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Archivio: INTERVISTE VIP

11/11/15
INCONTRI RAVVICINATI: ALESSANDRA CASO (“CARLO FELICE” DI GENOVA)

Alessandra Caso è la responsabile delle Relazioni esterne del teatro “Carlo Felice” di Genova. “Un edificio” come ama sottolineare lei stessa “che si occupa del presente e si preoccupa del pubblico di domani”. Ed ancora: “Sono vent’anni che cerchiamo di avvicinare i giovani al teatro, aiutando gli insegnanti a preparare i ragazzi”. Il teatro “Carlo Felice” sorge appena accanto alla principale Piazza Luigi Raffaele De Ferrari Duca di Galliera (1803-1876, imprenditore, politico e filantropo) , nel cuore di Genova, accanto alla statua equestre a Giuseppe Garibaldi, e poco distante dalla fontana che rappresenta uno dei simboli della città. Nel 1825 fu indetto un concorso per il disegno di un nuovo teatro dell’opera: Carlo Barabino batté la concorrenza del ticinese Luigi Canonica. L’inaugurazione avvenne il 7 di aprile 1828 alla presenza dei sovrani del Regno di Sardegna, Carlo Felice, e della regina Maria Cristina di Savoia, e con la rappresentazione di “Bianca e Fernando” di Vincenzo Bellini. “Costruito sull’area dell’antico Carlo Felice” ricorda la dottoressa Caso “è invece il nuovo teatro, progettato da Aldo Rossi, e vuole recuperare un0idea già presente nei disegni di Paolo Chessa e dell’architetto veneziano Carlo Scarpa. E cioè la creazione di una piazza coperta di 400 mq di superficie, dove il teatro idealmente collegasse Galleria Mazzini e Piazza De Ferrari. La piazza è un foyer all’aperto, con le pareti rivestite di lastre di pietra ed arricchite da colonne e travature in metallo. Imponente è la Torre scenica, alta circa 63 metri, un parallelepipedo ben sviluppato in altezza. Del vecchio edificio – opera del Barabino – restano le colonne, il pronao, la scritta in latino e il terrazzo che s’affaccia su via XX Aprile, al quale si accede da un foyer”.

I materiali adoperati?
“Per gli interni, sono stati impiegati il marmo e il legno; per gli esterni, invece, la pietra, l’intonaco e il ferro. Materiali duraturi, sa perché? Perché vogliono trasmettere l’idea di sicurezza, eternità del Carlo Felice nel tempo, che tutto ingoia”.

Lassù, a sovrastare il pronao, c’è una statua…
 “E’ quella del Genio dell’Armonia, opera di Giuseppe Gaggini”.

Un teatro molto vasto, molto ampio, o no?
“Il Carlo Felice è dotato di ben 4 palcoscenici: quello principale, quello dorsale (alle spalle di quello principale), e due palchi inferiori allineati tra di loro e azionati da impianti elettronici integrati e computerizzati. All’avanguardia anche gli impianti di movimentazione scenica , le luci sono computerizzate, la cabina di regia per le riprese è sofisticata e l’acustica è fra le migliori d’Italia e in Europa, tanto che r4endono il Carlo Felice “una fabbrica di emozioni” tra le più importanti del nostro Paese. All’interno del teatro, troveremo un altro simbolo caratteristico dell’edificio, ma, soprattutto della città: la Lanterna. E’ visibile nel foyer sovrastante l’ingresso, ed è una specie di cono luminoso che attraversa tutti i piani e che trasmette, irradia luce dal tetto alla piazza coperta”.

Ora saliamo sull’ascensore della Torre, sempre accompagnati dalla dottoressa Caso: “Siamo all’interno ora di questa grande Torre di 16 piani, che ha il teatro ed esso si congiunge, tramite il palcoscenico che poi visiteremo, alla grande Torre di 16 piani. Che ha al secondo piano il palcoscenico, che è una camera (acustica) vuota fino al 13mo piano perché abbiamo i fondali e le passerelle luminose nella Torre, e poi dal 13mo piano in poi invece si riempiono perché danno spazio ai cameroni per coro, orchestra, ballo, e al 16mo piano è previsto un piccolo spazio dedicato alla foresteria”.

