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Archivio: INTERVISTE VIP

30/11/15
INCONTRI RAVVICINATI: FRANCESCO E MARCELLO NICOLOSI E ANGELO LEANZA (“V. BELLINI” - CT)

Arriviamo in Piazza Vincenzo Bellini, dopo aver percorso la principale via Etnea. Dopo aver calpestato una pavimentazione grigio-nera, frutto di eruzioni laviche che risaliranno alla notte dei tempi, una sorta di bava solida e lucida a furia di calpestarla, e pensiamo a quante persone saranno passate di lì per raggiungere poi il teatro nella vicina via Perrotta, uno dei cuori principali della città, posizionata sul Decumano Maggiore. L’edificio è dedicato al suo maggior compositore, Vincenzo, detto “Il cigno di Catania”. Lo stile si ispira al secondo Impero francese, e ricorda molto l’”Operà” di Parigi. Al centro della piazza una fontana, quella “Dei Delfini”, postavi lì agli inizi degli anni Cinquanta, costruita – si dice - molto e molto prima del Teatro “Bellini” (intorno al XVIII secolo); fontana di pietra bianca posta su tre gradini, con al centro della vasca – a forma circolare - quattro delfini, di cui due sono risalenti all’antico monumento, mentre le altre due copie sono state realizzate dallo scultore Salvatore Giordano. Di fronte all’edificio, un Palazzo, quello delle Finanze, tutto ingentilito da alberi dalle foglie di colore del glicine, tra il giallo e il viola: pianta di Pawlonia, albero della principessa o albero dell’uccello Phoenix, cos’altro?
 
Sono trascorsi 180 anni dalla sua scomparsa (23 settembre 1835), ma Vincenzo Bellini si è imposto nel mondo della musica con una decina di opere (fra cui spiccano “Bianca e Fernando”(1826), “Il pirata”(1827), “La straniera”(1829), “I Capuleti e i Montecchi”(1830), “La Sonnambula”(1831), ma soprattutto, “La norma” del 1831) caratterizzate da eleganza e romanticismo. Il “Bellini” fu inaugurato nel 1890. Sul progetto lavorano prima – 1812 - l’architetto Salvatore Zahra Buda, che fece posare la prima pietra in Piazza Nuovaluce, di fronte al monastero di Santa Maria di Nuovaluce, dove oggi sorge il teatro. Ma, fu nel 1870 che l’architetto Andrea Scala, allievo dello Zahra Buda, ed esperto in costruzioni teatrale, individuò il sito per il nuovo edificio. Ma, le difficoltà finanziarie si susseguirono con ritmi altalenanti, e Scala, affiancato dall’omologo Carlo Sada, riuscì a vedere ultimati i lavori nell’arco di 7 anni. Di mezzo anche un’epidemia di colera, e l’inaugurazione dovette così attendere altri 3 anni, fino all’inaugurazione ufficiale la sera del 31 maggio 1890 con il capolavoro del Bellini, “La Norma”. Di recente, sulla facciata, le vecchie lampade al sodio sono state sostituite da quelle al led. Il prospetto del t3eatro riporta una ricca decorazione. La scultura posta al centro dell’attico rappresenta la Gloria alata che incorona di alloro la Musica e la Poesia ed è un’opera dell’artista leccese Eugenio Maccagnani. I gruppi laterali, realizzati da Giulio Moschetti, raffigurano la tragedia e la commedia. Nella zona sottostante, sono posti i busti di celebri musicisti (12 in tutto), tra i quali tre illustri catanesi. Vincenzo Bellini, Antonio Coppola e Giovanni Pacini.
 
