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Archivio: INTERVISTE VIP

22/4/08
INCONTRI RAVVICINATI : MONS. GIUSEPPE ZENTI...

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>ZENTI: “IO PORTIERE ALLA KAMIKAZE!”>>

Piazza Vescovado, cuore pulsante della curia scaligera.

Monsignor Giuseppe Zenti, veronese, è da quasi un anno il capo spirituale della diocesi in riva all'Adige.

Ci accoglie un pomeriggio afoso e imbronciato di aprile, “scortato” dal suo segretario, don Giorgio Benedetti.

<>Nocini:> Innanzitutto, sua Eccellenza, buon pomeriggio e grazie per averci ospitati.

<>Zenti:> Grazie a voi della vostra presenza.

<>Nocini:> Sua Eccellenza, ha mai giocato a calcio?

<>Zenti:> Come tutti i ragazzi, ero molto appassionato.
I miei ruoli sono stati quelli di portiere e poi di terzino.
A trentatré anni, periodo in cui ero vice direttore nel Seminario di San Massimo, sono stato buttato fuori gioco, poiché, per prendere il pallone con la testa, un giovane mi ha un po’ sfasciato.
Da allora, mi sono fatto, perciò, convinto che per me era più conveniente assistere e fare il tifo più che essere partecipe diretto.

<>Nocini:> Chi era mons. Giuseppe Zenti tra i pali e in difesa.
In azione, cioè?

<>Zenti:> In genere, il terzino ti marcava e quando mi si avvicinavano avevano un buon osso da rosicchiare.
Ho detto, però, che ho giocato anche nel ruolo di portiere, ruolo che pure mi piaceva.
Dopo il tuffo cui accennavo prima, rimasto storico - in cui l’avversario mi ha dato quel calcio nella testa - ho iniziato ad avere un po’ di paura, ed allora mi sono spostato nell’area del terzino.

<>Nocini:> Quali erano i suoi idoli, sempre che ce ne fossero stati ?

<>Zenti:> A dire il vero, non ho mai avuto una specie di dipendenza psicologica nei confronti dei grandi giocatori di allora.
A me piaceva giocare perché, semplicemente, potevo sfogarmi e fare squadra.
Ci tenevamo molto ad essere una squadra forte, competitiva nei campi di calcio del Seminario di San Massimo.
Riferimenti più specifici non ne avevo.
Ogni tanto guardavo alla televisione qualche partita, ma non mi sono mai, per così dire, innamorato pazzamente di qualche giocatore.
Se devo proprio fare dei nomi, ricordo gli azzurri Ricky Albertosi e Sandro Mazzola.
Tra i pali ero uno spericolato come Albertosi.

<>Nocini:> Che ruolo pensa di aver giocato nella vita ecclesiastica?
Terzino o portiere da calciatore praticante; nella sua missione pastorale, invece, centrocampo, attaccante o difensore?

<>Zenti:> Dipende dai tempi.
Direi che sono passato dall’essere portiere all’essere terzino.
Adesso ho più l’impressione di essere un centravanti e spero, ogni tanto, di segnare qualche gol.

<>Nocini:> La nominiamo cittì: ci elenchi una “Nazionale degli ultimi pontefici”...

<>Zenti:> E’ molto difficile dare una risposta perché ognuno di questi ha interpretato la storia, la sua storia.
Bisogna collocarli nei loro momenti storici, tener presente l'ermeneutica.
Si potrebbe partire da Papa Giovanni XXIII.
Sembrava un grande tradiziona
    a, ma poi si è rivelato un grandissimo innovatore.
    Potremmo, perciò, dire che è passato da portiere a centrocampista.
    Paolo VI, uomo molto attento, potremmo dire che da terzino ha giocato al centro, facendo un grande gioco di squadra e quindi rilanciando il pallone.
    Papa Luciani, l’umile, è stato una folgore.
    E' stato mio predecessore a Vittorio Veneto, dove io ho trascorso 40 mesi.
    Bene: Luciani è partito da terzino ed è andato dritto in porta.
    Un bagliore. Papa Giovanni Paolo II è stato un uomo di grande tenacia, un uomo che ha giocato a tutto campo, instancabile.
    Attorno a lui tutti hanno ruotato.
    Un Papa come il nostro lo definirei un capitano di squadra, che sa dare gli ordini e dettare i tempi, movimentare la squadra affinché vinca.
    E’ un uomo di grande intelligenza unita ad una grande fede, un enorme coraggio ed una grande perspicacia.
    Sa trovare quelle strade, quei percorsi giusti per arrivare al gol che solo gli intelligenti sono in grado di scovare.

