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Archivio: INTERVISTE VIP

29/9/15
INCONTRI RAVVICINATI: ELENA SERVITO (SIRACUSA)

Restando in Sicilia, nella zona Sud Orientale dell’isola, ecco un’altra perla di teatro a cielo aperto: il teatro greco di Siracusa, che sorge tra i fianchi rocciosi del Colle Temenite: è uno dei più belli che l’antichità ci ha trasmesso. Raggiungiamo la “bianca” (e per la pulizia e per il colore della pietra del luogo) Siracusa, e ci incontriamo davanti alla chiesa di Santa Lucia, la protettrice della città, con Elena Servito, la Referente dell’Archivio storico e della Biblioteca di Siracusa.

Il teatro di Siracusa è diverso da quello di Taormina?
“Sì, il teatro di Siracusa è un teatro che è scavato sul colle Temenite ; una parte di queste pietre purtroppo nel periodo spagnolo furono levate, i gradoni furono asportati per costruire mulini spagnoli; ed anche le mura esterne di Siracusa, di Ortigia. Per noi siracusani, il teatro antico di Siracusa è uguale a Istituto Nazionale Dramma antico, è uguale a Fondazione INDA. Nel 1913, il siracusano e conte Mario Tommaso Gargallo di ritorno da una visita in Toscana, esattamente a Fiesole, dove assiste alla rappresentazione di “Baccanti ed Edipo re” si pone la domanda “ma, a Fiesole sì, a Siracusa no?”. Quindi, ha questa intuizione di far rivivere gli spettacoli classici al teatro greco di Siracusa 2400 anni dopo la “polis”. Quindi, il 6 aprile del 1913 convoca alla Camera di Commercio di Siracusa tutti i notabili della città ed espone questa sua idea. Invita anche i primi personaggi ,che faranno poi parte di quest’entourage artistico per i successivi trent’anni, e sono Ettore Romagnoli, grecista, il suo caro amico, cui affida la direzione artistica, la realizzazione e l’esecuzione delle musiche, Duilio Cambellotti che farà la scena, Bruno Buozzi che curerà i costumi, e la bellezza di questa intuizione oltre alla voglia di far rivivere l’utilizzo di questo teatro fu quella di utilizzare le masse siracusane, individuate negli studenti del Liceo Regio Classico “Gargallo” – come il nonno - e il Regio Liceo dell’Industria e dell’Arte, l’odierno Liceo Artistico. Come li utilizza? Le allieve e gli allievi del Liceo Classico vengono utilizzati per i cori cantati e i per i cori danzanti, mentre gli allievi e gli insegnanti del Liceo Artistico, chiamiamolo così, vengono impegnati per la costruzione. Consideriamo che nel Liceo Artistico di Siracusa c’erano artisti come Carmelo Scandurra, come Giovanni Fusero, tutti allievi della scuola siciliana, cui poi farà riferimento anche Cambellotti quando verrà a Siracusa. E, quindi, questa macchina organizzativa, questa intuizione del 1913 riesce ad avere la luce il 14 aprile 1914 con la messa in scena di “Agamennone” e di “Eschilo”. Da lì inizia tutta questa avventura che l’anno scorso ha compiuto i suoi cento anni. Quindi, ritornando al teatro greco, alla domanda cosa rappresenta il teatro greco per i siracusani?, è l’espressione artistica massima sia archeologica sia drammaturgica sia artistica, quindi, abbiamo una messa in scena totale, a 360 gradi, che affronta l’aspetto letterario, l’aspetto teatrale, l’aspetto archeologico ed anche ambientale, perché comunque siamo all’interno di un colle e in un rapporto terra-mare, paesaggio-mare – che oggi con tutte le infrastrutture, la costruzione della ferrovia si sono perse -, però, il rapporto era quello, cioè un rapporto diretto tra l’arte e la natura”.

Teatro, quindi, come cuore pulsante dell’umanesimo siracusano?
“Certo”.