Ci sono stati pittori all’inizio del Novecento, i quali hanno prestato la loro arte per dipingere, illustrare le scenografie?
“Le scenografie, no, e le dico perché: questo teatro ha due vite, due nascite. Il primo teatro Carlo felice, come le ho già detto, nasce nel 1828 e fu costruito come un classico teatro d’opera. E’ un classico d’opera dell’800 , a semicerchio, con i palchi, i balconi, classico teatro d’opera italiano, culla del melodramma. Nella Seconda Guerra mondiale il teatro è stato completamente bombardato, viene raso al suolo soprattutto nella parte della sala. Che andò qualche anno avanti con i tendoni, che coprivano la sala, ma a un certo punto fu dichiarato inagibile. Rimase molti anni chiuso, il teatro dell’opera di Genova si trasferì in un teatro privato, in via XX Settembre, chiamato Teatro Margherita, e in questi 40 anni l’opera non fu nella sua casa. Ma, fu accolto in un edificio dove venivano rappresentate operette, rassegne musicali della città, insomma, non fu a casa propria”.

Ed ora dove ci troviamo?
“Nel palcoscenico principale, siamo al secondo piano della Torre e stiamo preparandoci per il Concerto di venerdì: stanno montando la camera acustica”.
Bellissimo il colpo d’occhio della sala…
 
“E’ proprio un patrimonio, un patrimonio architettonico e culturale della nostra città e della nostra regione e dell’Italia. E le dicevo: finalmente nel 1989, dopo 40 anni di progetti che non vennero approvati perché comunque il teatro dell’opera che rende autonomo il teatro comunale era del Comune, vennero approvati i disegni presentati dagli architetti Aldo Rossi, Angelo Sibilla e Ignazio Gardella e si promise alla città che in mille giorni che il teatro Carlo Felice sarebbe stato restituito alla sua città. Ed, effettivamente, il 18 ottobre 1991 riaprimmo col “Trovatore” di Giuseppe Verdi. Quindi, ha due vite questo teatro: questo per risponderle alla domanda sui pittori che hanno prestato la loro arte al Carlo Felice. Quindi, non abbiamo pittori nei primi del Novecento, perché il teatro era sulla vecchia struttura, ma abbiamo avuto degli artisti che hanno contribuito all’apertura con degli arazzi che andiamo a vedere ora nel foyer. Ovvero, il maestro Raimondo Sirotti (1930) e il maestro Aurelio Caminati (1924-2012), due artisti, pittori genovesi”.

Un Carlo Felice, all’inizio della sua vita, ritrovo di nobili e potenti della città, o no?
“Certo, nell’Ottocento ci si recava al Carlo felice già nel pomeriggio per cenare, per giocare a carte nel proprio palco, per convivio, per fare vita di società”.
Ritorniamo all’interno del teatro…

“Allora, sediamoci pure. Terminata l’opera di ristrutturazione della sala e del teatro nel 1991, lo spirito fu quello di dare un’identificazione unica tra la città e il proprio teatro. I colori sono propri della città di Genova. Quest’idea di grande piazza, con un cielo stellato, su cui si riflettono le vecchie facciate dei Palazzi storici di Genova, del centro storico, tipicamente dell’epoca, con queste facciate d’ardesia, con questi balconi, con le persiane verdi, le colonne che ricordano quelle di Porta Sovrana che è la principale Porta di Genova, e un particolare molto genovesizzante, mi passi questo termine, questa grande balconata di pregiatissimo legno di ciliegio, e con materiali scelti con molta cura e senza badare al costo. Quest’idea di chiglia di nave che entra in porto. Quindi, ancora una volta l’elemento di Genova all’interno del teatro, ma il teatro in piazza: quindi, rendere l’opera accessibile a tutti. Metafora dell’ispirazione che gli architetti vogliono dare nella ristrutturazione”.

