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7/7/13
INCONTRI VIP'S: VINCENZO GUERINI

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Ha combattuto contro quella mala sorte – incidente stradale a soli 22 anni - che gli ha chiuso il proseguimento di una carriera a dir poco promettente come calciatore. Sì, perché Vincenzo Guerini (nato a Ponte Zanano di Brescia il 30 ottobre 1953), era già titolare fisso e della Fiorentina che della Nazionale. Ma, non si è mai perduto d'animo, continuando a remare nell'oceano del calcio nel ruolo di allenatore. Lunga la sua stagione come coach: dalla Fiorentina all'Empoli, dal Pisa (conquista della Mitropa Cup nella stagione 1985-86) al Bologna, dal Catanzaro al Brescia, a quell'Ancona, che, grazie alla sua frusta, conosce nel giugno 1992, la storica promozione in A. Poi, il Napoli, la Spal, la Reggina, il Piacenza, la Ternana, il Catania, il Siena, i greci del Panachaiki, ancora gli etnei, il Catanzaro e la Fiorentina. Che lo vede subentrare a Delio Rossi la sera del 3 maggio 2012 dopo la clamorosa lite scoppiata sulla panchina dei viola all'”Artemio Franchi”, tra l'allenatore romagnolo e la punta e nazionale serbo Adem Ljajic. Guida i gigliati e li conduce verso la salvezza nelle ultime due drammatiche gare. Poi, la società dei Dalla Valle gli rinnova l'incarico di club manager.

Mister, un destino davvero crudele si è messo tra lei e il proseguimento di una carriera che già si prospettava luminosa e ricca di successi...

“La mia storia è molto semplice: io ho vissuto dieci anni alla Fiorentina, due anni e mezzo da calciatore, il resto come allenatore del settore giovanile. Sono passati tanti anni, visto che sono arrivato alla Fiorentina nel 1973. Sono passati 40 anni, il calcio era diverso, il mondo era diverso, non c'era internet, non c'erano i procuratori, non c'era lo svincolo, noi eravamo legati a vita con la società, poi, è cambiato veramente tutto. Ma, il mondo va avanti, ricordo delle con nostalgia, perché forse eravamo più attaccati, alla squadra in cui giocavamo. Forse, si diventava tifosi della squadra, si creava amicizia proprio tra i compagni di squadra, tant'è che oggi ancora in tanti ex calciatori ci rivediamo, c'era molta solidarietà. Ora ci sono cose che sono migliori adesso perché i calciatori si sono svincolati, sono liberi, non sono più prigionieri, gli allenamenti e le strutture sono migliori”.

Anche i soldi, mister, sono “migliori”...

“Sicuramente, anche se io personalmente non ho mai fatto una questione, era l'ultima cosa cui pensavamo noi calciatori degli anni 70. Tant'è vero che io ho smesso a 22 anni e la sofferenza non è stata per i soldi che avrei potuto guadagnare allora, ma proprio perché non ho più fisicamente potuto giocare una partita di calcio; a causa di un incidente automobi
    ico”.

    Qual è l'avversario che più le è piaciuto, l'ha messo in difficoltà nel suo ruolo, e quale il compagno di squadra più forte?

    “Come compagno, io ho avuto la fortuna di giocare con tre centrocampisti molto forti; che erano Merlo, De Sisti ed Antognoni, uno più bravo dell'altro. Come avversario, devo dire non un italiano ma un giocatore francese, che poi è diventato capitano della Nazionale transalpina, e che si chiamava Alain (ora cittì della Nazionale del Senegal) Giresse: mi aveva impressionato già incontrandolo nell'Under 21 e poi ho visto che ha fatto i Mondiali, capitano della Francia, giocatore fantastico, che ha giocato assieme a Platini”.

    Grande rammarico per quel destino cattivo, ma se non avesse fatto il calciatore, cosa le sarebbe piaciuto intraprendere?

    “Io non è che avessi tante chances, nel senso che io sono nato in Val Trompia, dove tutti costruiscono le armi, e molto probabilmente avrei lavorato come operaio specializzato in una fabbrica o avrei avviato un'officina per costruire armi”.

    Ha pianto quando è stato costretto, non per colpa sua, a lasciare il calcio? Ha pianto?

    “Lascio immaginare a lei cosa ha provato uno come me cresciuto negli oratori e, come tutti i bambini dell'epoca, si sognava di diventare calciatore. E io avevo avuto la fortuna di aver visto coronare il mio grande sogno. E a 22 anni smettere di colpo è stata non duro, durissimo!”

    Uno choc, un dramma...

