Home Archivio Storico Archivio Interviste VIP Archivio: INTERVISTE VIP

Archivio: INTERVISTE VIP

27/2/13
INCONTRI RAVVICINATI: GIANLUIGI LENTINI

<

><>PASSI VELOCI, ANZI, LENTINI... >>
Assieme a Gianluca Sordo, ad Alvise Zago e a Flavio Chiti, Gianluigi Lentini è stato il miglior prodotto del vivaio giovanile del Torino degli anni Ottanta-Novanta. Tutta la trafila nei granata, per poi debuttare in serie A lanciato da quell'Emiliano Mondonico in cui ha sempre creduto nella sua potenza e nelle sue grandi doti di ala e di centravanti. Nato a Carmagnola, nel Torinese, il 27 marzo 1969, il giocatore passa all'Ancona, in serie B, per fare tirocinio e per poi diventare titolare inamovibile nei granata piemontesi. Con i quali vince una Coppa Mitropa (1991) e va molto lontano in Coppa Uefa. Ma, è nel Milan di Fabio Capello che Lentini riempie di trofei la propria bacheca: il passaggio, nell'estate del 1992 (fino al 1996), costa miliardi al presidente dei rossoneri Silvio Berlusconi.

La cessione dell'ala di Carmagnola per poco non crea una rivolta, una sommossa da parte dei tifosi granata. Con il “diavolo” conquista tre scudetti, tre SuperCoppe Italiane e una Coppa dei Campioni. Ma, il grave incidente automobi
    ico in cui incapperà nell'estate del 1993 ne segna irrimediabilmente l'inizio della parabola discendente. Anche perché quel Milan dell'autoritario Capello è infarcito di tanti campioni: da Marco Van Basten a Dejan Savicevic, da Roberto Donadoni a Paolo Maldini, ad altri ancora. Nel 1996 Mondonico se l'assicura all'Atalanta (31 gare, 4 reti), poi, il ritorno di fiamma al Toro (dal '97 al 2000), dove gioca 93 gare e segna 6 gol. Lentini colleziona anche 13 maglie azzurre, debuttando il 13 febbraio 1991 al “Liberati” di Terni, in Italia-Belgio: 0-0; ma, con la nostra Nazionale non riuscirà mai a segnare un gol. Poi, la serie B a Cosenza, quindi, i dilettanti del Canelli (promozione dall'Eccellenza in serie D), della Saviglianese, della Nicese e del Carmagnola. Il paese, questo, da cui è partita la sua avventura sotto gli occhi amorevoli ed entusiasti del padre, Luigi, muratore, che, da simpatizzante juventino, si è convertito in seguito - colpa della nuova destinazione del figlio - a milanista convinto.

    Qual'è stato il momento in cui nel calcio le è sembrato di toccare il cielo con un dito?

    “Quando si affrontano partite che hanno un certo sapore, tipo finale di Champion's, finale di Coppa Uefa, partite di cartello in campionato, ebbene, procurano tutte delle grosse emozioni. In genere, si ricordano sempre competizioni vinte, io, purtroppo, ho avuto la sfortuna di perdere contro l'Ajax una finale di Coppa Uefa (edizione 1991-92) e di aver perduto con la maglia del Milan la finale di Champion's League nel 1993 contro l'Olympique di Marsiglia. Dense più di amarezze che di soddisfazioni, queste due finali!”

    La Coppa Uefa perduta col Toro e la Champion's League persa col Milan? E la famosa notte contro l'Ajax, quella in cui mister Mondonico agitò verso il cielo, in senso di protesta, di rabbia contro l'arbitro, la sedia?

    “Esattamente, quella partita là”.

    Le avrebbe potuto cambiare la vita aver vinto questi due importanti trofei europei?

    “La Coppa dei Campioni l'avevo vinta, anche se poi non l'avevo giocata per quell'incidente automobi
      ico che mi tenne fuori per parecchi mesi. Cambiare la vita? No. Aver vinto la finale di Coppa Uefa col Toro – evento mai avvenuto a livello del calcio granata – sarebbe stata una cosa storica, sicuramente sarei entrato ancora di più nella storia del Toro di come lo sono adesso”.