Che colore hanno le luci?
“Quelli della città, del centro storico, dove risiede poi il teatro, perché il teatro da qualsiasi punto si arriva a Genova emerge; emerge la Torre quando lei arriva in aereo, se lei va sul nostro contorno montuoso – perché Genova è una grande striscia sul mare che s’affaccia sull’azzurro del mare e sul verde dei nostri monti – ebbene, da qualsiasi punto lei vede emergere questa grande Torre. Che non è una torre d’avorio, bianca, algida, dove come dire l’accesso è quasi proibitivo, ma sono colori quasi identificativi la nostra città, di modo che le persone si sentano a casa loro anche all’interno del teatro della propria città”.

I colori, allora?
“Il grigio, il verde del mare, l’azzurro del cielo”.

L’acustica?
“E’ un’acustica studiata con grandissima cura ed avvalendosi anche di tecnici acustici di grandissimo rilievo, tant’è che furono incaricati degli studiosi tedeschi. E’ un teatro ad acustica direi perfetta, una delle più avanzati tecnologicamente in Italia e nel mondo, senza barriere al suono, dove i cantanti non necessitano del microfono e glielo dimostro: batto le mani per farle capire che non c’è barriera al suono, e il suono senza barriera arriva fino all’ultima fila della galleria. Il tessuto scelto è un tessuto che non crea barriere, assorbe e riproduce immediatamente. Le faccio vedere ora un altro accorgimento: questa facciata non è chiusa perché il suono entra e viene riemesso immediatamente e fa da cassa acustica. Non fa barriera, viene riprodotto, propagato immediatamente con la limpidezza e la trasparenza del suono. Il legno permette di non assorbire, ma di fare emettere il suono. Tutte scelte mirate e studiate per rendere il teatro unico dal punto di visto architettonico e funzionale”.

Chi era di casa qui, al Carlo Felice di Genova?
“Presenze importantissime: abbiamo avuto Riccardo Muti, abbiamo avuto Claudio Abbado, il maestro che ora non c’è più, Piero Argiri, Gianluigi Gelmetti, Daniel Oren – che era uno dei grandi sostenitori della ricostruzione del teatro – “.

Herbert Von Karajan è venuto qui, al Carlo Felice?
“No, non è venuto in questo teatro”.

Ritorniamo al foyer: “Il pavimento è in marmo scelto appositamente a Carrara, con studi meticolosi da parte degli architetti, poi, ci sono i doni degli arazzi che proprio il maestro Raimondo Sirotti nella ricostruzione del teatro vinse come gara nel 1991, che è un docente dell’Accademia ligure di Musica e di Belle Arti. Quindi, ancora una volta il teatro è rivolto agli artisti della propria città. E, questi due gli affreschi di Aurelio Caminati, anche questi molto legati alla storia di Genova perché richiamano il doge. E dove leggiamo: “Partenza dell’ammiraglio genovese Guglielmo Em-briaco (1102) alla Prima Crociata verso la Palestina”, affresco di metri 9x4, un murale. Adesso, spostandoci in posizione opposta, lei può vedere tutte queste finestre disposte in maniera architettonica scelta, e che noi illuminiamo perché è un modo per far comunicare alla città di Genova che il teatro è aperto. E ricorda molto che cosa? La Lanterna di Genova, la Lanterna del porto che richiama le navi all’ormeggio”.

