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16/2/13
INCONTRI RAVVICINATI: WILLIAM NEGRI

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><>IO WILLIAM NEGRI, NON ANDAVO SOLO A CARBURO!>>
William Negri ha fatto la storia del Mantova, che in quattro stagioni di un'escalation mozzafiato e storica, ha guadagnato gli scalini della massima ribalta, partendo dai dilettanti della serie D. Non per niente, quel Mantova – con direttore sportivo il giovane Italo Allodi e l'emergente Edmondo (Mondino) Fabbri da Castel Bolognese – fu chiamato per la sua favola il “Piccolo Brasile”. E, al “Martelli”, in una notte di agosto del 1961, i virgiliani di Gustavo Giagnoni, Gigi Simoni e Gaetano Salvemini affrontarono il Santos del grande Pelè. Una Mantova sorniona, che ha sempre goduto del suo dorato isolamento geografico nel cuore della pianura Padana, assicurato dalla natura, e voluto dalla faticosa quanto serena vita dei campi. Una vertiginosa parentesi, quella in bianco-rosso, nella terra cara a Virgilio e a Giulio Romano: una santabarbara di fuochi di artificio, servita da trampolino di lancio al pallavo
    a di Governolo di Roncoferraro (è nato il 30 luglio 1935), sulla strada che conduce a Ostiglia.

    Una sorta di tirocinio eccezionale, sui generis, ed esaltante, che è servito per vivere, qualche stagione più tardi, l'epopea dello storico scudetto – il settimo della storia degli emiliani - vinto con la maglia del Bologna di mister “Fuffo” Fulvio Bernardini, il 7 giugno 1964, a Roma. Non solo, ma anche per assicurare a Negri la brevissima quanto intensa (12 presenze) parentesi con la Nazionale, architettata dal suo ex trainer “Mondino” Edmondo Fabbri.
    Un'elevazione fino al cielo, un balzo da trapezista da circo, tuffi da un palo all'altro, uscite spericolate, favoriti dall'altra sua grande passione giovanile, quella per il volley, esercitata anche nel Bagheria, durante il militare. Ma, “Carburo” - curioso ma incisivo appellativo ereditato per conto del padre, caseario prima poi anche operaio presso la Cartiera Burgo ed infine gestore di una stazione di benzina, ultimo cittadino del paese del Mantovano, a mandare in soffitta il fanalino a carburo della bicicletta –, ebbene, William Negri ha dovuto, ahilui, sempre fare i conti dopo quel grave infortunio patito al “Comunale” di Firenze, durante la partita contro i felsinei: in una presa aerea, il “cuore degli arti inferiori”, il ginocchio, gli si ribella, torcendosi come un cacciavite, e procurandogli ogni stagioni un fastidio dietro l'altro. Un'articolazione che pareva, di punto in bianco, essere diventata di vetro, di cristallo, fragile e delicatissima. E, quell'infortunio, oltre a segnare l'inizio di un calvario, sbarrò a “Carburo” la porta della Nazionale, nella quale era già entrato con merito e diritto, con uscite spericolate, balzi fino al cielo, “lacrime e stridor di denti”. Negri, dopo le indimenticabili stagioni del Bologna del settimo scudetto (sotto le due Torri visse quattro stagioni: dal 1963 al 1967), e l'epica sfida in tre tempi contro il Real Madrid, scende lentamente gli scalini della luccicante ribalta del calcio, passando al Lane Rossi Vicenza di mister Arturo Silvestri, di Luis Vinicio De Menezes, “'0 Lione”, di Sergio Gori, di Sergio Carantini, “Bagolina” Gigi Menti, Nicola Ciccolo, Gianfranco Volpato, e del Genoa (1968-69, serie B e sesto posto finale) di un incanutito ormai Angelillo.

    Qual è, William, il ricordo più limpido che ha della sua carriera di portiere?

