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Archivio: INTERVISTE VIP

17/10/15
INCONTRI RAVVICINATI: DESIRE’ SCIORTINO (TEATRO “G.VERDI”, BUSSETTO DI PARMA)

Arriviamo a Piazza Giuseppe Verdi, cuore pulsante della microbica Busseto di Parma, in una giornata di maggio assolata ma non afosa: dopo aver lasciato il “Farnese”, dopo aver ingoiato chilometri di strada ammantati da una vegetazione smeraldina, un autentico trionfo della natura. Già, il “Farnese” e il teatro “Regio” alle spalle, lontani una quarantina di km, e la provincia di Piacenza che incalza. I portici che contornano la piazza bussetana ci danno sollievo, alla pari della tazzina di caffè gustata al bar centrale, quello dove gli artisti si davano appuntamento, e dove le pareti sono tappezzate di fotografie in bianco e nero e con tanto di dedica, e che immortalano tutti i più grandi cantanti e musicisti che si sono esibiti lì, proprio a un passo dal ritrovo. Anche l’arredamento, se è per quello, di metà-fine Ottocento è rimasto pressoché lo stesso. E l’atmosfera che per un attimo respiri in quell’elegante locale è quella di una volta, di un tempo che sembra essersi fermato sull’echeggiare delle più belle note verdiane, e, peggio, sicuramente non tornerà mai più. L’arrivo di alcuni cavalieri, gli zoccoli che picchiano forte sul pavimento, attraversando la piazza, si prendono gioco della nostra fantasia: sembra che il grande compositore ci abbia raggiunto per accompagnarci lui stesso a visitare quel teatro intitolato alla sua persona, fierezza, orgoglio d’Italia, ma soprattutto eccellenza e principale meta turistica del paese parmense.

Monumento, però, dentro il quale lui, il grande Giuseppe Verdi, non ci ha messo mai una volta il piede, perché, dicono qui i ben informati, i suoi compaesani non gli perdonarono mai la convivenza con la soprana nata a Lodi, Giuseppina Strepponi, sua seconda moglie.
“E le dirò di più” racconta Desirè Sciortino, classe 1988, colei che ci ha guidato la visita al teatro “ il maestro, quasi per ripicca, non volle mai entrare nel teatro, nonostante tutto fosse stato curato, ogni dettaglio fosse stato minuziosamente studiato apposta per il suo trionfale ingresso e in suo onore. Addirittura, in occasione della settimana verdiana, lui non soggiornava neanche nella vicina (a un tiro di schioppo) Roncole (poi divenuta Roncole Verdi), nella casa e nel paese che gli ha dato i natali, ma se la spassava ben altrove”.
E veniamo al teatro “Giuseppe Verdi” e alla dottoressa Desirè Sciortino: “Siamo all’interno di ciò che un tempo fu un castello, che era la rocca della famiglia Pallavicino, che erano i marchesi di Busseto, e che vissero a lungo in questo castello, prima di lasciare definitivamente Busseto e di trasferirsi a Parma. Misero in vendita il castello, che fu successivamente comperato dal Comune, tutt’ora infatti proprietà comunale, comperato nel 1856. Due anni dopo, nel 1858, iniziarono i lavori per il teatro, i quali durarono dieci anni. Il teatro fu inaugurato nel 1858, la sera del 15 agosto, giorno di festa per noi, fatto apposta per sottolineare l’importanza che veniva data al teatro, dedicato al maestro Giuseppe Verdi, appunto. Che, purtroppo, sin da subito contrarissimo, non è mai voluto entrare in teatro e di fatti non ci mise mai piede. Mai, neanche mezzo secondo”.

Per quale motivo?
“Ci furono, purtroppo, motivi personali, che spinsero il maestro a decidere di non entrare in teatro. Iniziamo subito a dire che lui riteneva Bussetto un paese troppo piccolo e poco importante per avere Un teatro. Teatro, come vede, piccolino, ma, comunque, costoso da mantenere. Secondo lui, era uno spreco di soldi; tutti questi soldi – avrebbe detto – per un teatro a Bussetto non ha senso; con questi soldi, piuttosto, potremmo aiutare la gente, costruiamo degli ospedali, ma non facciamo un teatro a Bussetto, perché tanto non verrà mai nessuno, perché nessuno conosce Busseto! Questo è stato proprio il pensiero del maestro. Addirittura, qualche anno prima di esser sindaco, io spiccherò per la mia assenza piuttosto che per la mia presenza. Difatti, così è stato”.