      Cosa fa di bello nella vita?

      “Gestisco un circolo privato, dove si fa sport. Mi diverto e passo il tempo in questo posto”.

      Non ha mai pianto di dolore per la perdita di un grande amico?

      “Per fortuna, non mi è mai mancato un amico carissimo. Sì, ho perso nell'arco della vita discreti conoscenti, ma, mai uno che mi ha dato molto nella vita”.

      I genitori, li ha tutti e due?
      “No, ho perso sette anni fa il papà”.

      Che lavoro faceva il papà?
      “Papà Luigi faceva il muratore”.

      E sarà stato sicuramente il suo primo tifoso.
      “Ah, papà era attaccatissimo a me: non si perdeva una partita”.

      E magari era juventino...

      “All'inizio, era simpatizzante della Juve, poi, ha mollato le zebre ed è diventato tifoso del Milan: sì, l'ho aiuto a convertire io”.

      Un bel gol alla Gianluigi Lentini?

      “Ho fatto diversi gol in acrobazia e in rovesciata, e quelli sono stati tutti spettacolari. Soprattutto, nel Milan ne ricordo uno contro il Napoli, in campionato, che è stato veramente di ottima fattura. Chi c'era dall'altra parte? Non mi ricordo; forse, Giuliano Giuliani”.

      Ha avuto dei grandi mister, dalla forte personalità, quali Emiliano Mondonico e Fabio Capello: un ricordo dei due?

      “Capello mi raccomandava di fare di più di quello che facevo, Mondonico invece è stato il mio “papà” tra virgolette come allenatore: l'ho avuto tanti anni, mi ha dato tanto e ho dato tanto a lui. Lui i martellava sempre in senso buono, perché pretendeva di più di quello che potevo dare”.

      13 le sue presenze con la maglia della Nazionale...

      “Ricordo il debutto, sì, quello certamente perché non si può dimenticare. Ho giocato poco in Nazionale per quello che potevo dare come qualità. Purtroppo, l'incidente automobi
        ico, dal punto di vista professionale, mi ha tolto tanto e mi ha impedito di fare molte più partite in azzurro”.

        Ha pianto di rabbia quella volta, oltre che di dolore fisico?

        “La rabbia viene, però, poi, se uno ci pensa bene, con quello che mi è capitato, avrebbe potuto finire peggio. Tutto sommato, sono contentissimo così”.

        Rimpianti da calciatore, oltre quella Coppa Uefa perduta con il Toro?

        “Sì, rimpianti ce ne sono, come non aver potuto disputare finalissima della Coppa dei Campioni ad Atene col Milan nel 1994 (4-0 al Barcellona), di non aver potuto disputare un Mondiale con la Nazionale. Ma, credo che sia un fatto naturale per tutti avere dei rimpianti, o no?”.

        All'inizio degli anni Novanta, con chi lottava in Nazionale per la maglia di titolare?

        “C'erano diversi giocatori, non un singolo, anche perché io avevo delle caratteristiche che potevano somigliare a quelle di altri. Uno in particolare non me lo ricordo”.

        Rigori sbagliati?

        “Qualcuno sicuramente sì, ma, non ne ricordo uno in particolare perché non ero un rigorista”.

        E' stato vincente anche nei dilettanti...

        “Però, io ho vinto anche nei professionisti, non solo nei dilettanti, eh. Ho vinto tre scudetti, una Coppa dei Campioni, ho vinto due-tre campionati di serie B”.

        In quel Milan con chi doveva sgomitare per avere la maglia di titolare?

        “Guarda, eravamo talmente tanti che non c'era solamente uno con cui sgomitare. Donadoni, Eranio, Evani, Boban, Savicevic, ce n'erano tantissimi, la concorrenza era molto nutrita. Ed era anche una cosa molto fantastica e stimolante”.

