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9/4/14
INCONTRI RAVVICINATI: PAOLA MARINI

PAOLA, LA VERONESE

La dottoressa Paola Marini è la sovrintendente del Museo Castelvecchio di Verona, la massima autorità nel campo artistico della città famosa in tutto al mondo per Giulietta e Romeo di William Shakespeare.

Qual è la bellezza pittorica ed architettonica che si sprigiona da Verona?
"Uno degli elementi che caratterizzano moltissimo la nostra città è che un materiale straordinario del nostro territorio – che è questa pietra dolce, rosata, tra il rosa e il rosso, estratta dal marmo rosso di Verona – che porta impressa in se stessa anche l'antichità dei secoli, perché noi vediamo le chiocciole degli animali che esse imprigionano e che risalgono a quando questa pianura era un grande oceano -, ebbene, questa pietra rosacea fa da filo conduttore perché passa dalle meravigliose architetture delle chiese romaniche e gotiche ai più umili pavimenti, marciapiedi, su cui attraversiamo la città. Per cui, mi è capitato, io che ho una madre fiorentina, di passare alcuni mesi a Firenze, dove avevo trascorso la mia infanzia, dove ero cresciuta, all'ombra della cupola del Brunelleschi, e di sentire intensa la malinconia proprio di questi colori così accoglienti e di questi materiali, che rendono così sorridente e serena la nostra città. E, in cui, non a caso, per esempio, un grande storico, un grande critico inglese dell'Ottocento, John Ruskin, soggiornò molto a lungo. Ruskin amava Venezia, scrisse il libro "Le pietre di Venezia", "The stones of Venice", ma venne anche 15 volte a Verona, tra la metà e la fine del 1800, proprio colpito dalla bellezza di questi materiali. Che danno una grande continuità e una grande unitarietà al suo sviluppo attraverso i secoli. Non a caso, tra l'altro, l'Unesco, quando si è trovato a dovere inserire alcuni monumenti di Verona all'interno delle

    e dei patrimoni dell'umanità, ha indirizzato la città, che sottoponeva all'approvazione dell'Unesco l'inserimento dell'anfiteatro romano Arena e del teatro romano, ha detto "ma, no, inserite tutta la città, per il suo armonioso sviluppo attraverso i secoli all'interno della grande città delle mura"; che, in realtà, sono tanti giri di mura, ma Verona è bella anche perché è città militare, e città di forza, città messa – per la sua posizione geografica – allo sbocco della Valle dell'Adige, nella fiorente pianura, dove sono sempre scese le popolazioni del Nord prima alla ricerca della ricchezza, poi, alla ricerca del sole – come ha scritto molto bene il Ghoete -, si trova in una posizione strategica. E, proprio per questa posizione strategica, quelli che l'hanno governata attraverso i secoli l'hanno voluta forte e sicura: prima la cinta romana, poi, la cinta medievale, le due cinte medievali – una della città libera, del libero Comune, l'altra dei Della Scala – poi, la grande cinta dei vebeziani che ci porta al Michele Sanmicheli, e, poi, la grande città degli austriaci. Insomma, una sorta di manuale non solo di litologia, come ci ha detto John Ruskin, che invade, accompagna tutto il nostro vissuto, ma, un grande manuale di storia della fortificazione".

    Quali, allora, all'interno di questo contesto, di questo sfondo, sono le opere più belle?
    "Io che sono una storica dell'arte, posso segnalare due-tre grandi eccellenze: una è il Pisanello. Una figura, che come dice il suo nome è nato a Pisa, ma è arrivato giovane, accompagnato dalla madre, a Verona dalla città della torre pendente, per cui si firma Pisanus veronensis più volte. La sua carriera, poi, lo porterà a lavorare nelle principali corti d'Italia dell'Italia della metà del Quattrocento; che sono prima la corte degli Esti, la corte dei Gonzaga, la corte papale e la corte aragonese a Napoli".

