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12/2/13
INCONTRI RAVVICINATI: MARINO PERANI

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Marino Perani ha legato il suo nome al Bologna dell'ultimo e storico scudetto vinto dai felsinei nello storico spareggio dell'”Olimpico” di Roma a spese della Grande Internazionale del “mago” Helenio Herrera, fresca del trionfo in Coppa dei Campioni. E' il quinto giocatore ad aver indossato più volte la maglia dei rosso e blu emiliani (415 le sue presenze in gare ufficiali), ma, è anche uno dei “fedelissimi” del Bologna per aver militato ininterrottamente dal 1960 al 1974 (296 partite e 61 reti con i rosso e blù). Bergamasco – di Ponte Nossa, dove è nato il 27 ottobre 1939 -, Perani ha fatto coppia fissa in attacco con un'altra gloriosa “bandiera” del Bologna: Ezio Pascutti. All'ombra della torre degli Asinelli e della Garisenda, la minuta ma molto tecnica ala lombarda conquista una Mitropa Cup (1961), due Coppe Italia (1970 e 1974) e una Coppa italo-inglese, avendo la meglio sul Manchester City (1961). L'esordio, giovanissimo nell'Atalanta, in serie A (1956-57), poi, il tirocinio nel Bologna e nel Padova (1959-60) di “paron” Nereo Rocco.

Fa parte della “Nazionale della vergogna”, quella presa all'arrivo in Italia ad ortaggi per l'incredibile sconfitta, ai Mondiali del 1966 in Inghilterra, patita per mano dello sconosciuto odontotecnico nordcoreano Pak Doo-Ik, all'”Ayresome Park” di Middlesbrough. Un gol che eliminò gli azzurri e che rese famoso un omino della classe 1942, cittì alle Olimpiadi di Montreal della squadra del suo Paese nel 1976, e teodoforo ai Giochi di Pechino del 2008. Quattro solo le maglie con gli azzurri guidati da “Mondino” Fabbri, ed esordio col botto a Bologna – martedì 14 giugno 1966 – contro la Bulgaria, alla quale segnò il suo primo ed unico gol dopo circa una mezz'oretta. Perani ha chiuso la carriera nel Toronto-Metros Croatia, nel 1975, per intraprendere subito la carriera di allenatore: è stato a Bologna, Udine, Brescia, Salerno, Parma, Padova, Sanremo, Reggio Emilia, Ravenna e alla guida dei bolognesi dell'Iperzola.

Senta, mister, qual è stato il momento in cui le è venuta la pelle d'oca da calciatore?

“La pelle d'oca mi è venuta quando ho fatto la prima prova col Bologna: venivo, giovanissimo, dai ragazzi dell'Atalanta e subito i dirigenti mi chiesero se potevo rimanere nel capoluogo emiliano. Avevo capito a 16 anni che c'era un apprezzamento, un riconoscimento alle mie qualità e da lì è partita la mia carriera. Ed è iniziato il mio grande divertimento, si è avverato il mio grande sogno”.

Il gol più bello, quello più importante?

“E lì andiamo un po' sul filo dei ricordi, torniamo indietro di ben cinquant'anni. Ho avuto la fortuna di fare tanti gol, difficile dire il più bello, il più importante. Naturalmente, quello dell'anno dello scudetto, all'Inter, nostra antagonista. Di piede, visto che ero più destro che sinistro”.

Mai sbagliato un rigore, mai stato espulso?

“Rigori ne tiravo, e credo di aver sbagliato uno o due rigori, non ricordo quali. Però, ero uno che li tiravo bene perché li facevano calciare sempre a me”.

Cosa ha provato quando ha conquistato all'”Olimpico” di Roma il settimo (ed ultimo fino ad ora) scudetto del Bologna nello spareggio del 7 giugno 1964, quello vinto per 2-0 contro la Grande Inter, fresca del trionfo in Coppa dei Campioni e quattro giorni dopo l'improvvisa ed inaspettata scomparsa del vostro presidente Renato Dallara (si dice in seguito a un infarto, insorto dopo un violento battibecco con il suo omologo interista, il cav. Angelo Moratti)?

“Sono state tutte combinazioni, circostanze che hanno esaltato questa nostra prodezza perché era l'avversario più temuto allora in Europa, direi al mondo, ed averlo battuto ingenerò in noi una grandissima soddisfazione”.

L'avversario più forte contro cui ha dovuto misurarsi?

“Mah, direi che ho fatto molta fatica confrontarmi contro un giocatore il cui compito era più che altro suo: Facchetti. Soprattutto, nella gara dello spareggio, io ho fatto più il terzino io di lui perché avevo ricevuto dall'allenatore Bernardini il preciso compito di non farlo giocare, di non lasciarlo andare avanti perché era pericoloso”.

Il marcatore, invece, che l'ha fatto impazzire?

“(Sorriso): Burgnic, bravo, mi hai fatto venire in mente proprio il nome giusto! Burgnich era deciso, ma non violento, cattivo; però, era l'avversario più duro da sgusciargli via, uno dei più ostici da battere e da incontrare”.

Il più grande attaccante dei suoi tempi?

“Per me, era Bulgarelli perché faceva non solo il centrocampista, ma all'occorrenza aiutava tutti i compagni di squadra. E Haller, che aveva la fantasia e la classe migliore di tutti”.

Pianse quando alzò a Roma – in occasione della conquista dello scudetto – le braccia al cielo, o era un freddo?

“Sono sempre stato un tiepido, non un freddo vero e proprio; però, l'entusiasmo lo avevo anch'io, magari lo manifestavo in altra maniera”.

