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Archivio: INTERVISTE VIP

29/9/14
INCONTRI RAVVICINATI: DOTT.SA GIOVANNA PAOLOZZI MAIORCA STROZZI

IL PALAZZO STROZZI...DI MANTOVA

La copertina di Mantova, che anche la Sovrintendente, la dottoressa Giovanna Paolozzi Maiorca Strozzi, ha scelto, e che piace tanto a noi è quella che vedi quando, imboccando il ponte di San Giorgio, sullo sfondo, quasi all'orizzonte, ti appare tutta la città storica, con la chiesa di Sant'Andrea, il castello Ducale, come una bomboniera, come se fosse raccolta in un fazzoletto o già in posa per essere ripresa. Qui, dal 1300 fino al 1700, ha regnato la dinastia dei Gonzaga, una delle più potenti, colte e raffinate, e, quindi, più rappresentative del Rinascimento italiano ed europeo. Una famiglia illuminata, che chiamò a creare alla sua corte pittori, poeti, artisti importanti dell'epoca, dal Pisanello all'Andrea Mantegna al Giulio Romano, dal Claudio Monteverdi al Torquato Tasso. Qui, il Tiziano ritrasse Isabella D'Este, moglie di Francesco II, qui Rubens diventò "consigliere artistico di corte". Ma, anche Domenico Fetti, Domenico Morone, il Dominichino, Dosso Fetti, ed artisti fiamminghi trovarono ispirazione, consacrazione, in pratica, la loro seconda dimora, cattedra.
 
Una cittadella, che, come ci ha detto qualche vegliarda abitante in cui ci siamo imbattuti percorrendo la strada dalla stazione alla sede della Sovrintendenza, è rimasta chiusa, ma ha anche saputo così difendere la propria peculiarità, evitando così di sgranarsi in altre identità, conservando tutto il suo fascino di cittadella medioevale, i suoi sapori, le sue botteghe artigiane. Ed incontriamo la dottoressa Giovanna Paolozzi Strozzi a Mantova, nella sede della Sovrintendenza dei Beni Storici Artistici ed Etnoantropologici (ma, è pure Direttrice del Complesso Museale di Palazzo Ducale di Mantova), delle città di Mantova, Brescia e Cremona. Il colloquio avviene in pieno centro storico, ovvero in via Giovanni Paccagnini (Livorno 1910, Firenze 1977), guarda caso, suo predecessore in tutti gli incarichi ed apprezzato storico dell'arte.
 
Dottoressa Strozzi, cosa intende lei per bellezza nell'arte?
"Il concetto di bellezza è sempre stato opinabile. Kant ha dedicato propri studi all'Estetica, però, la bellezza ha avuto i suoi momenti di evoluzioni, di cambio, e di ritorni indietro rispetto a certe valutazioni. La bellezza cambia, ma cambia alla vita che ognuno uno di noi vive al momento, quindi, contemporanea. Pensiamo solo al Caravaggio, che all'epoca era un artista assolutamente denigrato e poi invece è diventato un grandissimo della nostra storia; ed, allora, qual è l'arte? Non era l'arte quella che faceva Caravaggio? Sicuramente sì, noi l'abbiamo riscoperta ed appoggiata. Ci sono già nelle varie epoche storiche un ritorno di visioni artitistiche che seguono l'evoluzione. Direi che va vista così, immaginata come qualcosa di evoluto e di mobile, di dinamico".
 
La bellezza nell'arte dove si esprime qui, a Mantova?
"Secondo me, Mantova la esprime come città in assoluto: non c'è un momumento che in particolare la esprima. La bellezza di Mantova è lei, la città. Infatti, è stata riconosciuta Patrimonio Unesco tutta la città, che è una cosa abbastanza rara. Di solito, poteva essere riconosciuto come Patrimonio Unesco un edificio oppure una pala, ad esempio "La Camera degli sposi" del Mantegna, ma ha voluto considerare giustamente ad alto livello tutta la città, perché è rimasta intonsa, non avendo una periferia, non avendo modo di estendersi, di ampliarsi, essendo un promontorio che si avvicina al lago e che diventa quindi una piccola isola in se stessa. Ha mantenuto tutti i meravigliosi edifici, chiese e piazze da 7 secoli; e questa è la vera bellezza di Mantova".
 