    Possiamo scegliere le migliori opere che hanno trattato la vita, l'amore, la morte di questi artisti che hanno aggraziato Verona?
    "Restando col Pisanello, lascia il meraviglioso affresco di "San Giorgio e la principessa" sull'arco della cappella Pellegrini nel duomo di Sant'Anastasia a Verona. Un'opera delicatissima, proprio anche per il suo trapasso tra il mondo gotico – che è il mondo dei cavalieri che salvano le principesse, della natura indagata nei suoi aspetti più minuti e lenticolari nelle piante, nei fiori, negli animali – mentre già questo cavallo, questa principessa vista di profilo ad anticipare le sue straordinarie medaglie, ci parla già del recupero dell'antico e del mondo del Rinascimento. Quindi, il fascino del Pisanello è dato proprio dall'essere come l'adolescenza, che rende speciali gli esseri umani, no?: non sono più bambini, non sono ancora uomini o donne. Ecco, così è un pò Pisanello: una figura di passaggio che conserva tutta la bellezza del mondo gotico, questo sogno della cavalleria, della natura, e poi, invece, la forza, la prestanza, il recupero dell'antico del Rinascimento".

    Nel mezzo abbiamo il Mantegna...
    "Andrea Mantegna – siamo nella metà del 1400 - era padovano e che però arriva a Verona chiamato da Gregorio Correr, che è l'abate di San Zeno. Mantegna è un interessante personaggio che non riesce a sfondare nella corte papale e decide di ritirarsi a Verona. Decide di sfuggire proprio alle complicazioni della corte papale e dedicarsi a una vita di studi come abate del monastero benedettino di San Zeno; che era un monastero ricchissimo e potentissimo. E lì l'abate Gregorio Correr chiama nel 1457-1460 il Mantegna, il quale si era formato nella Padova di Donatello e che consegna all'abbazia di San Zeno questo trittico che è il segnale di annuncio dell'arte rinascimentale nel Veneto. E' una sacra conversazione, la Madonna tra una serie di Santi, sotto un portico all'antica, con tutti gli angeli che cantano; quindi, la bellezza del colore, la bellezza del disegno che è un disegno quasi scolpito, quasi inciso, è un'opera ancora su tavola come era la pittura più antica. Proprio quasi una miniatura, solo che è una scala gigantesca, perché è un grande trittico, con un grande coronamento, con tre predelle che purtroppo Napoleone ha portato via e che oggi sono una al Louvre e le altre due al Museo Toure".

    E, non si può fare a meno di scordare il grande Paolo Caliari, detto Il veronese...
    "L'unico veronese è Paolo Caliari e il suo verde. Ebbene, il veronese è figlio di un tagliapietre che veniva da Pissone, nella zona del Lago di Lugano, e sicuramente si è formato guardando il padre che faceva i pavimenti delle chiese e che se lo portava dietro da buon genitore. Guardando tutte queste meraviglie, Paolo è stato molto contagiato e in un certo senso favorito nella sua poi arte pittorica".

    E la bellezza, nel Veronese, in cosa si concretizza, in quale opera?
    "Del Veronese, intanto, avevamo tanto, ma, poi, tra il 600 e l'800 la città ha perso tanto; tante opere sono state vendute, tante collezioni, ma anche delle opere che erano in conventi pubblici. Oggi, il capolavoro assoluto de Il Veronese è "Il martirio di San Giorgio" nella chiesa di San Giorgio in Braida. Pensi che in questo momento a Londra si sta tenendo una grande mostra dedicata a Paolo Veronese, apertasi il 19 di marzo, e che si protrarrà fino al 15 giugno. Mostra, che poi in parte verrà a Verona, dal 5 luglio al 5 ottobre. Un'opera imponente, enorme, di 3 metri per 4, in oro. Bene, è alla National Gallery di Londra, in Trafalgar Square, l'opera più forte e più potente di Paolo Caliari. È un tripudio di colori, ed il concetto che il Veronese vuol comunicare è che il Santo si abbandona alla volontà di Dio ed offre se stesso pur di non rinunciare alle idee cristiane. Dunque, una grande testimonianza di vita cristiana. Evidentemente, nel 500 quest'opera aveva ricoperto la sua importanza perché c'era stato il sisma dei Luterani e la Chiesa cattolica doveva recuperare terreno ed usava anche l'arte per cercare di comunicare al popolo la fedeltà all'ortodossia. E si sa che gli artisti – vedi oggi la musica in una società inflazionata di immagini – sono tra i più grandi comunicatori. Ed immaginiamo che forte impatto suggestivo, che emozione poteva suscitare un'opera de Il Veronese fatta di tanti personaggi, con colori così intensi, con gesti così espliciti, una ricchezza di significati così complessa: qualcuno ha detto che Paolo Il Veronese è il più grande colorista – e cito Marco Boschini, studioso del 700 e definito il "Tesoriero della pittura"; e Bernard Berenson ha detto che Paolo Veronese è per la pittura ciò che Michelangelo è per la scultura; quindi, siamo ai massimi livelli! -. Ma è stato sottolineata anche la sua grande capacità di vero scenografo, capace di mettere in scena queste sue narrazioni, profane, mitilogiche, religiose, allegoriche, esattamente con la sapienza tipica di un vero scenografo. Andando così a colpire la fantasia, il cuore, l'immaginazione degli spettatori; che allora erano anche più ingenui di noi".

