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28/4/13
INCONTRI RAVVICINATI: CARD. FRANCESCO MONTERISI

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><>MONTERISI, IL CARD. DEI SORRISI>>
L'ordinazione cardinalizia è arrivata l'anno scorso, il 28 febbraio 2012 su volontà di papa Benedetto XVI, ma, nel suo Dna, oltre alla Fede in Dio, c'è un po' di sangue episcopale (due zii paterni sono stati nominati vescovi di Salerno l'uno, e di Potenza l'altro).
Il porporato ci accoglie con un grande senso di umiltà: è stato nunzio apostolico nella Bosnia Erzegovina, durante la Guerra dei Balcani, ed anche a Seul, capitale di quella Corea del Sud che oggi vede minacciata la propria esistenza dai missili a testata nucleare della confinante e vicina Corea del Nord. Francesco Monterisi è nato a Barletta il 28 maggio 1934, la cittadina che ha dato i natali al nostro più grande velocista appena scomparso, quel Pietro Mennea, che ha detenuto a lungo il primato europeo nei 200 metri di atletica leggera fermando le lancette a 19 secondi e 72.

L'ultimo incarico affidatogli è stato quello di arciprete della Basilica (stupenda, la cattedrale senza la cupola; a differenza di quella “rivale” di San Pietro) di San Paolo fuori le Mura. Ci aveva detto di non intendersene di sport e di calcio in particolare, ma, come vedrete, lui qualche calcio al pallone o a un qualcosa di forma sferica l'ha dato in gioventù.

Eminenza, non ha mai giocato a calcio da ragazzino?

“Sì, da ragazzino, a 11-12 anni, qualche calcio a una palla o a qualcosa di sferico l'ha dato anch'io. Giocavo portiere, l'Audax Barletta, la squadra di mio fratello, ala sinistra e il più abile nello scartare l'avversario e crossare. Giocavamo nella strada libera della mia cittadina con delle palline di fortuna. Ma, nel periodo di preparazione al sacerdozio, in Seminario, ho continuato a seguire il calcio grazie all'amicizia di un mio collega, fortissimo centravanti, e poi arcivescovo di Udine, mons. Brollo, bravissimo nel tiro a rete. Ho mancato a Seul le Olimpiadi, perché sono stato nella capitale della Corea del Sud dal 1982 al 1987, ma, ho incontrato Primo Nebbiolo, l'allora Presidente del Coni, mentre veniva a visitare gli impianti e il villaggio sportivo degli azzurri, in occasione dell'Olimpiade 1988, l'ultima di Pietro Mennea, che rivestì il ruolo di alfiere azzurro. Purtroppo, mi trasferirono in altra sede, e non potei assistere a quei Giochi. Ho sempre considerato lo sport come una grande scuola di valori umani e cristiani: il rispetto per l'altro, il fair play, l'impegno della squadra – anche individuale -, ma, quando c'è una squadra si vive la virtù dell'altruismo. E queste sono ispirazioni che vengono da un sottofondo cristiano. Mi è parso sempre che Mennea abbia combattuto, da atleta prima e da dirigente poi (fondando anche un'Associazione), la cattiva pratica del doping, ed è stato un ottimo esempio per molti sportivi”.

Ha una squadra del cuore?

“Nel cuore c'era la Fiorentina del grande Loik, mio fratello invece Mazzola, sì eravamo tifosi delle due tra le più forti mezz'ali di allora. Poi, crescendo, non ho più seguito il mondo del pallone”.

Lei è stato nunzio apostolico anche in Bosnia Erzegovina, oltre che in Corea del Sud, come ha appena ricordato. Come vede la situazione oggi in questi due territori caldi, molto caldi?

“E' una situazione veramente inspiegabile per me: per la Corea del Nord è una lotta di dinastia dei Kim, i quali vogliono apparire sempre di più. E sono così spavaldi, da allontanarsi anche dai consigli che la Cina continentale dà a loro adesso. E' un orto chiuso, che non vuole troppi occhi sui di sé. Comunque, noi abbiamo notizie di prima mano: ho un amico americano che ogni anno con un gruppo di operatori umanitari si reca in Corea del Nord e aiuta gli handicappati di tre ospedali di Pion yan. Quand'ero a Seul, ero sotto osservazione del Governo di Seul, della Corea del Sud, non mi è stato mai possibile attraversare il confine, ma, sono stato sulla linea di demarcazione del 38mo parallelo e ho visto che astio, che lotta c'era tra i due Paesi. Ma, mi è parso che qualcosa si muoveva: la morte del padre, l'avvento del terzo Kim forse ha rotto questo percorso di pace, ma, io spero che dopo l'assestamento che viene sempre dopo che un nuovo dittatore si installa ci sarà una ripresa. E quella sarà quella definitiva: non si può vivere più nel mondo globalizzato in assoluto isolamento”.