Marcello Nicolosi, Responsabile delle Relazioni esterne del “Bellini”, e fratello del maestro Francesco, Direttore Artistico (dal dicembre 2014) dell’edificio, è colui che ci viene incontro per primo : “Il teatro ha una capienza di 1200 posti, comprende 4 ordini di palchi e un loggione. L’orchestra si compone di 105 elementi, il coro di 84. La facciata del teatro è in stile neo-barocco, il soffitto reca l’affresco del pittore Ernesto Bellandi, raffigurante l’apoteosi di Bellini con le allegorie delle sue opere maggiori: Norma, La sonnambula, I puritani, il Pirata. Il sipario illustra la “la vittoria dei catanesi sui libici”, opera del pittore catanese Giuseppe Sciuti. Il ridotto è ampio ed aggraziato da marmi e stucchi, e troneggia la statua del compositore in bronzo e realizzazione di Salvo Giordano”.

Personaggi famosi ospiti del “Bellini”?
“Il Presidente della Repubblica, on. Giovanni Gronchi, nel 1955, in occasione della serata inaugurale con la rappresentazione dei “I puritani”. Nel 1966, la belliniana “Beatrice di Tenda” fu diretta da Vittorio Gui; sul palco Raina Kabainvanska. Il direttore d’orchestra, il maestro bergamasco Gianandrea Gavazzeni diresse nel 1970 e nel 1972 rispettivamente “Mosè in Egitto” e “I puritani”. Katia Ricciarelli, nel 1970, interpretò “Anna Bolena”, ma un po’ tutti i grandi da Beniamino Gigli a Riccardo Muti, dai registi Giorgio Strehler a Franco Zeffirelli a Luchino Visconti, da Pierre Ponnelle a Tino Buazzelli, da Werner Herzog a Claude D’Anna, da Gilbert Deflo a Giuliano Montaldo, a Mauro Bolognini, lo scenografo Piero Guccione, hanno sentito l’atmosfera del “Bellini”. Decennio aureo, quello tra il 1944 e il 1954, con “Don Pasquale” di Donizetti e con Toti Dal Monte, Poi, Mario Del Monaco, Gino Bechi, Renata Tebaldi,-. Nel 1951, in occasione del 150mo anniversario della nascita di Bellini, ecco Maria Callas; la quale bissò il successo nel 1953. Nel 1960, Vittorio Gassman in “Giovanna D’Arco al rogo” di Honegger. Nel 1963, addirittura, Igor Strawinskij, all’indomani dell’assassinio del Presidente degli Usa, John Fitzgerald Kennedy dedicò all’amico ucciso un omaggio del suo talento. Direttori artistici Vincenzo Bellezza, Renzo Giacchieri, nel 1999-2000”.
Santo Angelo Leanza, classe 1963, è il Curatore, il principale collaboratore tecnico del Museo e dell’archivio storico del Teatro Massimo Vincenzo Bellini: qui opera da più di un quarto di secolo, esattamente da 28 anni. Il suo è un record eccezionale. E’ lo stesso curatore che ci confida che un giorno promise alle autorità competenti di allestire il Museo dedicato al grande compositore catanese in soli tre mesi, ne impiegò invece quattro, ma riuscì lo stesso a conquistare i più diffidenti, a sconfiggere i più scettici: “Quelli che vede nel Museo sono i costumi andati in scena qui al “Bellini” nei vari anni. Giuditta, grande cantante (soprano). Amava contornarsi di belle donne, tra cui la Maria Malibran. Le sue conquiste più famose furono le tre Giuditte, la ricca Giuditta Turina, e le cantanti Giuditta Grisi e Giuditta Pasta. Morì, forse avvelenato, a Puteax, nel settembre 1835 (era nato nel novembre 1801) non ancora 34enne, in Francia. C’è chi sostiene a causa di una brutta infezione, trascurata, chi, invece, per trama ordita dalla contessa Giulia von Pahlen Samoyloff, cui l’artista aveva dedicato “Bianca e Fernando”. Molte le supposizioni e l’allora re di Francia Luigi Filippo ordinò l’autopsia per mettere fine alle voci dell’omicidio. E la morte di Bellini, oggi identificabile a una vera e propria rockstar, è sempre avvolta dal più grande dei misteri”.