    Per l'architettura abbiamo Michele Sanmicheli...
    "Paolo Il Veronese, l'artista sommo che porta il nome di Verona nel mondo, non sarebbe diventato tale se non avesse guardato al Pisanello, al Mantegna, a Domenico Morone – un seguace di Mantegna nella sua Libreria Sagramoso – senza il grande architetto – anche militare – Michele Sanmicheli; che lo amava come un figliolo. Giorgio Vasari, nelle sue vite di pittori, scultori e degli architetti, ci dice che Sanmicheli amava come un figliolo Il Veronese perché conosceva la sua famiglia, essendo il padre del Veronese come abbiamo già detto un tagliapietre, dall'altra perché il Sanmicheli si era formato nella Roma di Raffaello, nella Roma di Michelangelo, nella Roma dei primissimi anni del Cinquecento; e dei grandi Papi, Giulio II, Leone X, nel momento cioé in cui si gettano i semi della nostra civiltà dell'arte figurativa. Dopo succede la Calata dei Lanzichenecchi e, nel 1527, il famoso Sacco di Roma, che fa sì che tutti quegli artisti che si erano raccolti a Roma presso la corte papale mecenatesca per fuggire dai rischi e dai pericoli dei Lanzichenecchi rientrano nelle città di provenienza. E Michele Sanmicheli ritorna a Verona ed è al servizio della Serenissima".

    E trasforma completamente il volto della città scaligera...
    "E, da tutti i punti di vista: da quello architettonico rinnova i palazzi delle principali famiglie, quelle dei Sanmicheli, Bevilacqua, Pompei, Onori, Canossa, Guastaverza, dovendo immaginarci la casa quattrocentesca come una casa elegante, con le modanature in pietra ma di dimensioni più ridotte; qui si vuole ora fare una casa all'antica modellata sui grandi palazzi romani di Michelangelo e di Raffaello. Ma, anche si occupa di architettura religiosa, rinnova il Duomo di Verona, la cupola del santuario di Madonna di Campagna, il Lazzaretto di Porto San Pancrazio, ma anche di urbanistica e di architettura militare. Quindi, il Sanmicheli decide tutto lo sviluppo di Verona, compiendo questa grande cinta muraria, che abbraccia la città molto da lontano, e, soprattutto, le porte monumentali".

    Insomma, un grande regista della città.
    "Sì, in un momento in cui dopo la Pace di Cambrai, nel 1514, c'è la necessità di reinvestire nella terraferma, a questo punto, il Sanmicheli che cambia il volto delle città venete e di Verona in particolare, ha anche bisogno di decorare questa nuova architettura in maniera rivoluzionaria. E sceglie un gruppo di artisti, il primo dei quali è Paolo Veronese, ma ce ne sono altri come Giovanni Battista Zelotti, Bernardino India, Anselmo Canéra, Giovanni Battista Fasolo".

    Un secolo, professoressa, quello dal 1438 al 1538 densissimo di opere ed artisti per Verona, ma non solo per la città scaligera.
    "Certo, mentre il 600 non è stato un secolo buio, ma segnato dalla peste manzoniana, mentre nel Settecento registriamo un certo recupero con Giambettino Cignaroli, la fondazione dell'Accademia di Belle Arti".
     Una Verona, "recuperata" dal grande architetto veneziano Carlo Scarpa...
     "L'architetto Scarpa ha compiuto più di un lavoro, compreso il restauro di castelvecchio, opera che compie proprio 50 anni e mi piace festegggiarli con lei, in questa intervista ed in anteprima, ma sarà ad ottobre la vera scadenza, così come fu nell'ottobre del 1964 che venne restaurato il Museo restaurato di Castelvecchio, restaurato e riallestito da Carlo Scarpa".

