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24/6/07
INCONTRI RAVVICINATI: PIETRO MENNEA...

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>PIETRO PAOLO MENNEA: “LO SPORT MI HA INSEGNATO A VINCERE ANCHE NELLA VITA”>>

E’ <>Pietro Mennea> il nuovo illustre ospite del nostro direttore Andrea Nocini.
Mennea è probabilmente l’icona del XX secolo per quanto riguarda l’atletica leggera italiana: la sua lunghissima carriera agonistica (1971-1988) ha raggiunto il culmine nel 1979 a Città del Messico con il record del mondo nei 200 metri piani (record battuto solo nel 1996 da Michael Johnson) e poi nel 1980 con l’oro olimpico di Mosca nella stessa disciplina.
Nato a Barletta il 28 giugno 1952, Mennea è laureato in giurisprudenza, scienze politiche e scienze dell’educazione motoria. Scrittore di diversi libri, è stato eletto al Parlamento Europeo nel ’99 ed esercita la professione di avvocato e di docente di diritto dello sport presso l’Università di Chieti e Pescara.
Nel 2006 ha creato, insieme alla moglie Manuela, la fondazione “Pietro Mennea Onlus” che effettua donazioni e assistenza sociale a enti caritatevoli o di ricerca medica ed è attiva nella lotta al doping.
Un personaggio ricco di aspetti interessanti e carico di grande umanità, quindi, oltre che di immenso valore sportivo per il nostro Paese. E il nostro direttore non poteva certo farselo scappare.

<>Nocini: Pietro Paolo Mennea, la “Freccia del Sud”… Il caso di Oscar Pistorius: lei è favorevole a vederlo sfrecciare sui terreni olimpici? >

Mennea: Sì. Io sono stato forse il primo a esprimersi in modo positivo sul diritto di Pistorius a partecipare ai giochi olimpici se raggiungerà il limite cronometrico richiesto dalla IAAF.
Io credo che nessuno abbia il diritto di fermare il sogno di questo ragazzo, qualora dovesse superare il limite, cioè la partecipazione ai giochi olimpici di Pechino nell'estate 2008.
Io l’ ho incontrato a Roma, mi ha fatto molto piacere vedere questo ragazzo di 21 anni, molto spontaneo. Peccato, già i disabili hanno difficoltà ad essere considerati, se poi ci si mette anche lo sport diventa un fatto grave.

<>Nocini: La conosce tutto il mondo, e in Italia tutti hanno esultato per la sua vittoria alle Olimpiadi di Mosca del 1980 e per altri suoi successi, in particolare quel primato mondiale di Città del Messico che resistette per 17 anni.
Don Quarrie o Valeri Borzov: quale dei due ha temuto di più? >

Mennea: Ho temuto soprattutto Borzov, perché viveva il momento di auge della sua carriera agonistica. Io mi avvicinavo all’atletica di altissimi livelli e all’inizio lui mi ha battuto.
Poi, dal ’75 in poi, io ho battuto lui nella coppa Europa a Nizza e lì sono iniziati molti scontri incerti ed equilibrati. Borzov ha smesso nel ’78 ai campionati d’Europa di Praga, dove io vinsi i 100 metri mentre lui cominciava ad avere i primi fastidi ai tendini, i primi problemi fisici.
Annuncio che a fine mese uscirà questo libro, “19’72”, Il record di un altro tempo”, che parla del record del mondo, e qui parlo anche di Borzov: per me è stato un esempio, come atleta ma soprattutto come uomo, quindi ho cercato di carpirgli i segreti della velocità. E’ stato un punto di riferimento, un atleta che ha battuto i campioni americani e ha dominato nella velocità sia sui 100 che sui 200.

<>Nocini: Cos’ ha provato in quel momento in cui sfrecciando sul traguardo ha stabilito un record che ha richiesto poi 17 lunghissimi anni per essere abbattuto? Più grande quell’emozione oppure quella dell’oro olimpico a Mosca?>

Mennea: Ho disputato cinque Olimpiadi, quindi ho incontrato tantissime generazioni di velocisti.
Ho cominciato incontrando la generazione degli atleti delle olimpiadi di Città del Messico, i cubani Ramirez e Pablo Montes, per finire poi con Carl Lewis passando per Borzov, Don Quarrie, Alan Wells e molti altri…
Per un atleta, soprattutto per chi fa velocità, l’obiettivo più importante è vincere le Olimpiadi, cosa che io ho fatto nel 1980. Però, perché la carriera dell’atleta si possa considerare completa, si devono battere anche dei record. E quel record dei 200 era il punto fermo della mia carriera agonistica, al punto che ho ritenuto opportuno scrivere questo libro, che è significativo perché descrive quell’impresa sportiva che rappresenta il mio impegno per lo sport. Questo libro è una testimonianza di come le imprese sportive difficili si possono raggiungere attraverso il sacrificio, il lavoro, la dedizione, l’impegno quotidiano.
Io mi sono allenato 5-6 ore al giorno per 11 anni, per raggiungere quel record del mondo. Quindi quel record non rappresenta solo un’impresa sportiva, è il mio impegno oltre lo sport.