Quali, invece, i motivi personali?
“Furono tantissimi: tra i principali, la storia che lui ha avuto con Giuseppina Strepponi, soprano de La Scala di Milano, la seconda moglie del maestro, purtroppo, vista di malocchio dai bussetani, vista malissimo perché, già essendo un soprano, all’epoca non veniva vista bene. Poi, purtroppo, si sono rifatti sul fatto che la soprano, prima di conoscere il maestro, aveva avuto una relazione con un uomo sposato: un tenore della Scala di Milano, con il quale la signora aveva avuto dei figli. Siamo nell’Ottocento, immaginiamo il maestro che porta a Busseto la Strepponi, inizialmente convivenza da non sposati, un vero e proprio scandalo! Addirittura, si racconta che i più contrari, i maggiori dissidenti scagliavano sassolini alle finestre di casa, dove convivevano i due amanti. Per questo motivo, Verdi e la Strepponi lasciarono Bussetto e si recarono in quella che ancora oggi esiste, la Villa Verdi; e che è a Sant’Agata, e che dista 4 km da Bussetto. Infatti, nel paese il clima diventava molto e molto pesante e spesso i signori viaggiavano e si recavano a Parigi, una città libertina, per cui tranquillamente potevano vivere il loro amore. Però, ne cito un altro: prima di iniziare la carriera, il maestro si reca qui, a Busseto, in banca, chiede un aiuto, una borsa di studio. Rifiutata, perché, in poche parole, non credevano nel suo talento. Quando nel 1868, costruiscono appositamente il teatro per il maestro - Verdi era già famosissimo nel 1868 - cosa pensò: adesso sono famoso e addirittura mi dedicate un teatro: facile farlo. Ma, quando ancora nessuno mi conosceva e vi avevo chiesto un aiuto, voi mi avete voltato le spalle; quindi, adesso, ve le volto io. Addirittura, questa scena bellissima, tra virgolette, la sera dell’inaugurazione tutti aspettavano il maestro, uomini e donne vestite apposta in verde (gonne e cravattine in verde) per omaggiare il maestro, e che cosa fa Verdi? Sotto gli occhi di tutti, passa in carrozza per via Roma, che è la via principale del paese, lascia Busseto, si reca alle Terme di Tabiano: queste vacanze nelle terme – guarda caso – durarono un mese, ovvero la durata di tutta la stagione dell’opera che si celebrava a Busseto. Torna esattamente un mese dopo, per far capire meglio a tutti che non rimaneva in paese perché non gliene importava proprio un bel nulla”.

I genitori di Giuseppe Verdi, era povero il maestro?
“No, non era povero. I genitori gestivano un’osteria a Roncole, nella città dove tutt’ oggi esiste la casa natale del compositore. Verdi nacque lì, il fabbricato veniva adoperato come osteria, stazione di posta ed anche drogheria. Quindi, non erano poveri, ma non navigavano nemmeno nell’oro: stavano abbastanza bene dal punto di vista economico. Fu poi scoperto da Antonio Barezzi che forniva il padre di Giuseppe Verdi, Carlo, dando dello zucchero, del vino, dell’olio, avvertì il talento, sentendo il giovane Verdi esercitarsi in casa con la spinetta che gli aveva regalato il padre, e da lì lo prese con sé e lo portò qui, a Busseto. A casa Barezzi, edificio che ancora oggi esiste, qui, di fronte al teatro “Verdi”, il maestro si formato. Ancora oggi, dentro casa Barezzi si può trovare il fortepiano col quale si esercitava il maestro e con cui si è formato. Lì conobbe la prima moglie, Margherita Barezzi, la figlia del suo mecenate. E da lì è in pratica partita la sua carriera, culminata nella raggiunta celebrità a Milano”.

Era figlio unico?
“No, ha avuto una sorella più giovane di 4 anni, ma che morì molto giovane, a 17 anni, e che soffriva della sindrome di down”.