Cenni storici sul teatro?
“ Il primo progetto risale al 1872 progettato da un gruppo di architetti catanesi. Il teatro doveva nascere nel cuore, al centro di Catania, e fu allora convocato quest’importante architetto milanese, Carlo Sada. E l’edificio doveva incastrarsi tra due Palazzi nobiliari, dei quali ricordo soltanto un nome: Palazzo Tezzano; che sa sulla destra. Ed allora l’architetto Sada, il quale si trasferì in Sicilia dopo aver lavorato in Piemonte, disse: “Mandiamo giù questi Palazzi e ne costruiamo uno di grandioso!” Questo progetto piacque subito ai catanesi e all’inizio si pensava di chiamarlo Teatro Nuovaluce, mentre c’era chi voleva giustamente dedicarlo al grande compositore catanese, Vincenzo Bellini, appunto. Nel 1886 i lavori si fermano perché una gravissima peste decimò Catania e giustamente quei pochi soldi non vennero assegnati per i lavori del teatro. Nel 1888 riprendono i lavori di costruzione, di edificazione del teatro grazie all’ausilio del denaro elargito di molti nobili, tra cui Grimaldi, Paternò Castello, Romeo. E il Comune di Catania dette la possibilità di avere il palco in comodato uso. Il 31 maggio 1890, con un’opera di Bellini, “Norma”, il teatro venne inaugurato”.

La sala?
“Il cielo del proscenio è sormontato da un orologio, ai cui lati sono disposti 12 puttini danzanti, simboleggianti Le Ore, opera dell’architetto Giulio Moschetti. Al limite della grande volta di copertura del teatro, Sada progettò una serie di piccoli palchi ad apertura circolare, sormontati da rosoni, con funzione decorativa. Quattro gli ordini dei palchi, poi, i palchetti ad apertura circolare, una quinta fila di palchi collegata al loggione”.

Aneddoti, curiosità?
“Sì, ne ho, che ha del bizzarro. Misero all’ingresso del teatro un omino che aveva l’ordine di non far passare nessuno, ad eccezione di chi è in possesso del biglietto. IL 31 maggio si presenta all’ingresso con tanto di propria carrozza, e con tanto di mantello, cappello e bastone, l’architetto Carlo Sada. Sceso dalla carrozza, esclamò: “Io sono l’architetto Sada”. Prego, gli fu chiesto, il biglietto! “Guardi io sono quello che ha costruito questo teatro!”. L’architetto si sentì dire: “Lei potrà essere anche Tizio, Caio e Sempronio, ma se non paga il biglietto, non la posso fare entrare!”. Ebbene, l’architetto Carlo Sada dovette, per entrare, pagare il biglietto. Poi, ce ne sono tanti altri di aneddoti”.

Mai venuto Giuseppe Verdi?
“No, mai. Nemmeno Puccini e Rossini. Né Monteverdi ”.

I grandi cantanti al “Vincenzo Bellini”?
“Beniamino Gigli. C’è una lettera del tenore recanatese dove egli desidera venire al “Bellini” di Catania “perché per me, per l’acustica è il più bel teatro del mondo. La musica è la migliore al mondo” scrisse. Oggi questo teatro era considerato il terzo al mondo per la migliore acustica. Un’equipe di studiosi giapponesi si sono recati qui per fare dei rilevamenti elettro-acustici, e sono rimasti un po’ basiti nel sentire l’acustica, il silenzio di questo teatro; addirittura, per un attimo, pensarono che le loro apparecchiature, i loro computer si fossero guastate. Continuavano, esterrefatti, a dirmi “It is impossibile!” “E’ impossibile!” che abbia quest’acustica e tutto questo che si sente in sala, lo stesso suono viene riprodotto su in galleria, non si perde nemmeno una nota, una frequenza. Ma, il “Bellini”, oltre ad essere un “tempio della lirica”, ha svolto un’importante funzione di divulgazione e sostegno della musica sinfonica e cameristica. Così, ai grandi cantanti del secolo , ecco anche alcuni tra i più illustri protagonisti del concertismo internazionale: Giuseppe Di Stefano, Ferruccio Tagliavini, Gino Bechi, Pietro Mascagni, Maria Callas, Giuseppe Sinopoli, Igor Stravinskij, Alfredo Kraus, Giulietta Simionato, Severino Gazzelloni, Mstislav Rostropovich, Mario Del Monaco, Lorin Maazel, Gino Marinuzzi, Tito Schipa, Sir Georg Solti, Moritz Rosenthal”.