Il ricordo più amaro, più triste della tragedia dei Balcani?

“Questa rottura tra fratelli, che in sostanza parlano la stessa lingua, pur scrivendo gli uni in cirillico e i croati in caratteri latini. Il fiume Drina divise storicamente l'Impero nel 4° secolo: quelli di Roma e quelli di Costantinopoli e, purtroppo, questa divisione si è prolungata. Poi, c'è stato l'intervento dei musulmani, che ha ancora scosso questo equilibrio. Ma, io grande speranza che la Bosnia Erzegovina possa trovare una pacificazione perché gli interessi non solo economici ma anche di carattere generale per l'Unione Europea si stanno moltiplicando sempre di più e sotto l'ombrello, la copertura dell'Europa ci dovrebbe essere una pacificazione. E, poi, i contatti che io ho avuto anche durante la guerra (ho vissuto due anni di guerra e tre di pace) hanno già fatto comprendere l'impossibilità di dividersi perché sono troppo mescolati. E una spinta che venga anche dal di fuori può far altro che bene. Mentre all'inizio si verificavano atti di terrorismo vero e proprio, ora sono quasi scomparsi; e questo credo grazie anche all'intervento energico delle truppe della NATO, che ha contribuito a creare un clima di distensione laggiù. Ma, la pace non è ancora profondamente radicata nei cuori, ma c'è da sperare”.

Quali sono le paure più frequenti in lei, Eminenza? E le sue speranze?

“C'è sempre stata nel cuore dell'uomo la spinta tra Caino ed Abele, questa antinomia, questa lotta del bene contro il male. Ma, non credo che raggiungeremo una completa pacificazione, ma dobbiamo lavorare in questo senso sia con gli esempi e con la parola affinché si affermi sempre di più intorno a noi come una cosa spontanea l'amore tra gli uomini, il riconoscimento della dignità del fratello, l'attenzione a chi sta peggio di noi”.

In una notte di angoscia, quale libro che le proponiamo, gradirebbe per quietarsi tra le poesie di padre David Maria Turoldo, le “Confessioni” di Sant'Agostino, oltre al Santo Vangelo e alla Sacra Bibbia?

“Le “Lettere” di Newman mi sarebbero di gran sollievo. Newman aveva un senso della Fede molto profonda, e famosa è la sua poesia della lampada che arde nel cuore. E, alla fine, ti fa rivivere Colui che è la fonte della pace, che è la persona umana e divina di Cristo. La persona di Cristo in se stessa: deve essere l'obiettivo che ti aiuta a raggiungere nel cuore la pacificazione. Psicologicamente nella mia vita sono stato anch'io provato, ma, devo confessarle che ho sempre visto la piccola luce in fondo al tunnel. E questa luce rappresentava per me la figura di Cristo”.

Quand'è che ha pianto l'ultima volta di grande dolore?

“Certamente ho pianto per la perdita di entrambi i miei genitori, soprattutto, dopo la morte di mio padre. Attraversai un periodo di gravissima depressione, non pari a quello che provai dopo la morte della mamma. Ma, un pianto molto forte, in cui vidi cadere un castello costruito molto delicatamente, attentamente, giorno per giorno, e poi quando i musulmani, i serbi e l'Onu dissero un “no” secco alla visita del Santo Padre Giovanni Paolo II a Saraievo durante lo stesso conflitto. Quando arrivò quella lettera con su scritto quel “no”, io piansi come un bambino. Era rischioso, mi è stato spiegato, l'arrivo del papa, per l'incolumità di tutte le genti di quella terra. In quel tempo, la zona di Sarajevo e l'aeroporto erano occupate dalle truppe francesi. La garanzia della pace era assicurata, ma fu un'ideologia abbracciata soprattutto da parte dei serbi e dell'Onu. Che si dissero contrari alla visita del Santo Padre”.

Ci rincontreremo con i nostri genitori un giorno?

“Posso dirle che io li tengo molto vicini al cuore, e conservo la loro fotografia nella mia camera da letto. Mia madre, Palma, Palmina, una donna veramente forte. Avevo il papà, Domenico, che era sordo quasi dalla nascita: durante la Prima Guerra mondiale assunse delle dosi di chinino smisurate, che lo portarono alla quasi completa sordità. Ebbene, mia madre era responsabile della casa, delle attività e doveva badare non solo ai quattro figli maschi, ma, perfino a mio papà. Che era dottore in Chimica, vice presidente di un ente che analizzava i prodotti della terra (olio, vino, ecc...). Mamma diceva devo lottare contro cinque uomini, ovviamente compreso mio padre. Aveva circa dieci ettari di campagna, e venivano a casa nostra i contadini, i braccianti, e mia mamma faceva da traduttrice e scandiva le parole col labiale perché mio padre faceva a capire e a farsi capire”.