    “Quando, dopo aver vinto all'”Olimpico” di Roma il memorabile scudetto contro l'Inter, andammo in visita privata da Sua Santità Paolo VI. Mi chiese in che ruolo giocavo, e, quando seppe la risposta, papa Montini mi rispose che anche lui aveva giocato in porta o sui prati o dopo in seminario. Gli risposi con una battuta: “Per fortuna, Santità, che lei ha fatto il prete: un concorrente in meno nel mio mestiere””.

    E, immaginiamo, anche il memorabile scudetto vinto con i felsinei, a Roma, a scapito della Grande Inter del “mago” H.H....

    “Sì, quella domenica noi tutti del Bologna avvertivamo di essere in forma, che sarebbe stato il giorno della nostra apoteosi. Nielsen e Fogli fanno 2-0, io paro il parabile: ho fatto quello che dovrebbe riuscire a qualsiasi portiere”.

    Oltre a quella indimenticabile domenica, lo scudetto del Bologna – hanno riconosciuto in tanti – è stato merito suo...

    “Ripeto: io ho fatto il mio compito, i miei compagni e l'allenatore lo stesso. Non si vince mai in uno solo in uno sport di gruppo!”

    Un rigore parato?

    “Sì, a Mazzola dell'Inter. Non posso scordarlo perché quel tuffo che ho fatto, in fase di caduta, ho picchiato la faccia in terra e mi è andata fuori posto una mandibola”.

    Ma, il vero suo tallone d'Achille, il suo più irriducibile avversario è stato il ginocchio...

    “Contro la Fiorentina, volo ad abbrancare ad impresa un pallone alto. Nel tornare a terra mi si è girato completamente il ginocchio: rottura di tutti i legamenti. Ho avvertito un crack fortissimo, accompagnato da dolori lancinanti. Ebbene, da quella volta non sono stato più io, il ginocchio mi ha tormentato per anni; senza contare a quanti interventi chirurgici ho dovuto sottopormi. Dall'ingessatura – e Fabbri voleva che io partecipassi lo stesso alla spedizione in Inghilterra – alle infiltrazioni, alle operazioni, la più delicata quella tenuta dal prof. Leonardo Gui (fu colui che iniziò il prelievo da cadavere per ottenere innesti ossei), al “Rizzoli” di Bologna. E il professore voleva anche farmi una plastica al ginocchio leso. All'epoca, alcuni ortopedici mi avevano consigliato di andare a farmi vedere anche in Francia, dove c'erano già stati prima di me alcuni giocatori della Juventus”.

    E la storia dice che lei, quella volta, ha perso il treno dei Mondiali disputati nel 1966 in Inghilterra ed ha evitato – unica magra consolazione – gli ortaggi con cui furono ricevuti i giocatori azzurri al loro ritorno in patria...

    “Sì, mettiamola così. Ma, la delusione, l'amarezza di dover lasciare la maglia della Nazionale ad Enrico Albertosi fu grande. L'unico a rincuorarmi fu il cittì Edmondo Fabbri: ricordo ancora il volto sconvolto di quando mi raggiunse a Milano Marittima a luglio del 1966. Non lo riconoscevo più. Mi disse: “Però, se c'eri tu, William, non saremmo stati sconfitti dalla Corea del Nord!””.

    Qualche ricordo nelle sei esaltanti stagioni nel Mantova?

    “Mi ricordo che una volta siamo andati a giocare nel Bresciano, e il campo era una sorta di discarica della vicina azienda di trasformazione della carbonella. Ricordo che uscii dal terreno di gioco nero come fossi sceso da un camino e con ammaccature, abrasioni e schegge ancora attaccate alle cosce. E, poi, sempre negli anni in bianco-rosso, in riva al Mincio, debutto in massima serie a Torino, contro la Juventus, e conferimento del premio “Giampiero Combi” quale miglior portiere della stagione”.