La morte, in tutta la sua crudezza, dove possiamo ammirarla, percepirla?
"La morte è sempre presente nella pittura, nel senso che si dipinge per ricordare. Il ricordo vuol dire che vai incontro alla morte, ma la morte che non è solo fisica. La morte è morte del ricordo, della persona, di quello che ha fatto, di quello che è stato; quindi, tutto quello che è storia scritta, pittura soprattutto quella che c'è nel Palazzo Ducale, è tutta a ricordo imperaturo ed è contro la morte. Ed è anche per chi non crede, dunque. Come faccio a farmi ricordare, in un'epoca in cui si viveva molto meno di adesso? Credo che tutta l'arte sia riferita alla morte, non è un'immagine precisa, ma è un riferimento continuo che l'uomo ha".
 
E la sublime "Deposizione" del Mantegna"?
"Il piccolo Mantegna è in Spagna, al "Museo del Prado", a Madrid, non è nostro ormai, anche se prendeva il punto più bello del Mincio, addirittura la visione dal castello; era stato anche richiesto in prestito, ma non c'è stato dato. E' un'operazione che dovrebbe tornare a un cero punto a Mantova, almeno per un periodo, sì, è una parte di Mantova. Ma, oramai i beni di Mantova sono stati diffusi nel Seicento, sono andati un pò in tutto il mondo. Il noto archeologo classico e storico dell'arte Salvatore Settis ha detto: "E, forse, giustamente anche; in fondo, una parte di Mantova c'è in tutto il mondo. È stato anche un modo per farla conoscere e far conoscere la sua grandezza". E, forse, il Settis non ha tutti i torti in questa sua affermazione".
 
Dove si può cogliere, invece, il trionfo dell'amore, inteso come maternità, carità?
"L'amore può essere identificato con Palazzo Te (da palazzo Tigli), direi: cioè con l'amore che Federico II ha avuto per Isabella Boschetti, per la sua donna, che è stata poi accanto a lui per tutta la vita. Quindi, questo faceva capire come in fondo c'era il matrimonio che era la politica di prosecuzione del proprio Stato. Che era fondamentale sposarsi con una donna che aveva potere, prestigio, ma c'era anche il cuore. Federico II Gonzaga è stato un uomo molto innamorato di questa donna, per la quale ha creato questo meraviglioso giardino, questo Eden, questa villa suburbana quasi alla latina. L'amore vero è in quei bellissimi affreschi di Tintoretto, di Giulio Romano, che la decorano e sono tutti dedicati all'amore. E' forse l'espressione più pregnante di amore fisico, ma anche spirituale, di tutta la città".
 
Isabella d'Este, marchesa di Mantova, è stata una donna molto illuminata...
"Isabella era un'Este, come ben ricorda lei, quindi, aveva questo senso della famiglia fortissimo, tant'é vero che difficilmente non metteva prima Este rispetto a Gonzaga. Era una donna di grandissimo valore, era una donna che sapeva governare, era una donna per il Governo. E, infatti, il marito Francesco fu per lungo tempo ostaggio di Papa Giulio II e questo la portò, a un certo punto, a dover governare da sola una situazione non certo facile, quella mantovana, perché erano tanti i nemici pronti a contrastare, a sfidare la Signoria gonzaghese (dai Carraresi ai Visconti agli Scaligeri, al Granducato di Toscana, agli stessi papalini): Isabella dette nel 1510 il figlio Federico Gonzaga II in ostaggio al Papa – Giulio II - perché non liberassero Francesco, ad un certo punto. E' stata una donna coraggiosissima nei confronti dei propri affetti, purché la politica e la città di Mantova non ne pagasse lo scotto. Chiaramente, la Mantova di allora era una piccola potenza".
 