    <>Nocini:> Papa Ratzinger, quindi, è uno che lancia e rilancia sulla base della sua perspicacia, un grande centrocampista che prevede anche le manovre degli altri?

    <>Zenti:> Un Papa, al quale rimane poco tempo, pochi anni di gioco, e vuole dare il meglio di sé.

    <>Nocini:> Si parla tanto dell’8 agosto 2008, data dell'inizio delle prossime Olimpiadi a Pechino.
    Il Tibet, la violenza sui monaci, questa fiaccola che trema più per la paura che per l'alito del vento.
    Una sua riflessione....

    <>Zenti:> E’ impossibile dare un giudizio.
    Occorre, secondo me, un’autorità internazionale, quale l’ONU, che dovrebbe crescere molto di più, essere in grado di gestire, di governare queste situazioni che sono allucinanti.
    L’andare in Cina per poter godere di questa grande festa, festa dei popoli attorno allo sport, e di fatto trovarci in una condizione di contraddizione di detta festa perché uno di essi viene umiliato, pone il problema di chi può dirigere, chi può governare l’intreccio dei popoli a partire anche dai giochi stessi.
    Se questi non saranno una grande festa, dobbiamo chiederci, che cosa saranno?
    Saranno un interrogativo che ci rimane come una spina nel cuore, un tarlo che ci corrode.
    Questi episodi lasciano, comunque, perplessi e pensosi.
    C’è soltanto da sperare che i rapporti siano più distesi, che vi sia un dialogo vero.
    Non dico che il torto sia tutto da una parte o tutto dall’altra: non è questa la questione.
    Si tratta, soltanto, di guardare al futuro in termini di processo di civiltà, che significa rispetto nella reciprocità senza pretese di dominare su altri popoli.

    <>Nocini:> Se lei fosse Fabio Cannavaro, pallone d’oro 2006, parteciperebbe alle Olimpiadi di Pechino?

    <>Zenti:> In ogni caso, parteciperei perché è una testimonianza di popoli che non sono condizionati da nulla e che fanno valere il valore sport come momento d’incontro tra popoli e, pertanto, io credo che sia quanto mai opportuno partecipare.
    Il disertare può essere un atto di protesta, ma non so a quale pro.
    Il male deve essere vinto con il bene, il male non va combattuto con altro male.

    <>Nocini:> Speriamo che tutto non sia strumentalizzato a livello politico.
    Oltre alla fede immensa che ha, ha una fede calcistica nascosta?
    E’ juventino anche lei?

    <>Zenti:> Nei tempi passati, quando ero ancora ragazzo, ero schierato per l’Inter, ma per la squadra e non per i giocatori.
    Dopodiché, mi sono sempre posto al di sopra delle parti.
    Anche a Verona abbiamo due squadre: l’Hellas e il Chievo.
    Da che parte sto?
    Con entrambe, anche se magari qualcuno vorrebbe fagocitarmi in una delle due schiere.
    A me piace il calcio vero, lo sport autentico, che diventa espressione di amicizia tra le squadre e non la prepotenza del voler vincere umiliando gli altri.
    Anche nel campo di calcio si costruisce civiltà.

    <>Nocini:> Noi del calcio minore possiamo contare qualcosa e possiamo dare l’esempio?

    <>Zenti:> Dipende da come improntate il dilettantismo.
    Se è talmente agonista da essere un anticipo delle grandi squadre, non so quanto possa servire.
    Penso sempre ad un mondo del calcio e dello sport in generale dove ci sia almeno un pizzico di libertà e di fantasia che corrisponde alla genialità del singolo.
    Occorrono le regole, ma non si deve avere l’assillo di dover vincere, di fare il risultato.
    Una volta era bello perché nei campi di gioco parrocchiali si dava una pedata al pallone, “se pesataa el balòn” solamente per il gusto di giocare.

    <>Nocini:> Lo segue il calcio professionistico?
    Si è fatto un’idea?
    Che cos'è che la disturba di più ?