    La sua Mantova le ha portato bene; e le ha portato anche l'azzurro...

    “Sì, ho debuttato a Vienna e le mie parate servirono a farmi guadagnare il posto di titolare”.

    Lei e la difesa di quel fantastico Bologna...

    “Janich, sicuramente il più spassoso del pacchetto difensivo, caricava se stesso e il gruppo dicendo: “Lasciateli pure tirare in porta, ma tanti gol non ne fanno. Abbiamo “Carburo” che ci guarda le spalle!””

    Come si regolava di fronte ai rigoristi?

    “Partivo con il colpo di reni ora da una parte, un'altra volta dall'altra. No, non ti permettevano di fare balletti, ma, dovevi rimanere fermo sulla linea bianca. Per cui, dovevi scegliere se tuffarti a destra oppure a sinistra, senza aspettare che l'avversario calciasse. Sì, un a sorta di o la va o la spacca: io, comunque, preferibilmente partivo dal mio fianco destro. E, da mossa a sinistra, il tuffo era sulla destra”.

    L'altra sua passione, la pallavolo...

    “Avevo già iniziato a praticarla in parrocchia, stendendo la rete in un fazzoletto di terra. Più alzatore o schiacciatore? Tutti e due. Ho giocato anche sotto militare, quando venni reclutato dal Bagheria, nel Palermitano”.

    Superstizioso?

    “No, niente affatto! Non eseguivo nessun rito, non celebravo alcuna liturgia scaramantica”.

    Il più forte avversario nel campionato italiano?

    “Credo Giacomo Bulgarelli: immenso, completo, generoso, tecnicamente attrezzato. In pratica, sui calci piazzati durante l'allenamento le prove generali lo faceva con me. Dividevo la camera della pensione durante i tre anni vissuti a Bologna”.

    Lei e il presidente del Bologna Renato Dallara, scomparso quattro giorni prima dello storico spareggio vinto da voi a Roma contro la Grande Inter...

    “Era un grandissimo tifoso, lui e la moglie. Mi ricordo la prima volta che andai nel suo ufficio per siglare il contratto che mi legava ai rosso e blu. Ho dovuto penare prima di essere ricevuto, bisognava passare prima o continuare a telefonare alla sua segretaria, la signorina Sega. E, lascio a lei immaginare, quante volte noi giocatori del Bologna ironizzavamo sulla sua collaboratrice, imbufaliti per le lunghe attese, le snervanti anticamere. Dallara aveva il braccino corto, cercava in tutte le maniere di trovarti fuori un difetto per abbassarti l'ingaggio: la prima volta abbiamo raggiunto l'accordo dopo due ore!”.

    Dopo lo scudetto e le tre stagioni nel Bologna, ancora serie A, nel Lane Rossi Vicenza...

    “Come le ho detto prima, quell'infortunio al ginocchio mi sottopose a un autentico calvario, a un continuo pellegrinaggio da specia
      i, da massaggiatori, ortopedici ed ospedali. A Vicenza sono stato solo un anno, ma, ricordo, soprattutto, la nascita del mio secondo figlio Alessandro; e che me la giocavo tra i pali con Bardin”.

      In quel Lane Rossi anche Luis Vincio, “'O Lione”...

      “Vinicio era ormai sul viale del tramonto (eravamo nel 1968), ed era un tipo che amava stare da solo; a Vicenza alloggiavamo nello stesso palazzo. Poi, ricordo mister Arturo Silvestri, che in seguito fu alla guida anche di quel Genoa, dove chiusi la carriera e conobbi un altro campione al termine della carriera: Angelillo, il record man (33 reti in una sola stagione, stagione 1958-59) ai tempi dell'Inter. Infine, sempre a Vicenza, l'amicizia nata con Gigi “Bagolina” Menti fece sì che il giocatore diventasse padrino di mio figlio Alessandro”.

