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22/9/09
INCONTRI RAVVICINATI: LUCA GOLDONI

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><>"GOLDONI, CHE URLO!">>
Luca Goldoni, nato a Parma nel 1928, è una delle più grandi penne del panorama italiano.

Giorna
    a, è anche autore di numerosi ed apprezzati saggi.

    Con la sua scrittura, l'autore da anni esplora i vizi privati e le pubbliche virtù del nostro Belpaese, ed analizza con attenzione i mutamenti ideologici e le incoerenze della nostra società.

    Qual è il suo rapporto con il calcio?

    “Come tutti i ragazzini della penisola mi sono infatuato del calcio giocando nei prati di periferia: sei contro sei e magari sette contro cinque perché chi si era accaparrato il più bravo doveva abbuonare un paio di elementi alla squadra avversaria.
    Il padrone del pallone (curiosamente era sempre uno scarto) giocava di diritto. Però, all'ala sinistra, che era considerato il ruolo meno dannoso. Anche fra i proprietari di pallone c'era una graduatoria secondo il numero della sfera. Io non sono mai andato più su del 3. Il top era il 5, rigido e pesante che, quando calciavi, sentivi il rimbombo nelle budella e, se lo colpivi di testa, per qualche minuto vagavi in stato confusionale. Se il pallone si sgonfiava, c'era il riparatore ufficiale: carta vetrata, mastice, toppa, sputatina di controllo anti bolle. E, subito a ricucire con il grosso ago ricurvo e la lingua all'angolo della bocca come le madri quando rammendavano i calcagni dei calzettoni. I paletti della porta, poi, erano segnati da mucchietti degli indumenti che ci eravamo tolti, ma, quanto ad altezza, si andava a occhio. Se il pallone passava, il portiere era sveltissimo a gridare “alto!”, mentre tutti gli attaccanti urlavano che si poteva parare benissimo. Seguivano risse furibonde e anche qualche cazzotto. Ma, tutto molto in fretta perché troppa era la voglia di tornare a giocare”.

    Ha anche lei una squadra del cuore?

    “La prima squadra del cuore (anno 1938) fu quella della città in cui vivevo: il Parma A.S., che significava Associazione Sportiva. La sigla precedente era: F.B.C., Foot Ball Club. Fu cancellata per ché tre vocaboli inglesi in un colpo solo erano troppo per il patriottismo lessicale dell'epoca. Tempi candidi: i giocatori del Parma erano naturalmente parmigiani, se no che gusto c'era a tifare per il campanile. Ora ci sono squadre in cui non c'è neppure un italiano. E, questo è uno dei motivi – insieme alla proliferazione delle coppe e delle coppe delle coppe e progressiva colonizzazione di tutti i canali televisivi – che mi hanno provocato una irreversibile crisi di rigetto".

    Un calcio, il suo, nettamente diverso da quello di oggi...

    “Si tratta di calcio ininterrottamente, si disquisisce o si blatera, ma non si è mai tentato di rispondere a una domanda che trascurabile non è. Perché un uomo può tradire la moglie, un'amicizia, la patria, la fede, il partito, la marca della sua automobile, ma resta fedele per tutta la vita alla squadra del cuore? Perché anche il più forsennato voltagabbana, la maglia non la cambia mai? Qual è stata la scintilla (nell'infanzia, nell'adolescenza e anche dopo) che ha acceso la loro immutabile passione? C'è chi s'è preso il virus per contagio, per scommessa, chi l'ha ereditato per via cromosomica”.

    Una domanda, quella che ha formulato, che sinceramente non ci eravamo mai posti.

    “Ma nessuno ha saputo approfondire il dilemma: se è comprensibile che ogni tifoso straveda per i suoi idoli, perché un milanista, uno juventino o un interista resterebbero fedeli alla squadra, anche se paradossalmente Juventus, Milan o Inter si scambiassero tutti i giocatori, riserve comprese? Che cos'è questo involucro svuotato che alimenta una passione viscerale”.

    Conserva qualche aneddoto di cronista sportivo?