Era superstizioso?

“Mah, abbastanza: se c'era qualche rito o qualche oggetto che poteva darmi fastidio, irritare la mia suscettibilità, lo evitavo. Che so, fare una cosa con la mano sinistra invece con la destra, stupidate!”

Mai espulso?

“No, credo proprio di no: perlomeno, non lo ricordo”.

Come giocatore dei suoi tempi chi è stato il più grande; restiamo in Italia?

“Direi che il Milan aveva due mezzali, che erano una più forte dell'altra: Rivera e Lodetti”.

Più bravo Rivera o Mazzola?
“Rivera”.

Lei ha giocato in Nazionale e le è toccato di vivere l'onta dei Mondiali in Inghilterra...

“Quella sfortunata, contro la Corea, in cui era stato espulso subito Bulgarelli, siamo rimasti in dieci e siamo andati a perdere una partita, roba da matti!”

Cosa ha provato: dispiacere, rabbia, vergogna?

“Oltre il dispiacere, la vergogna di aver perso contro una squadra alla quale, come valore in sé, potevamo dargli sei-sette gol. Una volta espulso Bulgarelli, subentrò in noi tanto nervosismo e non siamo stati più capaci di esprimermi come sapevamo, come potevamo”.

Dicono che l'allora cittì Mondino Fabbri, dopo quella disfatta, non si riprese più dallo choc...

“Bé, Fabbri accuso questo smacco, questa botta anche sotto il profilo proprio del suo lavoro: non è stato più lui”.

Anche perché fu lui a scegliere il blocco del Bologna, o no?

“Eh sì, ormai Inter e Bologna erano le squadre del momento, le più forti”.

Il più bel complimento ricevuto da un giocatore, allenatore, presidente avversario?

“Dall'allenatore del Milan, Gipo Viani: si complimentò con me a fine gara percome avevo affrontato l'avversario, interpretato la partita”.

E Perani come era in campo?

“Nel mio ruolo ero un'ala destra, direi anche moderna, perché facevo un doppio lavoro: ero bravo nel saltare l'avversario, andare sul fondo e crossare al centro dell'area, dove c'era Pascutti che ha fatto tanti gol perché quando avevo la palla io, lui sapeva già dove la mettevo e quindi sapeva dove posizionarsi per concludere. E anticipava tutti, incornando di testa in rete. Sono tutti episodi che mi fai ricordare e che mi fanno piacere riviverli ora”.

Più bravo Nielsen, Perani o Pascutti là davanti?

“Stiamo parlando di tre giocatori di un certo rilievo e con caratteristiche diverse e con propri ruoli”.

Il presidente Renato Dallara, che non fece nemmeno in tempo a provare la grande gioia nel vedere la sua squadra pochi giorni dopo cucirsi lo scudetto sul petto, che tipo era?

“Dallara con me era un fenomeno, perché quando dovette prendermi e sottopormi il contratto, era un po' laborioso, un po' spigoloso nella stipula. Lui era un birichino che mi prendeva proprio come fossi suo figlio e mi diceva: “Senti, Marino, tu devi solo fidarti di me, e poi vedrai che quello che non prendi oggi lo prenderai domani. E poi se vuoi parlo anche con tuo padre, glielo dico anche a lui!” E mio padre mi rimandava alla decisione tutta mia. Non credevo di trovarmi così bene in una città lontana dal mio paese, sai le abitudini, Invece, Bologna mi ha preso dal punto di vista della mentalità della vita extracalcistica, è stata l'ideale. Sono molto più aperti i bolognesi dei bergamaschi”.

Il papà, cosa faceva?

“Oltre a condurre l'azienda, faceva anche lui l'allenatore della squadra del paese, era molto sportivo, e quando c'era qualcosa da dire lo faceva a ragion veduta e non a digiuno. Conosceva Cominelli, aveva sposato la sorella di Cominelli, il quale aveva giocato nell'Atalanta, ed aveva un negozio sportivo”.

Il calcio, dunque, era di famiglia...
“Sì, sì”.

Ha pianto di più quando è morto improvvisamente il presidente Dallara o recentemente Giacomo Bulgarelli?

“Impossibile dirlo, perché il dispiacere provato è stato grossissimo per tutti e due. Direi di più per la scomparsa di Bulgarelli, perché era giocatore come me e ha vissuto tantissimi episodi che ho vissuto anch'io”.

In campo, cosa continuava a raccomandarle “Bulgaro”?

“Mah, “Bulgaro” non parlava molto perché io e lui ci capivamo con un solo sguardo. Se dovevo partire, scattare, se dovevo andargli incontro bastava un cenno con la mano, uno sguardo: era il collega migliore che potevo avere vicino”.

Mentre Nielsen?

“Era un altro di quei giocatori, inspiegabile sotto certi punti di vista perché quando aveva la palla a centrocampo, non ho mai visto nessuno andare diritto in porta dentro l'area di rigore senza che nessuno riuscisse a fermarlo. Aveva un cambio di velocità quando correva che riusciva a puntare diritto. Molti vanno a destra o virano a sinistra, lui, no, da metà campo andava diritto come un diretto in area”.

L'ultima volta che hai pianto è per la scomparsa della moglie?
“Eh sì, direi proprio di sì”.

E' mancata presto?

“Eh sì, molto giovane; è già passato un po' di tempo, io ho già 73 anni!”

Per un brutto male o in seguito a incidente stradale?

“Sì, sì, per un brutto male”.

Figli?

“Tre maschi e cinque nipotine, tutte femmine, strano ma vero!”.

<>Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it, 10 febbraio 2013 >

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