<>Nocini: Lei è l’uomo dei record, in tutti i sensi. Primato mondiale, tre lauree, cinque Olimpiadi… Ha mai pianto?>

Mennea: Sì, raramente, però anch’io ho pianto. Per esempio alla vigilia della finale dei 200 a Mosca, perché ero consapevole di non essere in condizione e un obiettivo così importante poteva sfuggirmi. Anche perché avevo la bellezza di 28 anni e sapevo che il tempo trascorre velocemente nell’atletica, nello sport, e quando passa il treno e tu non lo prendi…per un atleta così longevo come son stato io, che mi sono sudato tutto, perdere l’obiettivo della medaglia d’oro olimpica sarebbe stato un fatto grave, avrebbe lasciato incompleta la mia carriera agonistica.
Ci tenevo moltissimo a vincere nello sport, ma io sono andato oltre lo sport: cioè la vittoria non è tutto nella vita di un individuo, vincere le Olimpiadi e stabilire un record son traguardi importanti ma bisogna andare oltre, bisogna imparare a vincere anche nella vita. Lo sport mi ha insegnato anche questo, a vincere nella vita.

<>Nocini: Lei ha scritto anche un altro libro, in precedenza, “Il doping nello sport”…>

Mennea: Ne ho scritti tre di libri sul doping. Uno è “Il doping nell’Unione Europea”, perché me ne sono occupato dal punto di vista del diritto comunitario. Poi ho scritto “Il doping nello sport”, e poi “La storia del doping”, che lo affronta dalle origini fino ai giorni nostri.
Mi occupo di questa tematica perché è una piaga non solo sportiva ma anche sociale. Lo sport insegna a vincere nel rispetto delle regole, dell’avversario, di se stessi, di principi come il fair-play. Chi non applica questi principi nello sport non ha nulla a che fare col mondo dello sport.
Oggi lo sport sta vacillando dinnanzi alla poca credibilità dovuta a problemi come il doping nelle varie discipline. Si pensi a Floyd Landis, vincitore del Tour del 2006 e poi squalificato, a Gatlin (ex primatista mondiale dei 100 metri), poi di recente a Marion Jones, che ha confessato…
Io credo che bisogna vincere meno medaglie ma lottare per una medaglia più importante, che è la credibilità. Oggi lo sport sta prendendo una strada molto perversa, quella dello spettacolo, del business, del fattore economico, e pone in secondo piano quelli che sono i valori.
Se questa strada dovesse prevalere, sono sicuro che le sport diventerebbe come le altre attività della vita sociale: poco credibile. E questo non conviene a nessuno.
Ecco perché gente come me, che si è impegnata moltissimo a livello agonistico, oggi lo fa in qualità di studioso e cerca di dare un piccolo contributo affinché nello sport resti ancora questa strada sociale importante, in cui poter ritrovare i valori.
Io l’ ho detto a Pistorius: “Lo sport è come un ascensore sociale: tutti devono avere la possibilità di salirci, però lo devono fare nel rispetto delle regole”. Il fatto che Pistorius usi due protesi che gli possono dare dei piccoli vantaggi è vero, ma bisogna considerare che il ragazzo non ha le gambe. Allora non è Pistorius quello che viola le regole, ma è lo sport che deve cercare la soluzione ai suoi problemi in altri settori della vita sociale, soprattutto in settori come il doping e la corruzione.

<>Nocini: Lei è tifoso della Salernitana…>

Mennea: Più che altro ho lavorato per la Salernitana! Seguo un po’ alla distanza le vicende di questa squadra per cui ho occupato un ruolo importante, però diciamo che fino a pochi anni fa essendo meridionale ho fatto il tifo per la Juventus. Però da quando la classe dirigente ha preso in mano la direzione di quella società anche il mio tifo è venuto a mancare.

<>Nocini: Esistono altri Mennea?>

Mennea: Potenzialmente sì, ma non bisogna dire ai ragazzi che si avvicinano allo sport di fare quello che ho fatto io, altrimenti smettono. Devono avvicinarsi allo sport facendo sacrifici, impegnandosi e dedicandosi, perché il grande risultato lo possono ottenere.

<>Nocini: E’ superstizioso?>

Mennea: Quando correvo cercavo di usare le stesse scarpe, gli stessi pantaloncini, le stesse canottiere il più possibile, se mi avevano portato bene in una gara. Però poi li dovevo cambiare! Comunque non lo ero più di tanto.

<>Nocini: Voglio salutarla avvicinandomi a quando fece incaponire la pelle a molti italiani, alla maniera di Paolo Rosi: “Mennea, Mennea, Mennea, Mennea!” La ringraziamo, campione olimpico di risposte e di sportività.>

Mennea: Grazie a voi e buon lavoro!


<>A cura di Luca Corradi>

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