Superstizione?
“Si dice sempre che nel teatro si aggirino dei fantasmi. Ma, non è affatto vero. Una statua, quella nel foyer, opera del Giordano, che riproduce Vincenzo Bellini in bronzo, è una statua nel 1953, quando è stato festeggiato il 120 anniversario della morte di Bellini. Questo teatro, dunque, non aveva alcuna statua od effige del compositore catanese, nei primi tempi fu messa lì, appoggiata, e allora una signora che tutti i giorni che andava lì a pulire la statua di Bellini chiese se le faceva un regalo. “Caro Vincenzo, io sono povera e ho tanti figli, aiutami!” Quattro burloni andarono lì, e girarono di 180 gradi la statua di Bellini. “Ma, allora, tu ci sei, tu mi ascolti, Vincenzo!” esclamò la signora delle pulizie. E, da quel momento si fece convinta che il compositore l’avesse ascoltata. E giocò al lotto i numeri per tradizione popolare. E storia insegna che vinse del denaro”.

Ci illustra questo macchinario?
“E’ il progenitore del registratore a nastro, della bobina, ecco. Guardi, qui c’è la bobina contenete “Aida” di Giuseppe Verdi. La macchina pedala, pompa l’aria, fa girare questo rullo e ha dei micro fori attraverso cui passa l’aria e la macchina suona. Sono 300 le bobine, e in tutto il mondo se ne contano sì e no cinque”.
Ora siamo con il Direttore Artistico, il maestro Francesco Nicolosi.

Cosa rappresenta per i catanesi il teatro “Vincenzo Bellini”?
“Il Massimo di Catania, assieme ad altri edifici cui gli abitanti sono legati, come Sant’Agata o le stesse tradizioni, rappresenta una delle cose più amate. Il catanese sente il “Bellini” come qualcosa di suo, chje gli appartiene; anche perché l’edificio è legato a quel Vincenzo Bellini che i catanesi amano come la chiesa di Sant’Agata”.

Il pubblico catanese com’è?
“E’ un pubblico molto preparato, molto attento: non per niente da Catania sono passati i più grandi cantanti, sono stati fatti i più grandi allestimenti, sono venuti i più famosi registi”.

Qual è l’opera che meglio rappresenta Catania, la città, i suoi abitanti?
“ Le dirò che io ho avuto modo di guardare un po’ la programmazione del teatro negli ultimi 30 anni, e questo è un teatro aperto veramente a tutto. Anzi, è stata fatta parecchia avanguardia, sono state rappresentate opere di rara esecuzione, quindi, non mi sento di dire che c’è un’opera più amata di altre. Certo, il legame con Bellini è molto forte, e, quindi, mi sembra normale dire che “Norma”, La sonnambula” sono particolarmente amate. Ma, aldilà di questo, dobbiamo dire che il pubblico catanese è molto aperto a tutto”.

Che colore hanno le luci del Teatro Massimo “Vincenzo Bellini”?
“I colori di Catania, quelli della Sicilia: il giallo del sole, dunque, l’azzurro del mare, i colori di questa terra, che sono forti e sono sempre molto significativi, caldi, materici”.

