino II, Silvino...

“Ha girato un po' dappertutto: Juventus, Palermo, Mantova, Monza, Livorno”.

Ma, il Bercellino più noto è lei.

“Sono stato tanti alla Juventus, di conseguenza, i successi li ottieni. Invece, lui, seppur attaccante e sempre prolifico dove è stato, continuava a girar piazze”.

Un ricordo, un particolare, una battuta del dottor Umberto Agnelli, suo presidente.

“Ricordo una partita, in cui abbiamo giocato a Madrid, in semifinale di Coppa dei Campioni, io ero agli esordi, avevo 19 anni, ed abbiamo vinto 1-0. E, Umberto Agnelli, che aveva seguito la partita dalla tribuna, è rimasto soddisfatto, è sceso a complimentarsi con tutti i giocatori per la bella prestazione offerta. E con me in particolare perché quella volta coincise con il mio esordio”.

Le affibbiavano un qualche soprannome?

“Mah, Gildo Panza mi ha chiamato “Berceroccia”. Sono quelle cose che nascono e che poi proseguono”.

Allora, lei era un duro...

“Ma,no: ero un duro, ma senza mai essere squalificato. Cercavo di farmi sentire in campo, di giocare sull'anticipo, di commettere il minor numero di falli, di giocare il più correttamente che si poteva”.

Era superstizioso?
“No, assolutamente!”

In Nazionale, chi giocava nel suo ruolo allora?

“Nel mio ruolo c'erano diversi giocatori. Ho giocato in Inghilterra, ad Asiago, poi, fui fatto fuori dall'allenatore Fabbri. Invece, quando abbiamo vinto nel 1968 gli Europei a Roma, Valcareggi mi ha riconvocato, ho giocato la semifinale contro la Russia, poi, mi sono infortunato e la finale l'ha giocata l'interista Guarnieri. In azzurro, in quegli anni, il cittì Ferruccio Valcareggi puntava sulla coppia difensiva Castano-Bercellino o Bercellino-Picchi”.

Il rapporto tra lei e il “sergente di ferro” Heriberto Herrera...

“Mi ha allenato cinque anni, lui aveva le proprie idee, ci ha fatto ottenere dei buoni risultati. Era un uomo da ammirare perché era già uno con la mentalità moderna. Era uno con un sacco di idee nella testa e riusciva a sfruttare al massimo i suoi giocatori”.

E lo scudetto che avete vinto a Mantova per quel gol del virgiliano Beniamino Gegè, l'ex interista di turno, e complice la papera di Giuliano Sarti? E' l'unico che lei ha vinto in anni di Juve, o no, oltre alla Coppa Italia?

“A Mantova l'ha perso l'Inter, noi abbiamo vinto a Torino. Vinto poco in bianconero? Purtroppo, sono stati gli anni in cui abbiamo avuto diverse difficoltà come squadra. Dal presidente Umberto Agnelli siamo passati a Catella, e poi c'è stato un po' di rammodernamento. Si è cercato di recuperare soldi, e le cose non andavano bene per la Fiat. Per cui mancavano gli investimenti e le prospettive non erano delle più rosee. E' stato un periodo un po' balordo, ecco”.

Il calcio l'ha reso felice?

“Nel calcio io ho sempre cercato di dare il massimo, poi, sono stato felice perché ogni partita era una sorpresa, e non ho mai avuto problemi con nessuno. Il calcio, purtroppo, ti dà tanto e ti toglie tanto perché la gioventù la perdi e paghi poi le conseguenze”.

Nel senso che fatica fatica a conciliare lo sport con gli studi oppure ha ritardato l'avvio dell'azienda?

“No, l'attività l'avevo già messa in piedi, mentre giocavo. Quando stavo per finire, avevo già la filatura”.

Quale è stata la parte negativa del suo calcio?

“Non saprei, perché infortuni gravi per cui non avrei potuto più giocare non l'ho subito. Ho conosciuto tanti ragazzi bravi, che poi si sono persi per strada e promettevano tantissimo”.

Lei Giancarlo crede in Dio?
“Eh sì”.

Ma, nell'aldilà c'è qualcosa, come se l'immagina?

“Mah, speriamo che sia bello come di qua. Non lo so come sarà: importante è che quando andiamo di là siamo tranquilli e non abbiamo problemi, quelli che non ho avuto neanche di qua. Importante che di là ritroviamo tutti i nostri compagni e nostro Signore”.

Chi, ad esempio, per primo?

“Eh, ce ne sono tanti, purtroppo: da Salvadore, Charles, Sivori, Da Costa, Meroni, Rosato. Se guardiamo dietro, c'è una fila che non finisce mai!”

Il più forte attaccante non è stato forse Gigi Meroni, la “farfalla granata”?

“Io ero amico, abbiamo giocato contro diversi derby, ma, ce ne sono stati tanti perché dire che uno era più bravo di un altro è come fargli un affronto, un torto. Altafini, Eusebio, Mazzola, come si fa a dire che uno era migliore dell'altro?”

La sua bestia nera, chi era?

“Non saprei. Altafini, in una delle prime partite che avevo giocato nella Juve, nel 1960, nel 1961, lui con la maglia del Milan mi aveva fatto due, tre gol. Poi, dopo non ha più segnato. Avevo pagato caro il noviziato, eh. Ma, Altafini, vero, era abituato a farli. Una volta si giocava con un altro sistema, senza libero, senza niente, senza aiuto ed uno si doveva aggiustare come poteva. E Josè come arrivò in Italia era micidiale. Poi, aveva Rivera, che gli faceva dei lanci millimetrici e il Milan era una squadra forte”.

Il più forte avversario italiano contro cui ha giocato?

“Mazzola, Boninsegna, Rivera: anche se quest'ultimo, a differenza dei primi due, non lo marcavo io. Rivera era unico perché non c'erano calciatori come lui: è nato con la classe. Quando la Juve a 18 anni mi ha dato in prestito, mi ha girato all'Alessandria, appena retrocesso in serie B. In quei “grigi” in cui aveva esordito in A l'anno prima proprio Gianni Rivera”.

Quand'è che ha pianto di grande dolore?

“Eh, quando è morto mio padre Teresio. Aveva 69 anni”.

Lasciando da parte il calcio, cos'è che la commuove nella vita?
“La nipotina che ho. Si chiama Chantal. La vedo così vivace, ogni impara qualcosa, è una novità continua. E' figlia dell'unico figlio che ho, Gianluca”.

Non ha paura di morire: mi sembra un tipo freddo...

“Quando scoccherà la nostra ora, bisognerà partire. Che cosa ci vuoi fare. Anche se non si sa mai cosa possa succedere nella vita, abbiamo tutto segnato”.

Lei è come la battuta sagace di Woody Allen, quella che dice che se dovesse bussare alla porta di casa la morte, io cercherò di non esserci”.

Chi le piacerebbe che la chiamasse a Natale: l'attuale presidente della Juventus Andrea Agnelli, Berlusconi, Bersani?

“Mah, non lo so, guardi, lasciamo stare la politica che è meglio”.

<>Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it, 15 novembre 2012 >

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