      Una grande amarezza, l'eliminazione in Coppa dei Campioni (14 ottobre 1964) al 1° turno subita dal sorteggio dopo che con l'Anderlecht continuava a insistere la parità...

      “Giocammo la bella a Barcellona: con i belgi ancora una volta un pareggio, 0-0, e il regolamento previde di effettuare il lancio della monetina. Quella volta a noi toccò la croce e il dolore dell'esclusione dal torneo più prestigioso al mondo, all'Anderlecht, invece, la testa della qualificazione al turno successivo. L'imponderabile non della palla, ma da un dischetto di metallo...”.

      In Nazionale una dozzina di partite...

      “Ricordo – come ho già detto sopra - il debutto al “Prater” di Vienna (11 novembre 1962, gara amichevole vinta da noi per 2 a 1 grazie alla doppietta di Ezio Pascutti; ed Austria nuovamente sconfitta dopo 35 anni!). Era la Nazionale abbozzata dal mio ex mister del Mantova, Mondino Fabbri, quella del blocco del Bologna. Ed eravamo un bel po' del Bologna: Tumburus e Janich in difesa, Bulgarelli a centrocampo, ed Ezio (Pascutti) in attacco. Insieme ai maturi Trapattoni, Cesare Maldini, a Gigi Radice. Ancora adesso che ci penso, provo dentro di me un lunghissimo brivido, mi viene la pelle d'oca nel sentire nell'aria diffondersi le note dell'inno di Mameli. E' stato bellissimo, un'emozione unica!”

      La sua famiglia?

      “Sì, era cattolica: mia mamma Guerrina ci ha dato un'educazione cristiana e come ho detto ha fatto due femmine e un maschio”.

      Qual è la sua gioia più grande, la sua “parata” più spettacolare, meglio riuscita?

      “Quando mi vengono a trovare i miei cinque nipoti, coccolarmeli tutti, sapere che ho tre figli – una femmina e due maschi – in ottima salute. Uno dei miei nipoti, il più grande, si è anche lui infortunato seriamente al ginocchio e ha smesso; l'altro, a 13 anni, sta tentando di calcare le mie orme, ma è ancora presto per dire dove potrà arrivare. Il calcio, in cambio di uno spicchio di notorietà, beffardamente si è ripreso tutto: mi riferisco all'infortunio al ginocchio, che ha condizionato a soli trent'anni – il periodo della maturità di un atleta e soprattutto di un portiere – una carriera, in cui avrei potuto dare di più e togliermi sicuramente altre soddisfazioni”.

      Il destino, negli ultimi anni, signor Negri, si è portato via due grandi atleti: Giacomo Bulgarelli ed Helmut Haller...

      E qui, riguardo soprattutto ad Haller, interviene la giovane moglie Vanna, che svela di avere ben 11 anni di meno del marito: “Io e William ci siamo sposati nel 1965 e conosciuti nel 1963, grazie alla grande passione che mio padre aveva per il calcio. E' vero – come hanno poi riferito le cronache – che Haller aveva una consorte terribile, la signora Waltraud. Ricordo un ritiro estivo, in cui era dovuto intervenire persino il presidente del Bologna per sedare una lite innescata, provocata dalla signora Haller, tra le mogli del Bologna. Io ero la più giovane delle consorti, avevo solo 19 anni”.

      Sempre la attentissima ed innamorata signora Vanna tiene a completare – con comprensibile fierezza materna – il quadro familiare ricordando anche il terzo ed ultimi figlio, Mattia, “mago” motorista ed ex concorrente in kart di Felipe Massa.

      “Una passione presto accantonata per gli alti costi difficili da sostenere” si rammenta un po' la signora Negri.

      Ma, il bilancio vero – quello della serenità – in casa Negri non in rosso; casomai, in bianco-rosso, come quel Mantova cui “Carburo” deve qualcosa ed altrettanto la storia del prestigioso club virgiliano.

      <>Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it, 16 febbraio 2013>

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