        Il più forte di quei rossoneri, Savicevic?

        “Io ho fatto ancora in tempo a giocare con Marco Van Basten e penso che sia il giocatore più forte in assoluto con cui io abbia giocato”.

        Cosa aveva di diverso dagli altri Van Basten?

        “Era completo in ogni sua situazione: era bravo di testa, di destro, di sinistro, dribblava, teneva la palla, aveva tutto, non gli mancava assolutamente niente”.

        Quello con cui ha legato molto nel Toro e nel Milan?

        “Diciamo che nel mondo del calcio non esiste un amico vero. Al primo anno al Toro, ero molto amico di Gianluca Sordo, con lui sono cresciuto assieme nelle giovanili del Toro fino ad arrivare in Prima squadra”.

        Mai espulso?
        “Credo di no, a memoria, penso mai”.

        Da ragazzino anche lei aveva iniziato in porta e, magari poi è diventato attaccante?

        “No, no, ho sempre giocato fuori dai pali, attaccante, uomo di fascia”.

        Ha conosciuto la felicità?

        “Credo che la felicità sia una questione di attimi e siccome dura poco bisogna subito cercare un altro attimo di felicità. La gusto tutte le volte che raggiungo un obiettivo di qualunque genere”.

        Lei e Fabio Capello...

        “Capello insisteva su di me nel cercare con più continuità e con più insistenza il gol. Secondo lui, avevo la possibilità di fare più gol di quelli che facevo”.

        Titolo di studio?
        “Ci credi se io ti dico che non ho fatto scuole?”

        Sei scaramantico?

        “Mah, gli sportivi sono quasi tutti scaramantici. Io pochissimo: toccarmi gli attributi, altre cavolate, segni della croce. Poi, si sa che la scaramanzia è una grande stupidata”.

        Una forma di debolezza?
        “Sì, sì, però, ce l'hanno tutti”.

        Ha mai pregato Dio quand'era in ospedale dopo quel terribile incidente automobi
          ico?

          “Non sono uno che prega tanto, però, credo che ci sia qualcosa, di conseguenza, ho rispetto per tutto e per tutti”.

          La giustizia e la libertà esistono?

          “La giustizia esiste, ma, non è sempre applicata ed è difficile da portare avanti. Però, sono convinto che se uno è corretto, è una persona giusta alla fine viene sempre ricompensato”.

          Ci crede nell'Aldilà, crede di poter vedere un giorno papà Luigi nell'Aldilà, oppure ci porteremo dei nostri cari solo ricordi ed emozioni e basta?

          “Penso che possa esistere qualcosa, almeno ci credo, perché mi piacerebbe davvero rivedere mio papà quando sarà ora”.

          E come vorrebbe vederlo, mentre gioca a carte, sorridente?

          “Che ride, che gioca a carte, che gioca a biliardo”.

          Ah, papà Luigi era forte anche a biliardo?
          “Gli piaceva, gli piaceva”.

          Il Toro cosa è stato per lei, Gianluigi?

          “I miei due grandi amori sono stati il Toro e il Milan. Il Toro è stata la mia mamma”.

          E con Mondonico si sente ancora?

          “E' l'unico allenatore con il quale mi sento al telefono nei giorni dei compleanni, a Natale e a Pasqua. Perché abbiamo trascorso tanti anni calcistici assieme, abbiamo sempre avuto un buon rapporto e questo ha fatto sì che anche dopo i contatti e i rapporti continuassero”.

          Il motto di Gianluigi Lentini?
          “Credici sempre e non mollare mai!”

          Ha figli?

          “Due, un maschietto, Nicholas e una bambina. Nicholas gioca negli Allievi Nazionali del Torino e stranamente gioca in porta”.

          Allora, gli insegnerai come evitare di subire i gol...
          “(sorriso) Bé, ci provo almeno”.

          <>Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it, 27 febbraio 2013>

Visualizzazioni:2817