Ci parla un po’ della struttura del teatro “Giuseppe Verdi”?
“ I posti a sedere per l’esattezza sono 296: abbiamo la platea, due ordini di palchi, il loggione e in mezzo abbiamo il palco reale. Ma, la capienza, in realtà poteva essere il doppio perché inizialmente né in platea né nel loggione non avevamo le panchine. Non avevamo le poltroncine né le panchine poiché tutti rimanevano in piedi dato che il popolo non aveva diritto a sedere; sedevano solo i ricchi, che naturalmente prendevano posto all’interno dei palchi. Abbiamo la nostra stagione di prosa, il teatro è attivo quasi tutto l’anno, da novembre ad aprile, il punto di forza è il ”Festival Verdi” – che si tiene ad ottobre, per 2-3 settimane: viene rappresentata solo un’opera verdiana, l’anno scorso era la “Traviata”, quest’anno sarà “Rigoletto”; e viene rappresentata 5-6 volte -. Abbiamo anche la buca per l’orchestra: si trova sotto le prime tre file della platea. Quindi, quando noi utilizziamo una buca, vengono tolte proprie le prime tre file – e in quel caso contiamo circa 30 posti in meno -, la buca è piccolina, parliamo di 20-25 elementi dell’orchestra. Inizialmente, la buca non c’era: l’orchestra allora veniva messa sul palcoscenico, in fondo dietro la scenografia, per cui non veniva mai vista. Il teatro, comunque, per come lo vediamo a desso, è rimasto, in pratica, intatto. Sono state fatte poche modifiche: parliamo solo degli interventi dell’elettricità e delle norme di sicurezza”.

Ed è uno dei pochi teatri, il “Verdi” di Bussetto, che non ha subito incendi, o no?
“Sì, per fortuna, finora, no”.

Verdi al teatro in suo onore si rifiutò di venire; allora, chi furoreggiava in questo monumento, alla sua epoca? I bussetani per quale opera si emozionano, qual è la più richiesta?
“Probabilmente, “Traviata”. E’ un’opera che colpisce i bussetani (circa 8000 anime) : l’abbiamo riscontrato anche l’anno scorso, quando tenne banco al Festival verdiano. Ma, parliamo anche di Arturo Toscanini; il quale venne qui due volte, nel 1913, per il centenario della nascita di Verdi, e nel 1926, per i 25 anni della morte del compositore di Roncole. Amava tantissimo Verdi e ci teneva tantissimo a venire qui in teatro. Abbiamo avuto Riccardo Muti, ed anche Franco Zeffirelli, con un’”Aida”, nel 2001. Un’”Aida” strepitosa, molto particolare, un’”Aida” su questo palcoscenico ha dell’imponente, del maestoso, anche senza cavalli, ma, ovviamente, riadattata apposta per questo teatro. Non abbiamo avuto Verdi, purtroppo, ma, in compenso, ci siamo consolati per aver avuto come ospite in sala l’allora nostro Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi “.

Balletti? E’ passata di qua Carla Fracci, Rudolf Nurejev?
“La Fracci, no. Bolle, Janku, no. Abbiamo non soltanto la classica opera verdiana, ma il nostro è un teatro usato per i balletti, usato anche per spettacoli per i più piccoli. Diamo spazio un po’ a tutti, è, come dice lei, un teatro molto dinamico. E’ usato, per farle capire, anche per il cinema”.

Una scenografia moderna, all’avanguardia?
“Mi viene in mente, per quella che è la mia giovane esperienza ed età, la “Traviata” dell’anno scorso: ha fatto scalpore perché è stata la “Traviata” degli specchi. Non a tutti è piaciuta la nuova edizione della “Traviata”, soprattutto, ai più vecchi melomani. C’è chi l’ha apprezzata e chi no, e cioè chi preferisce restare sul classico, chi piace vederla rappresentata come era un tempo”.

Il “Giuseppe Verdi” di Busseto e il rapporto con il teatro Farnese e il Teatro Regio di Parma?
“No, per fortuna, non il monumento bussetano non ha mai sofferto di complessi di inferiorità rispetto agli altri due teatri parmensi. Perché è stato un teatro che ha sempre avuto il suo valore e sono riusciti sempre a dargli il suo risalto, mettendolo quasi mai in secondo piano”.

