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16/6/13
INCONTRI RAVVICINATI: FRANCESCO ROCCA

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><>QUELLE IMPENNATE DEL “KAWASAKI” ROCCA>>
Famoso per le sue progressioni dalla difesa verso l'attacco, Francesco Rocca – per tutti “Kawasaki” - è nato a San Vito Romano il due agosto 1954.
Pilastro della difesa della Roma, club in cui ha esordito il 25 marzo 1973 a “San Siro” (Milan-Roma:3-1), Rocca riesce a guadagnarsi il posto di titolare in Nazionale (18 presenze, due reti), conquista i titoli di copertina di tutti i giornali e la sua carriera sembra destinata a non conoscere ombre. Invece, proprio nel culmine della maturità, ecco una serie di infortuni, piuttosto gravi, il calvario di ben cinque operazioni al menisco e ai legamenti del ginocchio che ne minano la continuazione e lo costringono ad abbandonare i campi di calcio. Una vita da terzino-mediano tra le più dure, quella vissuta fin dall'inizio da Francesco Rocca, forgiata dalle origini molto umili che gli facevano, da piccolo, sostenere sei chilometri a piedi per raggiungere da casa sua il campo del Genazzano, la prima società che l'ha notato dopo don Marcello, il parroco della sua San Vito Romano.

Helenio Herrera, dopo i trionfi intercontinentali ottenuti con l'Internazionale, guida la Roma e lo scopre in occasione di un torneo internazionale. Poi, sono i cittì azzurri Fulvio Bernardini ed Enzo Bearzot a rimanerne piacevolmente conquistati per le sue cavalcate, il suo enorme, generoso dispendio di energie. Con i giallo-rossi capitolini “Kawasaki” colleziona 141 presenze, conquista due Coppe Italia (1979-80 e 1980-81 per un totale di 22 presenze; ben 6 in Coppa Uefa), poi, a causa dell'ennesimo intervento, a soli 26 anni e nel pieno della maturità, è costretto a lasciare il calcio giocato, rimanendo comunque nel mondo in veste di allenatore. A Seul, nel 1988, ottiene il quarto posto alla guida della Nazionale Olimpica, si laurea vice-campione d'Europa Under 19, dietro alla Germania, nel 2009 guida gli azzurrini Under 20 ai Mondiali.

Mister, una carriera la sua minata da tanti infortuni, che l'hanno costretta all'abbandono...

“Eh sì, sicuramente quegli infortuni hanno cambiato, stravolto radicalmente la mia vita: il primo l'ho subito a 22 anni”.

Qual è stato l'avversario che in campionato o nelle 18 partite in Nazionale l'ha messo più in difficoltà?

“Conservo ricordi molto labili di quando stavo bene fisicamente; è passato tanto di quel tempo che quel periodo di calciatore lo ricordo molto vagamente. L'avversario più difficile da marcare è stato Lato, della Polonia, in campionato chi mi metteva in difficoltà era Mimmo Caso”.

E come facevano a mettere in difficoltà un terzino-mediano generoso come lei?

“Mimmo era molto tattico ed io dovevo fare il doppio lavoro perché sapeva fare la corsa sia su una fascia che sull'altra”.

Un rigore sbagliato con la sua unica maglia, quella della Roma?

“Impossibile, non ne ho mai tirati!”

Era Di Bartolomei che li calciava?
“Sì”.

Lo ricorda sempre tra i suoi cari il “Diba”?

“Agostino è stato un compagno di viaggio molto bravo, fa parte della nostra storia. Ho giocato con lui da ragazzino, poi, ha finito la carriera quando io ho dovuto lasciare lì. Quand'eravamo compagni in Primavera era grande l'amicizia in campo e il rispetto reciproco”.

Di chi era molto amico in particolare?

“Di tutti, non di uno in particolare. Poi, sono rimasto solo”.

Lei era già una colonna della Nazionale...

“Io credo che ognuno di noi ha la sua storia. Evidentemente, il destino mio era quello, di chiudere già col calcio a 26 anni. Da allenatore, ho cercato di essere di esempio, la storia mia non ha rammarici particolari”.