Come quinta scenografica, quale ricordiamo tra le più prestigiose, tra le più significative?
“Io sono qui dal 1994, ma fu l’anno in cui morì Massimo Troisi e nel debutto dell’”Agamennone”, regista De Simone, arrivò la triste notizia della scomparsa del grande attore napoletano. Fu un momento triste per il teatro italiano. Però, da siracusana educata, per fortuna, fin da piccolissima, alla pari di tantissimi altri miei concittadini, a recarci a teatro, mi ricordo, nel 1984, il “Filottete”, con la regia del nostro Consigliere Delegato Walter Pagliaro. Quando “ Filottete” compariva in scena, io riuscivo a sentire l’odore proprio della putrefazione. Regia sicuramente stupenda, ma il tema del “Filottete” per me è veramente forte, provoca in me queste emozioni. Tra i recenti, tra gli ultimi spettacoli, le “Coefore ed Eumenidi” di quest’anno di Daniele Salvo, lo “Spasimo di Elettra” di Sofocle. Eventi Siracusa extra teatro greco sono stati relativi. Se allarghiamo il campo, può esserci il concerto di Lucio Dalla e Gianni Morandi, nel 1984, o nel 2010 quello di Claudio Baglioni, ma questi grandi eventi musicali da noi non si fanno per una questione della tenuta della pietra; diversa da quella di Taormina”.

Che pietra è quella del teatro di Siracusa?
“E’ fatto con pietre scavate sul colle, la pietra siracusana che è una pietra che si avvicina al tufo e comunque, una volta sottoposta alle vibrazioni, andrebbe subito logorata. Lo smog, la pioggia, gli eventi atmosferici fanno soffrire questa pietra, di cui è fatto il nostro teatro. Anche la commedia va per la maggiore nel nostro teatro: l’anno scorso c’è stata una bella regia delle “Vespe” di Mauro Avogadro”.

I colori del miglior momento in cui va in scena una rappresentazione teatrale al greco di Siracusa?
“La luce, questo bianco siracusano, bellissimo. Ci sono giornate inondate da questo bianco, con il blu del mare, in un connubio meraviglioso”.

Una coreografia molto moderna?
“Mi ricordo che suscitò un po’ di scandalo all’inizio ma poi fu seguito da un successo pazzesco, interpretata da grandi attori, la “Medea” del 1996, e sempre in quell’anno ci fu “Corefore””.

Scandalosa, perché?
“ Perché nelle “Corefore” c’erano tutte queste ragazze con questi vestiti: vestiti e le scene erano di Enrico Job, il marito della Lina Wertmuller. Un posto bellico, un posto atomico, c’erano roulotte bruciate, macchine bruciate, e , quindi, era troppo scandalosa”.

O, forse, troppo innovativa?
“Sì, fu criticata la violenza che aveva subito il monumento, ma, il realtà il monumento non ha subito alcun danno perché tutto era scenografato, tutto finto, ma, il primo impatto fu molto brutto con quelle roulotte ed auto bruciate. Ma, la cosa bella, poi, era questa “Medea” di Euripide, con questo enorme disco, il disco di Job, enorme, con un diametro almeno di 50 metri, che si apriva e tutti questi petali pian pianino si sfaldavano e lei usciva in cerca della fuga, e lo stesso disco, con un’inclinazione diversa, veniva usata per la nutrice e la figlia e quando c’è il monologo di Clitemnestra, sposa di Agamennone, che cerca di salvarsi e chiede al figlio di guardare il suo seno, e gli ricorda “che è da questo seno che ti ho allattato, e non puoi uccidermi!”. E, questo disco si staccava in maniera diversa e tutto il disco si riempiva di sangue. Un impatto molto forte, e questa, per me, fu una delle prime scenografie veramente moderne. Abbiamo avuto grandi scenografi, grandi architetti, tra cui, Rem Koolhaas, Massimiliano Fuksas; tra gli scenografi e registi grandissimi come “Paloma” di Pier Paolo Bisleri, le scene e i costumi del veneziano Ezio Toffolutti , grandi nomi del teatro e dell’arte contemporanea, anche se la prima scelta è quella del testo, perché noi mettiamo in scena il testo. Importante, dunque, è basarsi sul testo, dargli la sua importanza, ma, interpretare la parola. Che è poi il vero fondamento del teatro. Il resto è contornato da scelte che fa il Consiglio e su quello si costruisce tutto. Quest’anno ci saranno la regia de “Le supplici” di Eschilo avranno la regia e la co-interpretazione (nel ruolo del re Pelasgo) di Moni Ovadia, tutti grandi nomi del teatro italiano, che prestano la loro arte per questo grande evento. Mentre “Ifigenia in Aulide” di Euripide godrà della messinscena di Federico Tiezzi; infine, la “Medea” di Seneca avrà gli allestimenti di Paolo Magelli ”.