Teste coronate, personaggi prestigiosi in sala?
“No, se non il già citato Presidente della Repubblica Ciampi”.

Grandi, clamorosi rifiuti?
“Non sono venuti, ma, per quanto mi hanno riferito le memorie storiche di qui, nessuno si è mai rifiutato di declinare un invito, o di dirigere l’orchestra, di esibirsi in palcoscenico nei vari ruoli, dai ballerini, ai cantanti, ai registi. Rifiuti, no, giustificazioni, tipo impresi già presi, sì, ma snobbare il “Verdi” di Busseto, beh, quello non si è mai sentito”.

La polvere del teatro “Giuseppe Verdi”; e le luci, che colore hanno?
“Questo è un teatro, in cui prevale il rosso; un rosso acceso. Le luci? Bianche. Un bianco tenue, non led. Un rosso per il teatro, per la sua polvere, e un bianco tenue per le luci”.

Tessuti, i vetri?
“Abbiamo i classici tessuti in velluto. Il legno? Come architetto qui ha operato Pierluigi Montecchini, lo stesso che operato al “Regio” di Parma. Infatti, il teatro “Regio” di Parma è molto molto simile, chiaramente più grande, ma si è rifatto al “Regio”. Quello che vediamo invece in alto su tutti i soffitti e anche nelle altre stanze è opera dell’artista locale, di Bussetto, Gioacchino Levi. Tutti questi dipinti che troviamo in platea, ma anche nel ridotto (la sala di sosta e di intrattenimento del teatro), nel foyer sono stati tutti fatti dall’artista del luogo. Poi, possiamo scorgere le 4 principali caratteristiche del teatro, ovvero, la tragedia, la commedia, teatro romantico e teatro melodrammatico. Un particolare, quello che troviamo alla nostra destra e parliamo del teatro romantico, ecco il pargoletto - di colore verde - - che impugna una targhetta, con su scritto “Verdi”: ecco, un ulteriore omaggio al maestro, un po’ sbiadito, ma ancora leggibile. Guardiamo il colore della stola è verde, come ulteriore omaggio al compositore. Poi, l’orologio, che si usava tantissimo all’epoca nei teatri; ed è ancora in funzione, tra l’altro, non bagnato d’oro, ma di legno dorato e intarsiato. Anche il marmo che troviamo nel foyer è finto marmo, non marmo vero. Poi, abbiamo la sala di fumatori, dove fumavano all’epoca solo i signori, gli uomini ricchi, poi, il ridotto, subito dopo la fumoire, dove i signori, sempre quelli ricchi, venivano intrattenuti durante gli intervalli prima dello spettacolo, intrattenuti principalmente da due membri dell’orchestra, che suonavano qualcosa e da un soprano che intonava un brano. Sala, con un grande specchio, un po’ inclinato, non proprio attaccato al muro, proprio per consentire ai signori che sedevano di vedere gli altri sul lato opposto della sala. Inizialmente, i ricchi si recavano a teatro a mezzogiorno, per cui passavano tutta la giornata qui, ed era un modo per farsi vedere, per conoscere la gente, per le pubbliche relazioni, e non potendo rimanere tutta la giornata all’interno dei palchi, nei teatri a quei tempi si mangiava, si beveva . Il pavimento, in cotto, è rimasto intatto, quello voluto dalla famiglia Pallavicino. Le pareti della camera dei fumatori, anche lei rimasta intatta, è rivestita nella sua parte in basso di cuoio, per non assorbire il fumo e perché non brucia. Il rischio di incendio da sigaro era piuttosto elevato. Un ultimo particolare: quella della parete, vede?, ha due fori, proprio per favorire la fuori uscita del fumo. I festoni non sono originali, ma del tessuto dell’epoca, con prevalenza del rosso dorato e del bianco. Poi, il foyer, il principale ed unico ingresso del teatro, e voglio farle notare la dedica al maestro: “A Giuseppe Verdi, Busseto ”, scritto posto proprio dell’ingresso in platea.

Qual è l’opera che la emoziona?
“E’ stata anche la prima che ho visto: è “Traviata”, è molto emozionante.
 