Qual è l’opera che ha espresso la modernità in una scenografia?
“A parte il fatto che sono Direttore Artistico da gennaio di quest’anno 2015, però, il teatro è sempre stato molto aperto – come le ho detto prima – all’innovazione, per cui abbiamo avuto degli allestimenti molto particolari. Potrei dire che proprio in questi giorni abbiamo chiuso con la “Nona di Beethoven” fatta dalla Compagnia Zappalà Danza, una Compagnia di danza contemporanea, di Roberto Zappalà, direttore artistico e principale coreografo, con strumenti molto all’avanguardia e molto particolari. Un allestimento legato a significati molto particolari. Ho già fatto e in qualità di Direttore Artistico di questo teatro sottolineerò a tutti i registi che lavorano e lavoreranno qui con noi che voglio che venga rispettato il libretto”.

E torniamo con Angelo Leanza, parlando di bozzetti e figurini: “Questa “Norma” è del Duemila, con la regia di Renzo Giacchieri, i bozzetti sono di Michele Canzonieri. Questa, invece, è una “Norma” del 1963, con bozzetti di M.A. Gambaro, con scene e costumi di Misha Scandella (direttore Vincenzo Bellezza) questa è quella di Piero Guccione del 1990, molto bella, ed ebbe un grande successo per scene veramente particolari. Poi, le foto, con nel 1963 la cantante soprano Carla Ferrario. Poi, quella che immortala la grande Maria Callas nel 1951, per “Norma”. Poi, ecco “Zaira” di Maurizio Palò, musiche di Vincenzo Bellini, libretto di Felice Romani, Festival Belliniano, 1990. Questa “Aida” è di Roberto Laganà, poi, “Il Rigoletto” di Giuseppe Verdi, e “La straniera” del Bellini, quest’ultima con scene e costumi di William Orlandi. “I Puritani”, nel 1993-94, con costumi di Elena Carveni, libretto di Carlo Pepoli, musiche di Bellini. “Nunziata” con scene e costumi di Giuseppe Crisolini Malatesta. Qui, “Le Tende”, dramma in due atti, 2010, musiche di Vincenzo Bellini, Brockhouse Shelling, regia, scene e costumi dello spoletino Giancarlo Colis. Ancora: “La sonnambula”, regia e scene di Sergio Vela, costumi di Giusy Giustino, Direttore, costui, della Sartoria del “San Carlo” di Napoli”.

La passione per il teatro, da chi l’ha ereditata?
“Deriva da mio nonno, tenore, è stato per 40 anni in questo tenore, e ha cantato con la “divina” Callas. Si chiamava Angelo pure lui, amava la musica e mi raccontò la grande “Norma” del ’51, con questa donna, Maria Callas, questa meravigliosa voce. Si aprì il sipario e ci fu un grandissimo applauso per le scene di Piero Guccione: quella “Norma” diretta da Daniel Oren nel 1990 fu di straordinario effetto e successo, fece spellare le mani al pubblico dagli applausi”.

Una scenografia modernissima?
“Abbiamo fatto una struttura in ferro, una sorta di palazzo in ferro di “Medea” , con tutta una condotta in acciaio per portare su il vapore. Quindi, una grande scalinata, con al centro c’era l’arco per far sì che la soprano scendesse le scale, che poi si aprivano. Tutto il coro stava su queste scale altissime e con effetto scenico davvero forte. Siamo tra il 1999 e il Duemila. Mentre lei uccideva i suoi figli, tutto si distrugge e questo vapore viene su dalle viscere della terra ed inghiotte tutto: le forze della terra che reagiscono, la stessa natura che si ribella”.

L’opera che più l’ha commosso?
“Sono romantico, quindi, dico Puccini. “Boheme” è un’opera che ogni volta che la sento, mi s’accappona la pelle. Io sono quasi 50 anni che sono, vivo qui dentro: a cinque anni facevo già parte del coro dei bambini, mi sono diplomato . Mio nonno Angelo avrebbe preferito che io studiassi canto, io invece scelsi il calcio”.