Che cosa rappresenta il Carlo felice per la genovesità?
“Sempre di più un punto fondamentale per lo sviluppo della cultura e l’arricchimento. Noi siamo un teatro d’opera, dui balletto, di sinfonica, ma siamo anche un teatro aperto ad altre rappresentazioni, quindi, alla musica leggera, una produzione poliedrica, lavoriamo moltissimo con i giovani, abbiamo dei progetti dedicati alla didattica, proprio perché il teatro è per statuto l’avvicinamento dei giovani. La costruzione del concerto di melodramma e di opera lirica dei giovani attraverso i percorsi scolastici; le offerte formative anche per gli insegnanti, le offerte per la terza età (città di 600 mila abitanti, con molte persone di una certa età): quindi, un’offerta che deve andare da zero a 99 anni. Le voglio segnalare questo: il trono, che è l’unica parte originale della prima vita, costruzione del Carlo Felice,( quindi, del 1828), e che non fu abbattuta dai bombardamenti della Seconda Guerra mondiale, da cui si ricostruì la struttura nuova: vede la congiunzione con la Torre? Siamo nel cuore di Genova, piazza De Ferrari giù in basso a noi. Qui abbiamo il Palazzo Ducale, quindi, ricostruito nel 1992 grazie al contributo delle Colombiane, il Palazzo della Regione, la fontana De Ferrari e una delle icone della nostra città, e l’Accademia di Musica di cui le parlavo prima. Questo è il cuore di Genova , del movimento culturale della città, che si estende, se vogliamo, a tutta la regione, perché comunque il Carlo Felice è sempre una Fondazione Lirica, ma è anche un teatro a vocazione regionale. Infatti, noi abbiamo delle produzioni al sabato (verso le 15.30) ed alla domenica pomeriggio cui riusciamo a far partecipare associazioni di appassionati melomani e ad associazioni culturali, che vengono da fuori Genova. Questa è l’offerta che il teatro ha la capacità di offrire su base regionale ed oltre”.

Teste coronate, grandi personalità della politica, pontefici al Carlo Felice?
“Pontefici no, Presidenti della Repubblica ben due, prima Scalfaro e poi Giorgio Napolitano (nel 2001 per la celebrazione e la partenza dei Mille, e due giornate di concerti), i quali ci hanno inaugurato nel 1991 il Carlo Felice (mi riferisco a Oscar Luigi Scalfaro)”.

Qual è l’opera in cui vanno in solluchero i genovesi?
“Le opere di repertorio: amano i melodrammi di tradizione, quelli di Verdi, Puccini, Donizetti. Ma, devo dirle che in questa stagione recentemente abbiamo ospitato un “Billy Budd”, opera in due atti, composta nel 1955 da Benjamin Britten (tratta dal racconto di Herman Melville), con la splendida regia di Davide Livermore: un’opera poco conosciuta, ma rappresentata con una capacità di coinvolgimento per la regìa, per l’allestimento, per la trasposizione dell’argomento, per le potenzialità sfruttate sui nostri 4 palcoscenici. Per un successo enorme e di grandissima soddisfazione per tutti”.

La modernità a livello di scenografia rappresentativa di un’opera qui al Carlo Felice?
“Abbiamo avuto da poco una “Carmen” di George Bizet, che normalmente tutti noi ci aspettiamo in Spagna, nella piazza dei tori, invece, è stata fatta una trasposizione del libretto di Carmen in una Cuba pre-rivoluzionaria. Abbiamo avuto un “Don Giovanni”, sempre con regista Davide Livermore, che si svolgeva nelle fogne di Parigi: quindi, sono tutte libertà registiche che vengono concesse a grandi registi, pur mantenendo l’integrità musicale e del testo”.

Superstizione al Carlo Felice?
“Be, noi possiamo dire che abbiamo un fantasma che si aggira all’interno del teatro, che è Leila, la storia di una fanciulla, perché questo teatro quando sorge, nel 1828, sorge per la prima volta su un monastero domenicano in cui è stata rinchiusa una giovane fanciulla, di nome Leila. E, di conseguenza, noi più volte abbiamo rilevato questa presenza: una notte, per esempio, abbiamo trovato il busto di Verdi spostato, e sono stati scritti anche dei libri, e viviamo con la bellissima, graziosissima presenza di Leila che s’aggira di notte nel nostro teatro e ci fa pure degli scherzi all’edificio”.