    Architetto, Scarpa, che compì altre opere...
    "La sede della Banca Popolare, in piazza Nogara, e l'edificio, la villa per il prof. Carlo Ottolenghi, a Bardolino. Carlo viveva a Venezia, ma per il figlio Alberto, che lavorò all'ospedale "Giobatta Rossi" a borgo Roma, fece costruire questa casa sul lago di Garda, chiamata la villa Ottolenghi, a Bardolino. L'artista porta la sua cultura, che è soprattutto veneziana, il suo uso dell'acqua, l'uso del verde, il suo cercare i luoghi silenziosi e racchiusi anche tra queste mura scaligere. Ma, quello che mi colpisce e mi stupisce di Scarpa è che capisce, interpreta proprio l'uso dei materiali con cui abbiamo iniziato questa nostra conversazione, la pietra rosacea. Se lei entra a Castelvecchio, tutto il primo percorso sembra quasi di essere in una calle veneziana, ed è fiancheggiato da pietre recuperate: si porta dietro il suo vissuto, davvero. E' stato subito riconosciuto come un capolavoro ed è stato amato, conservato e curato con la consapevolezza che si trattava di un capolavoro. E, questo ce l'ha comunicato il nostro grande maestro, il vicentino prof. Licisco Magagnato, direttore del Museo di allora. E dal dialogo, fervido, tra l'architetto e il prof. Licisco Magagnato, nascono queste soluzioni così felici di Scarpa a Castelvecchio e lascia anche nell'equipe di persone che lavora a Castelvecchio la consapevolezza di avere un tesoro prezioso, oltre ai tanti capolavori d'arte che conserviamo, per curare e conservare. Quindi, non solo le pitture, le sculture che noi esponiamo, ma anche il contenitore Castelvecchio".

    Il rosso del Tiziano Vecellio, il verde del Paolo il Veronese, il blu, i marroni-scuri dei fiamminghi con caratteristica abbastanza domestica (dove, scomparso il Rinascimento dei grandi artisti, i quadri non sono più commissionati dai grandi Mecenati; cambiamento sospinto dalla Riforma luterana e richiesti dai borghesi emergenti), l'azzurro dei cieli della Cappella Sistina di Michelangelo, il giallo di Van Gogh, perché?
    "L'ho sto ancora studiando; certo, è un verde particolarmente brillante, smeraldino, ma, da cosa nasca, da quale terra, io quest'aspetto tecnico, materico non le so dire".

    L'esimio architetto veronese Libero Cecchini ha detto che Verona ha tre colori: il rosso (del cotto fatto bruciare), il giallo (il colore della terra, simile alla famosa terra di Siena, o della pietra galliana o del tufo, come dice lei, dottoressa) e il verde (delle colline della val d'Illasi)...
    "C'è uno studioso francese, di cui adesso mi sfugge il nome, che sta scrivendo dei libri, delle monografie, ognuna dedicata a un colore".

    Il tema di questo libro verte sulla bellezza: cos'è, secondo lei?
    "Bellezza, per me, è un equilibrio – e in questo non vorrei essere troppo crociana – tra contenuti e forma. Tante volte io con l'arte contemporanea, che pure mi piace e mi interessa moltissimo, per cui mi manca quest'aspetto tecnico-formale, che ha contraddistinto tutta l'arte antica. Cioé, un muratore che sa lavorare i suoi materiali benissimo, un pittore che prepara la tavola e poi la dipinge come fosse una miniatura del Quattrocento, con la forza, l'energia che anticipa il Barocco, il Paolo Veronese, distinguendosi uno per il rosso, l'altro per il verde. Per me, l'aspetto materiale dell'opera è fondamentale e quando esso viene meno, io sento che mi manca qualcosa. Così sento che mi manca qualcosa quando è tutto troppo concentrato solo sull'esecuzione, magari un'esecuzione perfetta ma dentro non c'è anima, non c'è contenuto. Quindi, per me, bellezza è equilibrio tra la componente della materia, con cui l'opera è fatta – può essere una miniatura, una giada, una moneta, può essere il tufo, la ceramica, l'ambra -, è la capacità dell'usare quella tecnica. Ma, ci vuole destrezza massima, e il capolavoro arriva quando c'è l'abilità portata all'estremo nell'utilizzare una determinata tecnica, ma anche qualcosa nel contenuto: uno stupore, una provocazione, un sorriso, uno sguardo, qualcosa di inaspettato, di sorprendente. Insomma, qualcosa che ti colpisca dal punto di vista del contenuto, mettendo anche in crisi le tue convenzioni, la bellezza, certo, del nudo d'arte. Ma tutto questo mescolato con le componenti tecniche".