I materiali all’interno del “Bellini”?
“Il genio dell’architetto Sala, che io ho sempre definito un mago, ha permesso che la nostra sala abbia il pavimento in legno, con sotto dei

    elli in legno, e sotto ancora c’è una vasca in cemento che contiene oltre centomila litri d’acqua. Sappiamo benissimo che l’acqua – cosa fa? - smorza le basse frequenze, quindi, non abbiamo risonanze sulle base frequenze e le altre frequenze, allora, ci si domanda, come fanno a rimanere sempre in sala? La volta della nostra sala – che può contenere 400 persone - è tutta costruita con canne di bambù: le canne flettono, e le canne tengono la volta. Ed essendo così morbido, così flessibile, tutto questo materiale fono-riflettente fa sì che le altre frequenze non vadano via, non si disperdano, ma, vengono – quelle che salgono in alto – rimandate in giù, verso il basso. Quindi, non si perde nulla: le basse frequenze vengono smorzate dall’acqua sotto, le alte frequenze non si perdono perché questa volta funge da altoparlante, come un trasduttore, respinge cioè tutto giù”.

    I colori del Teatro Massimo “Bellini”?
    “L’architetto Sada ha voluto tenere i colori vivi; quindi, c’è l’oro e poi abbiamo questi marmi di colore chiaro e scuro. Io sceglierei il colore oro, il colore predominante, il giallo oro, dunque, e il rosso porpora. Mentre nel foyer, oggi tutto rosso, il Sada spiega che i velluti devono essere tutti verdi, forse, per staccare un po’ col rosso che trionfa in sala”.

    Mai subito incendi?
    “No, mai, e nemmeno bombardato durante la Seconda Guerra mondiale; bensì, scalfito”.

    Sono previsti anche dei piccoli palchi…
     “Sono quelli che noi chiamiamo “occhialoni” perché stanno proprio sopra la galleria, sopra i loggioni, e questi palchi sono riservati ai bambini non vedenti, od ipovedenti, perché fino a qualche decennio addietro questi palchi venivano dati, a costi bassissimi, alla Scuola che esiste ancora oggi a Catania, quella specializzata proprio per i non vedenti. Non andranno bene, certo, per vedere le scene, ma sono di ottima acustica per sentire la musica, i suoni”.

    Il golfo mistico?
    “Da circa vent’anni è stato ampliato. E’ stata anche posta una piattaforma oli pneumatica, con grossi compressori con pistoni che fanno andare su il golfo mistico ed allora il palcoscenico diventa più grande a beneficio di un maggior spazio per l’orchestra, soprattutto negli eventi come i concerti. Il golfo mistico così può ospitare circa cento orchestrali”.

    Un aneddoto cui ha assistito qui, al “Bellini”?
    “Nel 1972 si esibì al ”Bellini” il maestro Luciano Pavarotti, e su di lui posso raccontarle un gustoso aneddoto. Era tradizione di questo teatro, fino a qualche anno addietro, che durante la pausa dell’inaugurazione nel cortiletto si cucinasse qualcosa; e c’erano delle persone preposte a cucinare. Una volta si cuocevano i fagioli, altre volte le lenticchie, un’altra delle verdure, e ricordo che dentro quei grandi pentoloni, marmittoni ci mettevano delle cotiche, delle cotenne per rendere più saporiti i fagioli. Ebbene, durante la pausa tra il primo e il secondo atto, credo della “Boheme”, aprirono la porta che dal palcoscenico andava al cortile interno, e si sprigionò un delizioso profumo di fagioli. E, Pavarotti , incuriosito, domandò “Ma cos’è questo odore? Cosa mai si sta cuocendo?””. E minacciò: “Se non servite anche a me un piatto di quella minestra con i fagioli, io giuro non vado avanti con lo spettacolo!” Allora, fu accompagnato giù in cortile e il tenore si pappò un gran bel piatto di minestrone con fagioli e quant’altro. Si dice che prima di cantare, un tenore, un soprano deve essere a digiuno, ma, quell’allora giovane Pavarotti quasi sfatò la leggenda, quel luogo comune. Anzi, rincarò la dose Pavarotti: “Prima di cantare si può mangiare tranquillamente!”, quasi volesse giustificare il suo appetito. Sì, come dice lei, dottor Nocini, ai cantanti è consigliato, prima di andare in scena, mangiare della cipolla, che rischiara meglio la voce; addirittura, è consigliato bere brodo di cipolla; che fa tanto bene – è raccomandato da molti – per il sangue e la sua circolazione”.

