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8/11/13
INCONTRI RAVVICINATI: MORENO ROGGI

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><>MORENO IERI, R-OGGI E DOMANI>>
Il suo destino di giovane promessa azzurra corre, fatalmente, in parallelo con quello di Francesco "Kawasaki" Rocca, "colonna difensiva", quest'ultimo, della Roma. Entrambi difensori, entrambi stoppati da gravi infortuni ancora in boccio: il primo – Moreno Roggi – titolare oramai della Fiorentina guidata allora, verso la metà degli anni Settanta, da Gigi Radice, l'altro, Francesco Rocca, come appena ricordato, dei giallo e rossi capitolini. Ed entrambi oramai coppia fissa, inamovibile della retroguardia della Nazionale italiana della metà degli anni 70. Moreno Roggi nasce a San Miniato di Pisa il 24 marzo 1954, dà i primi calci al pallone nel Fucecchio, ma si forma nell'Empoli. Passa ai viola, in cui debutta a 18 anni in serie A, nella stagione 1972-73. Subito 16 presenze ed una rete nella Nazionale Under 23. Poi, in Nazionale Maggiore gioca in difesa in coppia ancora con Francesco Rocca nella gara dopo i Mondiali di Germania 1974, contro la Jugoslavia. Con la Fiorentina vince una Coppa Italia (edizione 1974-75) e una Coppa di Lega Inglese (1975-76), e con i gigliati colleziona in tutto 82 presenze, firmando 4 reti. Poi, un grave infortunio lo tiene lontano dai campi per quasi due anni, rientra (1978-79), ma, non milita più nei viola toscani, ma nell'Avellino di mister Rino Marchesi, di bomber Gil De Ponti (ex Bologna), di Salvatore di Somma, del portiere Ottorino Piotti, quello di "patron" Antonio Sibilia. Nove le presenze con gli irpini, quindi, un altro grave infortunio, che lo costringe a dare l'addio definitivo al calcio giocato. Resta nel mondo pallonaro facendo il procuratore sportivo: suoi i colpi di Massimo Ambrosini (futuro milanista), di Paolo Di Canio (alla Lazio) di Bernardo Corradi (al Chievo e al Parma), non ultimo quello di Massimo Paci al Siena.

Senta Roggi, davvero, un destino cieco e baro, il suo; che lo ha accomunato a quello capitato al suo ex compagno di difesa azzurra, e terzino fluidificante della Roma Francesco "Kawasaki" Rocca...

"Io vorrei subito precisare che non è stato un destino crudele quello capitatomi; anzi, è stato un meraviglioso destino. Vede, il bilancio della vita è come durante la guerra: non è che devi valutare la singola battaglia, è come finisce la guerra su cui bisogna fare una valutazione. Addirittura, certe battaglie che si perdono possono essere positive per vincere la guerra e per me se quella è stata una battaglia persa, nel bilancio fino ad oggi generale della mia vita è stata una tappa importante perché poi la mia esistenza è stata positiva in tutti i sensi. Il calcio mi ha dato fama, popolarità, mi ha permesso di condurre una vita bella, dove la gente si approccia con simpatia con chi fa questo tipo di lavoro come il mio, il procuratore. L'impatto della conoscenza è sempre positiva, poi, sta al singolo elemento di conservare questa positività. Nel contesto generale il calcio mi ha dato la possibilità di continuare a lavorare nel calcio, in quest'ambiente, mi ha dato una vita privilegiata, anche se ho smesso dopo un infortunio subito a 22 anni. Ma, ho fatto in tempo a togliermi tutte le soddisfazioni che volevo, perché ho militato in tutte le Nazionali, sempre in serie A, tranne la C ad Empoli e da giovanissimo, e ho fatto una carriera breve ma molto intensa. Per cui, cosa potevo pretendere di più?"

Quand'è che le è venuta, da calciatore, la pelle d'oca?

"Ho toccato il cielo con un dito in tutti gli esordi, vedi il debutto in C ad Empoli, e per me era un sogno giocare con calciatori molto più grandi. Ricordo un'amichevole contro il Palermo, c'era un certo Landoni, che aveva il doppio dell'età mia e per me fu un'emozione enorme. Ogni vigilia non ho mai dormito bene per l'emozione, ovviamente, quindi, da quella della Nazionale "A" sono state tutte emozionanti. Poi, è chiaro, qualcuno si fa l'abitudine, anche se lemozione pre partita, quella, rimane sempre".