    <>Zenti:> Purtroppo, se non sporadicamente, non seguo il calcio.
    Mi manca, semplicemente, il tempo materiale, assorto ed assorbito come sono, in tutti i miei tempi, dal dover guidare spiritualmente la diocesi di Verona.
    Mi capita, comunque, a volte di sentire alla televisione o di leggere qualcosa sui giornali e rimango sempre rattristato da quegli episodi che creano sfiducia nel mondo calcistico.
    Non so se questo dipende dai mass-media, che mettono in risalto soltanto le partite sbagliate, andate a male, o se dipende da un fatto più generalizzato.
    Sarebbe, comunque, interessante capire che cosa succede la domenica in un’oggettività di valutazione.
    Questo calcio è ancora sano nelle sue radici o è già bacato? Chi lo rende bacato? Chi ha questo interesse?

    <>Nocini:> Ammalato, ammorbato....

    <>Zenti:> Ammorbato, appunto.
    Che cosa creano le “curve”?
    Quando ero in gioventù, le poche volte che mi sono recato agli stadi, ciò che mi faceva più male era l’osannare le bestemmie.
    Queste sono proprio fuori dal mondo del calcio e non so come si possa tollerare che nelle aree del gioco alcune persone conclamino le bestemmie anziché il grido di vittoria e di gioia per un gol segnato.

    <>Nocini:> Una volta erano proibite ed anche sanzionate dall’arbitro.
    A proposito di questo, lei mi suggerisce un’altra domanda: gli oratori e l’importanza della loro ripresa.
    Se fosse il capo degli arbitri, ripristinerebbe il giallo o il rosso diretto per chi bestemmia in campo?

    <>Zenti:> Secondo me, bisogna chiedere agli allenatori di far capire ai giocatori perché è sciocco bestemmiare.
    Partirei, quindi, da un atto di convincimento.
    Ritengo che ci si possa sfogare in tanti altri modi, poiché la bestemmia squalifica la persona in quanto tale.
    Se, poi, uno è veramente recidivo, procederei direttamente all’espulsione, ma, ripeto, solo dopo un cammino di convincimento del male, che è in sé il bestemmiare.

    <>Nocini:> Oltre alla violenza, altra piaga del calcio e dello sport in genere è il doping...

    <>Zenti:> Il doping non dipende tanto dai giocatori quanto dai responsabili, che per far vincere la squadra a tutti i costi umiliano i giocatori, consentendo loro di abusare di sostanze medicinali.
    Meglio sempre poter dire che vinca il migliore, ma che non vinca mai chi vuol vincere a tutti i costi.

    <>Nocini:> “Moggiopoli” ha rispecchiato soltanto un calcio alla deriva?

    <>Sua Eccellenza:> Ritengo che ci sia molto da preoccuparsi sul piano umano e civile.
    Quando i rapporti civili sono alterati perché c’è di mezzo un trionfo a tutti costi e la ricerca del denaro facile, si sconfessa la legge stessa del calcio e del mondo dello sport.
    Quest’ultimo è fatto per divertirsi, ma non per imbrogliare.
    Il divertimento deve essere improntato ad intelligenza, la quale tiene le briglie della forza fisica e sa dare lo scatto intuitivo e geniale per qualcosa di veramente bello.
    Lo sport, perciò, è sempre altamente umano.
    Quando si squalifica, per atteggiamenti che sono il contrario della lealtà, indubbiamente non siamo più nell’ambito dello sport, ma della lotta pura.

    <>Nocini:> C’è un giocatore che le piace particolarmente?

    <>Zenti:> In questo caso, preferisco andare oltre.

    <>Nocini:> Ha gioito per la Nazionale che ha vinto i mondiali di Germania?

    <>Zenti:> Ho visto e gioito.

    <>Nocini:> Il cardinale Tonini direbbe: “Abbiamo goduto!”.

    <>Sua Eccellenza:> Abbiamo goduto, sì lo dico anch'io! Spero, comunque, che il calcio italiano si rilanci su un campo molto più arioso, non inquinato da meschinità.

    <>Nocini:> Eccellenza Zenti, se non avesse fatto il prelato, cosa avrebbe voluto fare nella vita?

    <>Zenti:> Ho avuto tante aspirazioni.
    Ho sempre avuto l’idea di diventare, non tanto vescovo, ma prete.
    L’alternativa per me era quella di essere un contadino e perciò conservo ancora molto di quel mondo come, in particolare, la sua onestà, la laboriosità e la saggezza.
    C’era, poi, l’avvocatura, il giornalismo.
    La vera passione, però, era l’insegnamento.

    <>Nocini:> Grazie davvero, sua Eccellenza.

    <>Sua Eccellenza:> Tanti auguri a voi e buon lavoro!

    <>Rachele Anesi per www.pianeta-calcio.it 23 aprile 2008 >

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