Era superstizioso?
“No, no”.

Ha vinto tanto come cittì delle Nazionali giovanili. E' cambiato molto il calcio da quando lei sfrecciava in campo come una vera e propria Kawasaki?

“Il calcio è diventato ancora più veloce, più complesso sotto il profilo agonistico, ha continuato il percorso iniziato con l'Olanda negli anni Settanta”.

Come mai non ci sono più ruoli specifici in Italia?

“Bisognerebbe rivedere il rapporto con i settori giovanili per quanto riguarda la mancanza di giocatori nei specifici ruoli. E' una domanda che bisognerebbe fare a chi è responsabile delle nostre Nazionali. Io sono stato tacciato come un tipo troppo severo”.

La sentiamo un po' deluso, un po' amareggiato.

“Io sono un tipo molto reale, ho sofferto molto e chi soffre diventa duro”.

Lei ha corso tantissimo...

“Ognuno di noi nasce con delle caratteristiche peculiari”.

Oggi esistono giocatori alla “Kawasaki” Francesco Rocca?

“No, no, io avevo un rapporto col sacrificio che era molto più alto. Geneticamente ero dotato, ma, non mi faccia tutte queste domande perché poi io alla fine ho fatto solo il mio dovere. A livello generale, oggi è aumentata la corsa di quasi tutti, ma, le mie erano doti particolari che sgorgavano da doti naturali, non da allenamenti specifici. Se uno non è veloce, può sicuramente migliorare, ma, non diventare un velocista”.

Date queste sue doti concesse da madre natura, non aveva provato magari anche per l'atletica leggera?

“Mi sono solo misurato col calcio, la grande passione della mia vita. Per me, la corsa era la vita, era tutto. Io facevo il giocatore e volevo diventare un giocatore. Me l'hanno detto in tanti se mi ero cimentato nei 100 metri, ma io ero proiettato per un futuro solo nel pallone”.

Quali sono le sue paure quotidiane?

“Io sono un grande amante di Seneca, della sua filosofia, non ho grandi paure; cerco di sviare la morte. Che quando c'è lei non ci sei più tu, e, quando non c'è lei, ci sei tu”.

Crede in Dio, mister?

“Sì, sì, basta guardare la bellezza, la perfezione del creato”.

Come sarà l'Aldilà?

“Non lo so, sarà in misura in cui ce lo siamo meritati quaggiù. Che è terra di conquista e di preparazione per l'altra vita. E la mia vita è stata molto faticosa!”

Lei ha sofferto tantissimo. Mai per amore, per un amico perduto, un caro mancato?

“Sì, ma quelle sono sofferenze esteriori, mentre quelle fisiche e interiori sono personali, sono quelle che fanno parte del gioco della vita. Il dolore fisico è una cosa assolutamente individuale”.

Cos'è che le dà più fastidio e cos'è che invece la riesce ancora a commuovere?

“Mi dà fastidio nulla in particolare perché nel detto “vivi e lascia vivere!” ognuno è libero di fare quello che più gli va. Quello che mi commuove, non lo so: la commozione è una cosa complessa, difficile”.

Quand'è che si è sentito per la prima volta un calciatore?

“Guardi non l'ho avuto il tempo, perché io ho cominciato a 18-19 anni: quando ho esordito in serie A e poi in Nazionale. Sono stati attimi talmente veloci, che non li ricordo nemmeno più. Non ho un grande ricordo, comunque”.

Ha mai sofferto per amore?
“No, no”.

E' andata bene almeno in questo campo...

“Guardi che io della mia vita sono assolutamente soddisfatto perché la vita è una battaglia dura, ma l'ho affrontata; perché la gloria e il successo sono cose effimere, tramontano presto”.

Se non avesse fatto il calciatore, cosa le sarebbe piaciuto fare?

“Il congegnatore meccanico. Però, io volevo fare il calciatore”.

<>Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it, 22 aprile 2013 >

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