Franco Zeffirelli, Herbert Von Karajan, Roberto Bolle?
“Zeffirelli venne qui nel Duemila con un progetto, ma non riuscì, per varie esigenze del maestro, quest’anno ci sarà il balletto ed anche la lirica, è riconfermata quest’apertura”.

Personaggi che hanno rifiutato, aneddotica?
“Solitamente, l’artista chiama e Siracusa risponde perché recitare perché comunque recitare in questo spazio, in questo palcoscenico è una delle tappe di una vita artistica che si devono fare. Al contrario, tanti artisti hanno accettato magari cachet non idonei alla loro portata pur di esserci”.

Il grandissimo ballerino russo, Rudolf Nureyev, è venuto?
“Come no! Negli anni 70 sicuramente, ma non al Teatro Antico greco, ma all’anfiteatro. Ma, la tradizione della musica e del balletto c’è stata ed è stata ripresa da un paio di anni dall’assessorato regionale. L’anno scorso hanno fatto l’”Aida” di Giuseppe Verdi, poi, c’è stata la sezione del balletto, però , dal 15 maggio al 28 giugno noi siamo in teatro per goderci nuovi ed altri spettacoli”.

La capienza?
“Esattamente non la so, ma come pubblico è intorno ai 4 mila, 4 mila e cinquecento. Però, c’è tutta la parte della collina, quella senza pietre, che può essere utilizzata. Quando c’erano tutti i gradoni, prima del periodo spagnolo, si arriva anche ai dieci mila posti”.

Ci sono delle panche di legno…
 “Più che per la comodità dello spettatore, le si mettono per la tutela della pietra”.

Che pietra?
“Il tufo bianco di Siracusa, friabile, di color scuro, della zona montana di Buccheri. La nostra pietra si logora facilmente”.

Il teatro greco di Siracusa continua a rappresentare l’anima bella, lo spirito libero dei siracusani?
“Eh sì, è il momento di aggregazione e al tempo stesso di libertà. Il nostro teatro unisce, raccoglie, ma è anche vero che il nostro pubblico è un pubblico internazionale. Lei consideri che durante le rappresentazioni a Siracusa non c’è un posto nei nostri alberghi, ma è bello perché arrivano veramente da tutto il mondo”.

Come scenografia naturale c’è il mare?
“Il teatro è scavato nella collina, si scendono i gradini e di fronte c’è il porto di Siracusa. Mentre si rappresenta lo spettacolo, si vede Ortigia, l’isola che è collegata alla terraferma attraverso il porto”.

Come Isola Bella per Taormina?
“Isola bella è piccolissima; Ortigia è un’isola”.

Il sogno nel cassetto?
“Il teatro è un figlio piccolo, ma al tempo stesso un vecchietto delicato; che va curato, protetto, accudito. Ci vorrebbero però più interventi mirati al recupero e alla tutela, per poterne usufruire in maniera più ampia, perché in realtà il teatro lo sfruttiamo più noi con le rappresentazioni classiche. Ma occorrono più interventi di tutela del bene, di avere da parte della Sovrintendenza maggiori finanziamenti mirati a questo scopo. Questa è la nostra ricchezza, ricordiamocelo”.

Curiosità?
“Due anni fa c’è stato il concerto di Andrea Bocelli e la cosa bella è che lui eseguì un brano del suo repertorio assieme ai ragazzi-bambini (dai 4 anni in su) della nostra Accademia dell’INDA, dell’Accademia Dramma Antico. Lui scelse questi bambini più piccoli, lo provarono tutto il giorno e li trovò preparati artisticamente e consapevoli del luogo che stavano calpestando, stupito il maestro, di riscontrare in loro la voglia di esserci, di impegnarsi. La maggior parte dei siracusani, come me, fin da piccoli siamo abituati a viverlo e a godercelo sia come monumento che come momento artistico di grande creatività e libertà espressiva”.