Renata Tebaldi?
“Abbiamo una foto, presente nel Museo del teatro, qui a Busseto, della soprana, la quale ha assistito negli anni Sessanta ad una rappresentazione. La “voce d’angelo”, così battezzata dal maestro Toscanini, è stata qui solo in veste di ospite, non si è esibita sul palco. La Callas, no, Pavarotti, no, Placido, Domingo e Carreras, neanche loro”.

Un episodio particolare accaduto al “Verdi”?
“Così, su due piedi, a dire la verità, un aneddoto particolare non mi viene in mente”.

Scaramanzia/e?
“Mi viene in mente, a proposito di scaramanzia, e in riferimento alla vita del maestro Verdi una scaramanzia, ma non centra col nostro teatro. E’ stata una vicenda che è accaduta nella sua vita e che lui ha riportato nelle sue opere: infatti, le sue opere, quando era molto piccolo, faceva il chierichetto, nella chiesa che si trova ancora oggi alla sua casa natale, a Roncole, e cioè la chiesa di San Michele Arcangelo, in cui si trova ancora l’organo originale su cui Verdi suonava, e durante la Santa Messa non era molto attento poiché sentendo volare l’organo veniva estasiato, rapito dalle note, il parroco, si arrabbiò molto di fronte alla disattenzione del bambino chierichetto e gli sferrò un calcio, che lo fece precipitare dai gradini dell’altare. Verdi, arrabbiato, si volta verso il parroco e gli scaglia una maledizione, un “T’vegna un assident, un fulmin!” (“”Ti venga un accident, ti centri un fulmine!”). Poco tempo dopo, il parroco celebra una messa non nella chiesa di Roncole, ma vicino a Roncole, a Santa Maria degli Angeli, dirige la processione della Madonna del Prato, cade un fulmine, che colpisce in pieno il parroco e lo folgora. Abbiamo poi scoperto che la maledizione tradotta in italiano e scagliata come una saetta dal piccolo Verdi fu, appunto, “Che ti colpisca un fulmine!”. E, questo triste episodio sembra aver sconvolto molto la vita del maestro e infatti si ripercuote, si riflette, traspare in molte sue opere”.

Cosa rappresenta per i bussetani il teatro “Giuseppe Verdi”?
“I bussetani adorano questo teatro, di più, lo venerano, nessuno può toccare il loro teatro, al di là del rifiuto d’ingresso del loro più illustre concittadino, il maestro Giuseppe Verdi”.
Lasciamo la piazza e il teatro Giuseppe Verdi e ci dirigiamo verso Roncole, a un tiro di schioppo da Busseto. Stiamo recandoci al cimitero, quando prima di entrare troviamo un signore lì vicino, al quale chiediamo dove possiamo trovare la tomba del grande compositore. L’interloquito ci risponde che Verdi riposa a Milano, al Monumentale, e che al cimitero semmai possiamo visitare la tomba di Giovanni Guareschi, lo scrittore con i suoi bei baffoni, divenuto famoso in tutto il mondo per aver composto la celebre saga di “Don Camillo e Peppone”. Poco abbondante di aggettivi, tuttavia l’autore - nato il 1° maggio 1908 e morto a Cervia nell’agosto del 1968, ex deportato nazista - venne comunque tradotto in una quarantina di lingue. Ci indicano che la sua casa oggi è stata trasformata in un Museo in suo onore. Entriamo, e ci imbattiamo col figlio Alberto, 74enne. Il quale ci regala “Lo Zimbaldino”, una sorta di raccolta di cronache familiari, tra il 1938 e il 1948, inframmezzate da riflessioni e storie strampalate, che fanno sorridere e al contempo riflettere, nelle quali si avverte la grande vena umoristica e l’acuto spirito di osservazione dell’autore, che gli consentono di scherzare con affettuosa attenzione sui lati ridicoli della vita di famiglia.
 Uno scrittore, che, quando ritornò dal campo di concentramento, e scese dal treno, arrivato alla stazione più vicina a casa sua, dopo aver domandato, dopo anni di assenza, dove l’Italia stava (politicamente) dirigendosi, lui rispose “Ah, sì, a sinistra? Beh, allora, io m’incammino verso destra!”.

Busseto di Parma, 12 maggio 2015, Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it

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