Quattro i suoi gol nella Fiorentina: il più bello?

"Secondo me, il più emozionante è stato il gol di testa contro il Napoli lanciatissimo di mister Luis Vinicio, veleggiava in testa alla classifica, venne a Firenze e noi lo si mise sotto già con un gol nei primi minuti sugli sviluppi di un calcio d'angolo battuto da Antognoni, in porta dei partenopei c'era Carmignani, poi, pareggiò Sergio Clerici all'ultimo minuto".

Lei e "Kawasaki" Francesco Rocca accomunati dallo stesso destino ed entrambi Nazionali e difensori...

"Due destini simili perché di pari età, avevamo giocato insieme in Nazionale Juniores, anche nei Tornei di Viareggio, poi, eravamo la coppia dei giovani difensori con tante prospettive ed innovativi perché pronti già alle proiezioni offensive modello "olandesi volanti" dell'Olanda di Johan Crujff. Poi, il destino ci ha riservato lo stesso trattamento, ci siamo infortunati tutti e due, abbiamo fatto la rieducazione qui a Firenze, lui è stato anche ospite qui a casa mia, ci hanno uniti non solo le cose belle ma anche quelle meno belle. Non le battaglie vinte ma anche qualche battaglia persa. Ogni tanto ci sentiamo sempre con grande gioia e con un bene che sentiamo di volerci reciprocamente".

Autoreti, rigori sbagliati, espulsioni?

"Una sola espulsione a Bologna con l'Avellino negli ultimi mesi che avevo giocato: fui allontanato dal campo per somma ammonizioni non per rosso diretto, non per fallaccio. In campo, certo, ero un pò irascibile, l'esatto contrario di quello che ero fuori dal campo. In partita mi trasformavo e facevo vedere di che pasta, tosta, ero fatto".

Il giocatore più importante che lei ha piazzato o che le deve dire grazie?

"Nessun giocatore mi deve dire grazie perchè il procuratore può aiutare il giocatore a gestire la propria carriera e a gestirsi. A non sbagliare, facendolo ragionare con la propria esperienza, dietro qualche consiglio buono".

Come un fratello maggiore o come un padre?

"Sì, anche se i figli non imparano con gli orecchi ma con gli occhi, nel senso che quello che fai vale di più di quello che gli dici, e loro devono imparare con la loro esperienza. Svolgo questa professione, che è stupenda perché il mio lavoro non dipende dal risultato o dalla palla dentro fuori o sulla linea. Devo dire io grazie a tutti i miei giocatori".

Qualche nome?

"Con Paolo di Canio ho mantenuto un bellissimo rapporto, con Massimo Ambrosini, con Bernardo Corradi, giusto per citarne tre. Ultimo con Massimo Paci, il quale è al Siena ed ha un carattere splendido".

C'è ancora spazio per un giovane "ritardatario" come età, grazie a un bravo procuratore, di salire, che so, dalla serie D più in alto, vedi i casi Torricelli, Villa, altri?

"Un procuratore dà modo a un giocatore di emergere un pochino prima, però, se un giocatore è bravo, alla lunga viene fuori: ci vuole molta costanza e poi le storie della vita non sono mica tutte ugali, eh. Un 25enne ambire a fare la serie A certo che può: la testimonianza di Viganò è quella, quella di Massimo Barbuti – giocatore che avevo io e ha giocato nella Cerretese, nello Spezia e tutti dicevano che non poteva fare la serie A e poi ha fatto la serie A. E ha fatto anche bene in serie A -. Quindi, a volte ci vuole un pò più di costanza per raggiungere la massima serie, però, a chi gioca a qualsiasi età non si può togliere il sogno, e il cercare di raggiungerlo ti aiuta di cercare anche di realizzarlo. E, a volte, si realizza, perchè no? Ci stanno casi oggi di giocatori che approdano in serie A un pochino più tardi e più maturi, ma poi ci stanno bene".

Quali sono le paure quotidiane, oggi, di Moreno Moggi?

"Oggi giorno ci sono i timori e puntualmente vengono superati dalla razionalità, dal buon senso di ognuno di noi. I timori principali sono per la famiglia, per i figli – io ne ho due, un maschio e una femmina - , che non riescono a fare quello che loro vorrebbero fare. Non mi fa paura la morte perché è una naturale conseguenza: mi fa paura il male, non la morte, mi fa paura la sofferenza, ho timore della vita dei figli e mi augurano che abbiano una bella vita come l'ho avuta io".