    “Sì, è stato un dramma violentissimo, anche perché poi a 22 anni non sei preparato alla vita, dovevo reinventarmi un lavoro, e devo dire grazie alla Fiorentina, la quale mi ha dato la possibilità di allenare i ragazzi viola. E per me è stata la salvezza”.

    Era superstizioso? Un gol che ha fatto?

    “No, non ero superstizioso. Gol? Fatti pochi, ma abbastanza importanti: come quello della finale di Coppa Italia, quando battemmo il Milan – noi della Fiorentina – per 3 a 2 ed uno dei tre gol è stato mio, su punizione. In porta del Milan c'era Albertosi”.

    Espulso?

    “Espulso mai, ma – sorride – ho giocato talmente poco”.

    Lei avrebbe dato un cazzotto al giocatore serbo, alla pari di mister Delio Rossi?

    “No, no, ho avuto la tentazione qualche volta di farlo nella mia lunga carriera di allenatore di A, B e C, ma, ho sempre avuto la freddezza di gestire queste situazioni nello spogliatoio. Ho avuto situazioni difficili, ma le ho sempre gestite all'interno dello spogliatoio”.

    Come allenatore, qual è stato il ricordo più bello?

    “Il ricordo più bello è stata la promozione in A con l'Ancona: è stata una cosa storica. Il mio presidente era – come dice lei – un imprenditore edile, ma la grande emozione è stata quella di riuscire a coinvolgere una città intera, in una promozione storica, che esisteva solo nelle barzellette e nella fantasia fino al 1992. Nessuno ci credeva ed è stata – ripeto – un avvenimento storico”.

    E' stato quello il momento in cui le è venuta la pelle d'oca, in cui ha provato la più grande gioia?

    “Sì, quella – in veste di allenatore - ed anche l'esordio in Nazionale come giocatore”.

    Una sola la maglia con la Nazionale Maggiore...

    “Una sola e indossata a 21 anni. Il debutto contro la Bulgaria il 30 dicembre 1974 (cittì erano Enzo Bearzot e “Fuffo” Bernardini), prelevato dalla Fiorentina”.

    Quand'è che saremo veramente liberi?

    “Io credo che nella vita bisogna sapersi anche accontentare; guardare indietro per vedere come eravamo, come era la vita, come era la storia, e dico che dobbiamo essere anche contenti. Tra tutte le cose negative, noi italiani, per quanto riguarda la libertà, non dobbiamo lamentarci”.

    Le paure quotidiane di mister Vincenzo Guerini?

    “No, non ho timori perché ritengo che, giunto ormai all'età di sessant'anni, sono stato fortunato nella vita, non mi manca il necessario, ho realizzato quanto volevo, lavoro e famiglia. Ho due figlie, che si sono anche loro realizzate, ho un bellissimo rapporto con loro, stanno bene, sono contente, ho una seconda moglie con la quale ho un rapporto stupendo. Pensi che io sognavo di chiudere la mia carriera calcistica alla Fiorentina, pensa che fortuna ho avuto. Manco nei sogni, avrei pensato di chiudere il mio cerchio sportivo qui, a Firenze”.

    Cos'è che le dà più fastidio nella vita, cosa la commuove e se esiste la giustizia sulla terra?

    “Purtroppo, devo dire che giustizia sulla terra non esiste. La cosa che mi dà più fastidio in questo momento della vita è ciò che sta succedendo nel campo politico in Italia, dove veramente i nostri rappresentanti non si sono accorti la gravità della situazione economica e lavorativa; vivono una realtà completamente diversa. E' possibile – mi chiedo – che non abbiano ancora capito ancora di cosa abbiamo bisogno? L'ultima commozione è stato vedere Papa Francesco perché forse sta facendo capire ai signori della Chiesa che è ora di finirla con il lusso”.

    Il dolore più grande?

    “Sono cose intime, ma, anch'io come tanti altri esseri umani io ho provato i miei dispiaceri, cominciando nel 1975, quando a 22 anni ho smesso di giocare e 13 anni prima avevo perso una sorella per un tumore, nel giro di tre mesi, a soli 18 anni. Nel 1992, un'altra mia sorella ha perso marito e un figlio in un incidente stradale: tutte cose difficile da spiegare”.

    Crede in Dio, esiste l'Aldilà?

    “Lei se non ha Fede, arriva a capire fino a un certo punto, poi, non riesce ad andare oltre; io credo che ci sia un Aldilà, che è troppo grande per essere capito, ma credo ciecamente, fermamente in Dio”.

    E, come se l'immagina, come un campo da calcio?

    “(sorriso) Non lo so, non riesco a immaginarmelo, so che ci sarà una vita con un qualche cosa di là, che è troppo, troppo, troppo per la mia mente per capire, ma so che ci sarà un Aldilà”.

    <>Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it, 18 maggio 2013>

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