    “Il mio canto del cigno come tifoso e cronista risale all'anno dello scudetto del Bologna di mister “Fuffo” Bernardini, campionato 1963-64, dopo lo spareggio disputatosi all'”Olimpico” di Roma ai danni dell'Inter del “mago” Herrera. Lo stesso direttore de “Il Resto del Carlino”, Giovanni Spadolini (le cui frequentazioni calcistiche lo avevano convinto che le partite si svolgessero non in due tempi, ma in tre atti) si accorse della rilevanza dell'evento e mobilitò la redazione. Durante la partita-spareggio (trasmessa per radio) il sottoscritto doveva pattugliare le vie della città, silenziose e senza vita come nelle sequenze di The day after. A un tratto accadde qualcosa di indescrivibile. Un boato disumano (siamo abituati a quelli degli stadi e non di un'intera città) salutò il gol dello scudetto. Scrissi: “L'urlo della città” e qualcuno se lo ricorda ancora. Da allora mastico quel minimo di calcio, senza del quale non si può abbozzare una conversazione in treno, né scambiare due battute col portiere d'albergo. Un bagaglio di conoscenze basic per non suscitare diffidenza, per non passare da alieno. Il colpo di grazia ai miei interessi calcistici lo ha dato il conduttore di un tg. Ha detto testualmente: “Questo per quanto riguarda i posticipi degli anticipi. E, veniamo a un importante anticipo di posticipo...”. Ripeto, era un tg e non Crozza Italia”.

    Grande, viscerale, la sua passione per la Ferrari...

    “Ferrari, oggetto di misterioso culto feticistico. Cliccate su Google “mito Ferrari” e troverete 1.340.000 voci. Spiegare un mito è stupido. C'è e basta. E, tuttavia, vorrei aggiungere che il vero sortilegio è che un popolo scalcagnato, esterofilo, individua
      a, anarcoide (oppure ancorato al “Dio, Patria e due o tre Famiglie”) si sia trasformato in un'onda risorgimentale, in un sentimento di appartenenza che si manifesta soprattutto in tempi di crisi economica e di sbandamento morale. Con le impietose graduatorie internazionali che ci mortificano, è umano esibire l'argenteria che ci resta. E, fra i pezzi pregiati ci sono le tre F: Finmeccanica, che vende aerei ed elicotteri all'America, Fincantieri, leader mondiale di grattacieli naviganti, e, appunto, Ferrari”.

      I tanti successi della “Rossa” hanno contribuito ad alimentare il mito della casa del Cavallino.

      “L'antico tifo per il Cavallino si è evoluto in una fedeltà quasi viscerale: se fans di tutte le nazionalità peregrinano da un circuito all'altro con roulottes, tende, bandiere e barbecue, una ragione c'è: la Rossa non ha mai mancato una griglia di partenza, dalla bottega del Vecchio Falco, dove i bolidi erano fatti in casa come il ragù, alle telemetrie e alle fibre in carbonio”.

      Una fedeltà mai ammainata dai suoi tifosi...

      “La misteriosa fedeltà di tanti italiani alle Rosse si rinsalda nei loro momenti meno felici. Non dimenticherò anni fa quel pomeriggio di sconfitta a Imola: una folla di giovani arrotolavano mestamente le bandiere rosse o gialle e si avviavano verso i treni per il sud. Spesso intere giornate di viaggio, pagando il biglietto, senza sfasciare carrozze, con una delusione presto attutita dall'attesa cocciuta di giorni migliori”.

      Ma, anche la passione per il calcio resiste nel nostro Belpaese, eh.

      “Questo è un Paese che delira per il calcio, perdona le sue vicende più miserabili, si sciroppa i discorsi degli allenatori, che al microfono si credono tutti Obama. Va concessa un'attenuante: una partita di “cèmpion” è più eccitante di un Gp, spesso varo di sorpassi e magari anestetizzato dalla safety car. Però, una vittoria internazionale in uno stadio non ha le ricadute economiche e di immagine legate al successo in un circuito. Nel calcio vincono muscoli (bianchi o di colore), fiato, talento, grinta. Quando si afferma un pilota Ferrari, vincono anche un progetto industriale, una ricerca scientifica, una tecnologia d'avanguardia, una organizzazione rigorosa. Il tutto gestito, sempre più esclusivamente, da giovani intelligenze italiane”.

      Piloti strapagati come gli attori-calciatori.

      “I protagonisti del grande Circo di F1 sono certamente strapagati come i calciatori, ma con una posta in gioco molto più alta: se hanno un incidente, non bastano un massaggio e una spugnata, li portano via in elicottero”.

      <>Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 22 settembre 2009 >

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