Timor di Dio?

"Non posso aver paura di un Qualcosa in cui credo ciecamente. Ho amore, non timore, sì ci credo fermamente, credo nell'Aldilà, credo nel fatto che si possa vivere più vite".

Come se l'immagina l'Aldilà?

"Me l'immagino, cercando di darmi anche delle spiegazioni: ho letto dei libri di Brian Whife, che è uno psichiatra che fa ipnosi regressive, e quello mi dà un tipo di spiegazione di come può essere l'Aldilà: pace, serenità, luce, in attesa di essere in pista per affrontare, per fare una nuova vita".

L'ultima volta che ha pianto per un grave dolore?

"Quando ho perso un amico".

I suoi genitori?

"Li ho ancora, vivono con me, e, come dice lei, sono una fortuna poterli avere ancora".

La sua infanzia, com'è stata?

"Povera, ma serena e bella, ero figlio unico, loro facevano i contadini; e sono di Siena".

Anche i suoi credono, come lei, in Dio?

"Mio padre non tanto, eh. E non crede ancora".

Ed allora suo babbo cosa dice sull'Aldilà, sulla morte?

"Dice che quando si muore non ci siamo più: è semplice nelle risposte, non si fa tante domande e, soprattutto, non si dà delle risposte troppo articolate. Per cui, vive bene perché il problema, e lei lo sa meglio di me, è quando iniziamo a farci troppe domande, a porci troppo interrogativi: si rischia di impazzire, a furia di pensarci per poi darsi una risposta, di cui non abbiamo la prova pratica. Ed allora tutto diventa complicato, mio babbo è semplice. Lui vive, sorride, sta bene, non si pone il problema di morire, non vuole morire; anzi, vuol campare tre vite e dice "quando muoio, non ci sono più". La sua può essere un'intelligenza superiore perché è quella dell'auto difesa, perché capisce che pensandoci si diventa matti, io riesco a non pensarci e sono magari più intelligente di chi non ci pensa".

Cos'è che le dà rabbia e cos'è invece che la riesce a commuovere?

"Mi fa rabbia chi non rispetta la parola data, alla quale tengo molto come a un contratto, mi dà fastidio la gente che non si comporta non linearmente: un esempio, quando chiamo mia figlia al cellulare e lei non mi risponde. Invecchiando, mi commuovo di più, e si va dal film sentimentale all'avvenimento nefasto che può colpire una famiglia, un amico, oppure una bella frase, o un abbraccio, o un sentimento di amore che mi dimostrano gli altri".

Era superstizioso in campo?

"Lo ero molto, ora lo sono molto meno. Mi toccavo tutto quando giocavo e ripetevo riti, reindossavo abiti e scarpe che mi avevamno portato bene la volta prima".

Con l'Avvelino ha giocato con Juarì, con Franco Colomba?

"No, Juary è venuto nel 1980, è venuto l'anno dopo, quando c'è stato il terremoto, io ho giocato l'anno prima, nel primo anno di serie A degli irpini, con mister Rino Marchesi. Neanche con Colomba, che è venuto dopo. La formazione del mio Avellino provo a recitargliela, me la ricordo molto bene perché ce l'ho nel mio cuore perché mi sono fatto tanti amici. Allora, in porta c'era Piotti, Reali, Roggi, Boscolo, Cattaneo, Di Somma, Lombardi, Piga, ecc..., presidente, sì, Antonio Sibilia".

Il compagno di squadra più forte con cui ha giocato e l'avversario più tosto?

"Il giocatore più forte con cui ho giocato Giancarlo Antognoni, quello che ho ammirato di più è stato Giacinto Facchetti per la grande onestà intellettuale, il giocatore più difficile per me da marcare era Franco Causio, infatti, gli rifilavo un sacco di legnate".

Esiste il tradimento?

"Esiste, purtroppo, tutti i giorni e in tutte le cose: dal tradimento verso le proprie idee a quello verso gli altri e verso le idee degli altri. E' talmente usato che non è anche più un difetto; anzi, se te non lo fai, ti guardano male, ti prendono per uno scemo, per un poco furbo".

<>Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it, 24 agosto 2013>

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