L’opera che lei preferisce?
“La “Tosca”, di Giacomo Puccini”.

Davide Pagliarusco è il Segretario Artistico del Carlo Felice di Genova: “Aneddoti? Un ricordo nell’”Andrea Chenier” di un Renato Bruson (2007-2008), grandissimo personaggio, grandissimo artista, il quale ha ricoperto il ruolo di Carlo Gerasa. Non è molto che sono qui – dal Duemila -, come direttore di scena, invece, dal 2007. Ricordo anche il tenore Roberto Alagna, che arrivò a un’ultimissima prova prima di un debutto della “Carmen”, credo quella del 2001, diretta dal maestro Berson, con lui che faceva Don Josè. Recentemente, abbiamo trovato nel primo camerino, dove troviamo la prima donna dello spettacolo, ebbene, abbiamo trovato negli angoli dei mucchietti di sale. Poi, abbiamo riscontrato che ogni volta, qui al Carlo Felice, viene rappresentato il “Macbeth” di William Shakespeare capita sempre qualcosa di strano: edizione maggio 2013, ma, in quella precedente, nel maggio 1998, ci fu un principio di incendio e fu sospesa la recita all’ultimo atto. Abbiamo fatto “La forza del…”, non è successo niente, solo che mi sono ammalato io. Sì, esiste quella leggenda metropolitana e teatrale di non pronunciare mai per intero l’opera verdiana. Infatti, ieri abbiamo, in conferenza stampa, il maestro – ed abbiamo poi capito che non era un lapsus, ma uno stratagemma voluto - parlato non di “Forza del…”, ma di “Oberto”. Conte di San Bonifacio, costui, e prima opera di Giuseppe Verdi, composta su libretto di Antonio Piazza, rielaborata da Temistocle Solera”.

L’opera per cui impazziscono, defibrillano i cuori dei genovesi melomani, qual è?
“Ricordo l’edizione di “Tosca” nel 2010, splendida, con la Daniela Dessì e Fabio Armiliato ed anche “La Traviata” con la Mariella Devia, che sembra ha debuttato nel 1996. E, poi, la ricordo nel 2012-13 a interpretare magnificamente il ruolo di Violetta con il genovese Francesco Meli. L’accoppiata Devia-Meli fece emozionare ed applaudire molto il pubblico del Carlo Felice”.

Che tipo di pubblico è il genovese-ligure?
“E’ un pubblico, che provenendo da tutta la Liguria, dal basso Piemonte, da Carrara, Massa, insomma, un pubblico interregionale, ha altissime aspettative perché è molto competente”.

Un episodio originale, un accadimento particolare, un particolare fuori programma?
“Di episodi clamorosi, no. Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano è recentemente venuto per assistere a un Concerto del maestro Gianluigi Gelmetti, costui era d’accordo di andare a metà platea – contro il protocollo – alla nona fila, quella di rappresentanza, ma il Presidente Napolitano è sceso lui a ridosso del podio a salutare l’orchestra, a congratularsi con il coro, con le maestranze. Poi, mi ricordo un episodio con Luciano Berio: ci furono problemi durante la prova, un po’ di cosa interna, una discussione con i professori d’orchestra, precisamente con il secondo trombone (divergenza di opinioni, si ruppe lo strumento)”.

Registi?
“Franco Zeffirelli nei “Pagliacci” di Ruggero Leoncavallo, e il maestro fiorentino aveva problemi di mobilità. Mi ricordo che Zeffirelli, stupito, mugugnò : “Come mai, i camerini al 7° piano? Di solito sono al lato del palcoscenico. Mah, io questi architetti moderni non li capisco proprio”. La nostra struttura, però, sviluppandosi nell’alto, è sempre rimasta contenuta nello spazio della piazza e vincolata anche dalle strade, le quali sono sempre esistite”.

Genova, 27 maggio 2015, Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it

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