    Registi importanti qui al “Bellini”?
    “Quasi tutti i più noti e prestigiosi: Luchino Visconti, Franco Zeffirelli, Giorgio Strehler, Pierre Ponnelle, Werner Herzog, Claude D’Anna, Gilbert Deflo, Giuliano Montaldo, altri”.

    Altri ricordi?
    “La Fracci: qui, al “Bellini”, ha fatto tante, ma tante cose. Mi ricordo che in occasione di una “Giselle” - ero piccolo, avevo 3-4 anni - per meglio guardarla, lei mi faceva accomodare sopra una botte dietro il palcoscenico ed era una grandissima donna, sempre gentile, sempre cortese. E, mi regalò anche una scatola di cioccolatini, terminata l’esibizione. Più grande, quando seppi che la Fracci era di passaggio al “Bellini”, scesi apposta – durante le prove – dal palcoscenico per andarle incontro. E, lei mi ha confermato di ricordarsi di questo suo gesto, di questo suo omaggio, la scatola dei cioccolatini dati a quel bimbo catanese. Ed abbiamo conversato anche per una decina di minuti. Mi ricordo il marito e coreografo Beppe Menegatti: li accomuna la stessa dolcezza, la stessa raffinatezza”.

    E passiamo a visitare il ridotto. Sempre accompagnati da Angelo Leanza, entriamo nel spettacolare foyer del “Vincenzo Bellini”: “Il pavimento” spiega Leanza “è stato rifatto nel 1960, ma non più con i marmi rossastri, ma con marmo con macchioline bianche, color crema; come le colonne, che fanno da cornice alla statua del Bellini. Le colonne sono 8, che sembrano fatte di legno o di marmo, in realtà sono di bronzo, perché più durevoli. In alto, ammiriamo il balconcino, dove i giovani musicisti promettenti si esibiscono per intrattenere il pubblico pagante tra l’intervallo di un tempo e l’altro. I divani erano volutamente di color verde, secondo il gusto ordinato dall’architetto Sada, ma poi, si è optato per il rosso. Qui, come può ammirare, si fondono diversi stili (manierismo, barocco, Impero) con uso di decorazione a stucco e oro. Due quadri allegorici arricchiscono la Sala del ridotto”.

    Bellissimi gli specchi…
     “Risalgono al 1890, anno dell’inaugurazione del Teatro “Bellini”. Sono a tre dimensioni, infatti, se lei si guarda allo specchio si vede proiettato all’infinito, in chilometri di profondità. Specchi alti tre metri, dai divani fino a lambire il soffitto. Un ridotto ispirato al celebre modello dell’Operà di Parigi ed alla lezione sti

      ica del suo progettista, l’architetto transalpino Jean Louis Garnier. Sopra ecco i leoni alati, una cariatide di donna gravida con il tamburo da percussione in mano, e che si alterna con un uomo che invece impugna una lira. Quindi, uomo e donna che s’alternano”.

      L’affresco del soffitto, a chi appartiene?
      “E’ opera dell’artista catanese Archimedei Cirinnà (1908-1992), e fu eseguito nell’anno 1959. Cirinnà ha lavorato per chiese di Catania, svolgendo temi soprattutto religiosi”.

      Personaggi famosi, teste coronate, pontefici qui al “Bellini”?
      “Nessun pontefice, sì invece una regina di un Paese sudafricano, il Presidente del Consiglio Mario Monti, ambasciatori e consoli da tutte le parti del mondo, mentre l’allora Presidente della Repubblica, l’on. Oscar Luigi Scalfaro declinò l’invito”.

      Qual è l’opera che ti emoziona di più?
      “Mi considero un romantico e mi piace Giacomo Puccini, soprattutto, la “Boheme””.

      Catania, 29 maggio 2015, Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it

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