E, il tema dell'aldilà, della Risurrezione?
"Lo riscontramo nei Sacri Vasi, sicuramente, nel loro ritrovamento: operazione talmente importante per la vita religiosa, che potrebbe essere il punto focale per tutta l'Italia e tutto l'estero. Sono stati trovati nel 7°-8° secolo, riscoperti, e dovrebbero essere dell'epoca di Cristo. C'è del sangue di Cristo in questi due vasi e una volta all'anno vengono tirati fuori ed ostentati nell'ambito di una grande cerimonia. Invece come tema di Giudizio Universale, Risurrezione, all'interno del Palazzo Ducale, abbiamo una cosa molto laica, a livello di affreschi. Quindi, direi che sono le grandi chiese, che contornano la città, che sono le depositorie della vera Risurrezione. Poi, ci sono naturalmente delle pale, come quella di Cima da Conegliano, davvero stratoferica, opera incredibile, alta più di 3 metri, con la Madonna, che noi abbiamo in deposito in questo momento oramai da anni, e che viene dal territorio (non ricordo bene da dove perché sono ormai 40 anni che è da noi); ed è un Cima bellissima, una pala alla quale invito ad accostarsi. Purtroppo, ora non è accessibile, ed è l'espressione forse più ricca di spiritualità religiosa. Poi, c'è una bellissima Crocifissione anche in zona Guastalla, recuperata durante i restauri all'epoca degli anni 60, venuta alla luce a chi stava togliendo i vari intonaci, sovrammessi, ecc...: hanno trovato questa "ater cappella" intera, trecentesca, dove c'è, a forma di cappella ogivale, questa Crocifissione, presumibilmente opera di un pittore bolognese, vicino a Vitale da Bologna, della metà del 300, e che in qualche modo ha ispirato anche il Pisanello in quel famoso affresco che noi possediamo nella Sala di Pisanello, con tutti i cavalli ritratti nelle diverse posizioni. Una Crocifissione veramente commovente per il modo di esprimere il dolore del Cristo, e che contrasta con la cattiveria del soldato che non Lo guarda, non si impietosisce davanti al Cristo morente, ma che gioca cinicamente a dadi".
 
Il nudo d'arte l'abbiamo a Mantova?
"Faceva parte della civiltà e della cultura dei Duchi e dei Marchesi mantovani. Era una cultura più di corte. Era Tiziano il grande pittore che poteva esprimere nel modo artisticamente più valido la bellezza dei nudi femminili. Anche Giulio Romano, però, il quale segue questo filone attraverso Raffaello. Qui, direi che il punto nodale è il Palazzo Te: infatti, se lei va a avedere i vari affreschi opera di Giulio Romano, si accorgerà che il Concilio degli Dei, la Camera di Psiche, il nudo è assolutamente imperante in tutte queste sale".
 
Nella sua lunga esperienza professionale, non le è mai capitato di aver partecipato, di aver visto un ritrovamente che le ha fatto venire la pelle d'oca?
"Io non ho mai scoperto niente, ma la pelle d'oca mi è venuta quando mi hanno confermato dirigente di Palazzo Ducale perché per me dirigerlo è una grande commozione giornaliera. Io capisco che la mia dimensione umana è stata coinvolta in una responsabilità enorme, perché gestire una Corte così meravigliosa, dove per secoli – per 4 seicoli, dal 1328 al 1707 – ha vissuto e regnato una Signoria molto illuminata. E' ancora una Corte esistente (sì, ci sono rami un pò cadetti). Io ho sentito come un grandissimo onore poter gestirla con tutta me stessa, con commozione e senso di orgoglio. Questa, per me, è una missione e cerco di farla al meglio, perché dovunque operi, faccio un restauro, io debbo capire che c'è stata tanta di quella storia, hanno lavorato tanti artististi di livello internazionale, ha pulsato una Corte così illuminata. E, io ne porto avanti, per un piccolissimo tratto, ancora la vita di questa Corte. Per me, questo è senso sempre, giornaliero, lo sento come un onore, con tutti i limiti della mia persona, delle mie competenze. Ho vissuto a Modena per lunghi anni e conosco di più la realtà estense perché ci ho lavorato per 25-30 anni. I Gonzaga, per me, sono un pochino più difficili, ci sto entrando adesso, da pochi anni".
 
Che differenza, in campo artistico, c'è tra la dinastia dei Gonzaga e quella degli Este?
"Pochissima, perché erano parenti, si confrontavano in continuazione e si imitavano l'un l'altro. Erano in una sorta di splendida simbiosi, anche per via delle rispettive parentele. Eppoi, erano due Corti quasi similari, perché erano illuminate per cultura, arte, poesia, letteratura, erano antesignane nei gusti. Pensi che i Gonzaga, con Vincenzo, comprarono quella meravigliosa "Morte della Madonna" del Caravaggio, che era stata sempre stata odiata da tutti, fu tolta addirittura da una chiesa di Roma per la quale era stata fatta, e Vincenzo l'ha portata a Mantova. Questo fa capire che erano molto avanti: certo, c'era Rubens, il loro referente, il loro consulente d'arte in un'epoca in cui Rubens non era ancora conosciuto. Nell'entrare a Mantova ho avuto la sfortuna di fare i conti con un terremoto, quello del maggio del 2012, ma l'evento sismico ci ha dato modo di rivedere tanti spazi, di riscoprire e di recuperare opere abbandonate o messe in disparte".
 