    La morte, la vita, l'amore, la bellezza: in che opere meglio sono raffigurate nelle opere degli artisti veronesi o di quelli che hanno lasciato un segno qui a Verona?
    "Allora, per la morte posso citare un'opera del Museo di Castelvecchio di questo cossidetto maestro trecentesco di Sant'Anastasia, maestro della corte di Cangrande della Scala, che operava nei tempi in cui c'era Dante a Verona, che lascia nella "Crocifissione" di Castelvecchio questo senso del dolore, sembra quasi che il suo costato si spacchi nell'emissione di questo grido fortissimo; sicuramente, un modo in cui l'artista assorbe anche tutti gli umori nordici dell'Espressionismo tedesco, che sono congeniti in una città, in fondo, di confine come è Verona. Certo, non è Bolzano, ma ci stiamo avvicinando verso il Nord".

    L'amore e la vita?
    "L'amore e la vita? Bè, l'amore è Giulietta, mi scusi, sa? E' la nostra croce e la nostra delizia perché abbiamo da gestire anche questo entusiasmo delle folle di turisti che arrivano a Verona e che poi viene anche alimentato dalla tragedia di William Shakespeare. Scelgo, dunque, una Giulietta senza forme, in questo caso, sì, sì, una Giulietta letteraria perché certe sue traduzioni soprattutto nella pittura dell'800 che la vedono giustamente una fanciulla corporea, che si è appena affacciata alla vita e che incontra subito la morte per questo suo grande amore, infelice però".

    La vita, in quale opera?
    "Il trionfo della vita? Allora, che parlando di arti figurative, visto che abbiamo tessuto questa immagine grande della città, ho pensato allo studioso John Ruskin, che saliva sulle colline di Castel San Pietro, guardava in giù e diceva "Guardate Verona, dove è nata la litologia, dove ci sono le pietre più belle" – l'ha detto anche l'architetto Libero Cecchini –, ma, dove è nata anche l'arte della guerra, per via delle tante fortificazioni. Ma, sotto lo sguardo di John Ruskin c'era uno dei più bei giardini – perché anche il giardino è una creazione artistica: è progettato da un architetto, è fatto crescere da dei natura

      i, è tenuto in vita e in forma perché allora erano giardini "formali", e pensando al trionfo della vita", mi viene in mente subito il nostro Giardino Giusti. La natura che cresce, ma che può acquistare delle forme, la scelta di varie forme botaniche, i vari tipi di piante, la cura pignola del giardinaggio, il labirinto decorato da statue, la ricca raccolta di lapidi e di iscrizioni classiche, romane. E, poi, la famiglia Giusti aveva nel proprio palazzo una bellissima collezione, era la quadreria, la più importante della città, con più di cento ritratti: mandarono a Firenze il pittore Felice Brusasorzi perché completasse, nella collezione dei Medici, quei ritratti di cui erano privi; ci volevano i ritratti dei sovrani più importanti, dei letterati più prestigiosi e di altri reperti e dipinti. La bellezza, dunque, tra interno ed esterno, l'armonia musicale perché presso il Palazzo Giusti c'è stata la prima sede dell'Accademia Filarmonica, una delle Accademie più antiche, e, quindi, il Giardino Giusti lo vedo bello come il trionfo della vita; in tutte le sue espressioni più nobili".

      Andrea Nocini, per www.pianeta-calcio.it, 2 aprile 2014

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