L'Aldilà, eminenza, come se la immagina?

“Io penso molto a un posto di luce, a quell'entusiasmo viene al cuore, quando riusciti in un'impresa ci buttiamo riconoscenti verso tutti. Non solo verso Dio, ma verso il creato, verso l'uomo. In quel momento, faccio scattare un flash di razionalità, nel senso che dobbiamo essere sicuri che non è il nostro corpo così com'è adesso – con un cuore che batte, con una mano che si tocca -, ma questo corpo del Cristo Risorto che attraversava i muri, che si presentò davanti agli apostoli increduli, ebbene, avendo una conoscenza tale che oscura della Risurrezione ma diversa da questa fisicità del corpo, ci dà una speranza che è essenziale per l'uomo. E cioè che il suo essere spirituale, attaccato anche sentimentalmente al fratello, all'amico, ai genitori, questo rimarrà. Anche se non resterà il corpo così materiale che si disfa, rimarrà lo spirito che crea un nuovo corpo, con proprietà diverse da quelle attuali, in terra. E questo mi dà la speranza, e non posso pensare che miliardi di uomini che sono passati per la terra ritornino con i loro abiti, con i loro corpi, con tutte le loro fragilità, malattie e malesseri”.

Cos'è che le dà più fastidio e cosa invece la commuove?

“La mia nipotina che si accinge alla Cresima, o il mio nipotino che si accosta al Sacramento della Prima Comunione. Mi trasmettono una tale limpidezza d'animo e, nello stesso tempo, un'innocenza formidabile. E la nipotina riesce già a manovrare con una perizia tale gli ultimi ritrovati dell'elettronica. E questo mi dà speranza per l'uomo nel futuro abbastanza immediato. Mi dà fastidio il non volersi mettere d'accordo gli uomini, le innumerevoli richieste di lavoro di persone licenziate a 40-50 anni, nel pieno della loro maturità. Mi arrivano centinaia di richieste di trovar loro un lavoro, e mi abbatte d'animo l'incapacità di poter loro venir incontro, risolvere i loro problemi”.

Quand'è che saremo veramente liberi ed esiste la giustizia sulla terra?

“E' molto difficile. Ho avuto l'impressione che negli ultimi tempi, in Italia, c'è stata da una parte e dall'altra, dalla parte del magistrato e dalla parte del presunto colpevole, un'antinomia, il piacere dello scontro, il piacere di presentarsi. Non mi piace né il giudice arrogante e saccente, riservato riguardo al caso che tratta. Così come non mi piace chi da anni vuole imbrogliare, di chi è veramente colpevole. E, addirittura, si vanta di certi exploit...”

E la libertà?

“Credo che bisogna essere schiavi solo di Dio e della sua legge. Quando vedo chi scantona, chi crede che nel libertinismo spera di raggiungere la libertà, ho l'impressione che non ci siamo o che gli piombi addosso un'insoddisfazione di fondo”.

Allora, la felicità è uguale alla libertà e alla giustizia?

“E se la giustizia, se veramente raggiunge il suo scopo qui nei tribunali di questa terra, allora pure può dare il riconoscimento della propria onestà, dell'essere integri davanti agli occhi non solo di Dio ma degli stessi uomini”.

Ma, perché nell'era della “Grande Comunicazione” viviamo un'era di “Grande Incomprensione”?

“Nell'ultimo periodo, è stato molto sviluppato nella nostra società un individualismo sfrenato. Questo è una sorta di anti cristianesimo, perché il cristianesimo è carità, donarsi agli altri, non solo pensare unicamente a se stessi, al proprio piacere”.

Ed il bene più grande è il perdono, il maggior dono...

“Che ricongiunge estremi che si erano opposti”.

Il suo motto episcopale?

“L'ho ereditato, mutuato da due miei zii paterni, entrambi vescovi, uno a Salerno, l'altro a Potenza. E' “fortitudo mea Dominus”: non mi fido di me, ma è il Signore la mia fortezza, la mia vera forza. Sulla tomba di mio zio, Nicola, due volte arcivescovo e tre volte vescovo, sulla sua tomba fece scrivere: “Per raggiungere il Signore, non mi bastarono tre mitre (simboli di vescovo) e due pàlii (simbolo di arcivescovo), ma la misericordia di Dio che in quel giorno mi porterà nella gioia Sua. Non sono i titoli che valgono, non vale essere stati nella vita arcivescovi o vescovi, ma, avere dentro di sé la misericordia del Signore”.

<>Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it, 23 aprile 2013>

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