La modernità in cosa si esprime a Mantova?
"Per me, la modernità oggi nel mondo sta solo nelle architetture nuovissime, vedi New York. Qui, a Mantova, non le saprei proprio dire. Io la modernità la vedo oggi nell'architettura e nella pubblicità: in questi due campi, ed anche in certe forme di comunicazione, io riscontro l'arte. I vecchi metodi pittorici non possono più esprimere la nostra contemporaneità".
 
Che copertina di Mantova immersa nell'arte ci propone?
"Io penso sempre a quello più classico: l'entrata in Mantova dal ponte di San Giorgio. Per me, quella è veramente la più commovente: quella che vede il Palazzo Ducale, che si apre sul Mincio, questo ponte che però tu lo vedevi da lontano. E, ti aspetti questa città da sogno; e lì raccolta c'è tutta Mantova, tutta la bellezza, il fascino di Mantova. Non direi un'opera o un edificio in particolare".
 
Quand'è che c'è stata la creativa artistica, quella cioé libera da vincoli e temi religiosi?
"Il Rinascimento ha cominciato a portare l'uomo al centro di tutte le cose; quindi, la cultura greca, latina riproposta, ristudiata – pensiamo che Mantova è stata una sede importantissima del Rinascimento nazionale, perché quando Papa Pio II Enea Silvio Piccolomini da Pienza arrivò qui nel 1450 per indire la nuova crociata contro i turchi, qui si formò una dieta importantissima -. Qui, per otto mesi, si ritrovarono tutti i più grandi dalla Grecia, portando testi, qui fu un momento di rivisitazione dell'antico pre-cristiano e, quindi, gli importanti studi fatti da Platone, eccettera eccetera. Le teorie medioevali vennero messe in discussione e Mantova forse tenne buona testa alla Firenze dei Medici e degli studi plotiniani. Qui, arrivarono moltissimi documenti e si cominciò a tradurli in latino ma anche in lingua italiana, ed ebbero una vasta diffusione a Mantova: pensiamo a quello che portò poi alla scuola di Vittorino da Feltre, qui fu un crogliolo di cultura umanistica e rinascimentale in senso artistico".
 
Il "memento mori", dove possiamo coglierlo?
"Presso la Galleria Estense, bella, molto ricca di cose pittoriche. Da noi, non c'è un'immagine che possa spiegare il "memento mori", ma, la morte è in fondo a tutta l'arte. Chiaro, il Barocco l'ha esaltata molto di più, perché si è confrontato in modo più diretto e perché è nato dopo il Sacco di Roma, il Concilio di Trento, dopo la Riforma Luterana in cui tutta la Chiesa è stata rimessa in subbuglio, e, quindi, il Barocco nasce da tutto questo".
 
Ha trovato in ipogeo qualche cosa che l'ha particolarmente colpita? Che so, a Forcello di Mantova ha trovato in un sarcofago dei Signori Gonzaga un vestito, un gioiello, un'arma di un duca, che l'ha colpita?
"Qui parliamo di archeologia. Io posso dirle solo che questo uso negli ultimi anni di scoperchiare tutte le tombe di chiese quattrocentesche-cinquecentesche per tirar fuori le tombe degli avi – ed è successo poco tempo fa riguardo i Gonzaga – per vedere come erano posizionati, che tessuti c'erano, che gioielli portavano, bé, questa operazione la trovo terribile. Sono cose che non si dovrebbero mai fare proprio perché siamo cristiani. E' un sacrilegio, una profanazione, occorre portare il rispetto per chi ci ha preceduto, o no? Queste cose non mi piacciono e le trovo davvero di cattivo gusto. So che hanno fatto anche delle mostre, l'ho appreso dai giornali, ma, per me, chi è morto deve essere lasciato in pace. Invece, questa laicità un pò troppo spinta, che sfiora la necrofilìa vera e propria, non la condivido, ma cerchiamo di fermarci o di farla, se proprio, attraverso piccole sonde da immergere all'interno dei sarcofagi, avvalendosi di studi scientifici non troppo invasivi, potenti. Eppoi, cosa si spera di rinvenire, a distanza di anni, di secoli, a livello di tessuti o quant'altro?"
 
Da Mantova, Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it

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