Durante quale spettacolo le è venuta la pelle d’oca?
“Come le dicevo prima, in “Filottete”, nel 1984, sotto la regia di Pagliaro: questa forza, queste bende, in cui riuscivo ad avvertire l’odore acre della putrefazione. Poi, un’altra emozione forte è stata nel 2003 “il primo spasimo dell’Eumenidi” con regie di Antonio Calenda e Germano Mazzucchetti, e l’anno scorso , sempre nelle “ Coefore- Eumenidi”, il secondo “Spasimo di Elettra”, con Francesca Ciocchetti, con la regia di Daniele Salvo, davvero forte: mi lasciava per minuti disorientata per la forza e l’emozione che mi trasmetteva. Per mia fortuna, vedo tutto dalla nascita, dalla prima prova fino all’ultima replica. Uno spettacolo che anche se lo vedi dieci, quindici volte ti dà emozione e questo capita per il grande lavoro che c’è dietro”.

Il personaggio più stravagante, superstizioso, originale?
“Ho un bel ricordo di due persone, una di Roberta Torre, che realizzò “Gli uccelli”, per la bellezza e per la follia, mettere in scena Aristofane non è facile, con tutti i colori della Sicilia, della sicilianità. Lei ci mise tutta la sua ilarità e la sua bellezza. Un lavoro molto meticoloso, ma, alla fine riuscitissimo”.

Quali sono i colori della Sicilia?
“Il blu del mare, il giallo del sole, la terra, la sabbia, i colori del Mediterraneo. Con il maestro d4el teatro italiano, Mauro Avogadro, si è instaurato un bellissimo rapporto, braccio destro di Luca Ronconi, grande attore, grande regista, e con il maestro Avogadro, l’intelligenza e la memoria, sì lui, del teatro italiano. Il piacere di stare con lui, di ascoltarlo, perché ti arricchisce con tutti i suoi ricordi a livello veramente spirituale: una grande persona. Poi, Walter Pagliaro, grande regista: una grande umanità e spiritualità”.

Il colore della polvere del Teatro greco di Siracusa?
“La polvere del teatro è la polvere del sacrificio. Consideri che quello che andrà in scena per 45 giorni è un lavoro che si costruisce burocraticamente in 300 giorni, ma il vero sudore è quello della messa in scena, quindi, quello degli operai che stanno lì a montare sotto il caldo di una media di 40 gradi, quindi, tavole, chiodi bollenti, ferri , per arrivare all’inizio di questa magia. L’umidità che subiranno di notte per provare in teatro: è la polvere della fatica”.

E che colore ha questa fatica?
“Non saprei, perché potrebbe essere il colore del legno, il marroncino, il colore della stessa pietra del teatro, il rosso, il nero, il grigio, i colori dei costumi, il colore proprio della fatica e del sudore”.

L’odore?
“L’odore, che vivi in maniera diversa, in base a quello che fai, perché se stai lì a costruire, respiri l’odore del sudore, del calore, del legno. Se sei dall’altra parte, tra il pubblico, hai quello che ti trasmette la scena, come nel “Filottete” sentivo l’odore della putrefazione, della crudezza della morte, per la bravura di questa messa in scena”.

Federico Fellini diceva il teatro è finzione”.
“No, il teatro non è finzione, è passione; la forza è quella di annullare, secondo me, questa sottile linea della finzione. La finzione diventa aridità, la bravura del teatrante, chiamiamolo così, è quella di trasmetterti emozione. Se io guardo lo spettacolo e sto guardando finzione, non ha senso. Devi accrescermi l’animo, se non ha senso. Se leggo un libro, non devo avvertire la finzione, ma devo calarmi in una maniera introspettiva il messaggio del libro”.

Rispetto alla grecità, cosa rivendica di suo, di originale il teatro di Siracusa? Cosa ci mette del suo, pur rispettando la sacralità dei testi delle antiche tragedie di Sofocle, Euripide, Sofocle?
“Intanto, l’analisi del testo, riportarlo a una lettura attuale del testo; quindi, l’attualizzazione del classico. Un testo drammaturgico antico ha la bellezza di essere attuale e sebbene sono fatti accaduti in passato ti sembra che capitino anche oggi. Rispetto alla messa in scena classica, quella siracusana coglie tutto quello che è la vita, la forza vitale, anche l’andare anche contro quelli che sono i canoni estetici, senza, però, offendere quello che è il testo. Questa è la forza nostra, del teatro siracusano: non offendere il testo”.

Siracusa, 11 aprile 2015, Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it

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