INCONTRI RAVVICINATI: EMILIANO MONDONICO

DA CHE “MONDO” E' “MONDO”

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Nato a Rivalta d’Adda, il 9 marzo 1947, Emiliano Mondonico, “Mondo” per tutti, ha legato la sua fama alle cinque promozioni ottenute dalla serie B alla A in veste di allenatore (ma ha giocato anche nel Toro, nella stagione 1968-69) della Cremonese – dove aveva iniziato con i giovani -, del Como, dell’Atalanta, del Torino e della Fiorentina. Alla guida del Toro, a più puntate, ha conquistato la Coppa Italia (edizione 1995-96) ed ha perduto nella doppia finale (senza sconfitte) la Coppa Uefa contro gli olandesi dell’Ajax.

La sua immagine è legata al gesto di aver alzato al cielo di Amsterdam la sedia in segno di protesta contro una direzione arbitrale giudicata scandalosa e di grande stizza anche per i tre pali clamorosamente colti dai granata. Retrocede alla guida del Napoli nella stagione 2000-1, poi, va a Cosenza, quindi a Firenze, dove subisce un altro esonero dopo la conquista della B da parte dei gigliati. E’ allenatore dell’AlbinoLeffe dal gennaio 2006, squadra che porta alla salvezza e ottiene la meritata riconferma l’anno dopo.

Poi, il grande ritorno alla Cremonese, nel 2007-8 in C1. Ritorna all’AlbinoLeffe nel settembre del 2009 ed ottiene la salvezza della compagine seriana. Il 29 gennaio 2011 lascia per un tumore che lo colpisce all’addome; il 14 febbraio è di nuovo in panchina dei lombardi e riesce ancora a garantire la permanenza in B, dopo i play out, all’AlbinoLeffe. Il 13 giugno 2011 lascia di nuovo per sottoporsi a nuovi trattamenti e a nuove cure. Il 14 novembre, “Mondo” dichiara alla stampa di avere sconfitto il tumore che l’aveva colpito. E’ pure un apprezzato ed equilibrato commentatore sportivo.

Mister, lei è l’allenatore in Italia che ha vinto fino ad ora più promozioni in serie B…Ben cinque!

“Sì, dicono le statistiche; però, in Italia è chiaro che non sempre dai risultati dipende se uno è bravo o non è bravo, e, a volte, diciamo che una lotta per la salvezza vale più di una lotta per lo scudetto. Però, per chi di dovere, vale molto di più lo scudetto che una salvezza. Comunque, così dicono le statistiche”.

Come mai a un mister che ha vinto molto (anche una Coppa Italia e sfiorato di alzare al cielo una Coppa Uefa, sempre alla guida del Toro) non ha avuto la possibilità di allenare una delle tre più grandi sorelle italiane (la Juve, il Milan o l’Inter)? Colpa, forse, del suo carattere, troppo sincero?

“No, ma, io ho sempre allenato delle buone squadre. Diciamo che il Toro sicuramente è stata una delle prime squadre in Italia che, se in questo momento, diciamo, la situazione non è in linea con quanto questa squadra ha alle spalle, sono sempre andato a cercare ambienti dove ci fosse un rapporto diretto col presidente. E, perciò, non mi sono mai pentito delle mie scelte: le dirò che ho avuto anche contatti un paio di volte con la presidenza dell’Inter, ma, probabilmente hanno preferito altre soluzioni. Ma, no, penso sia stato giusto così”.

Quand’è che le è venuta la pelle d’oca come allenatore?

“La pelle d’oca m’è venuta quando a Cremona tutto era ormai compromesso, il presidente Luzzara, telefonandomi, mi disse se volevo fare l’allenatore della Prima squadra. Penso che quello sia stato il momento di maggior, così, timore, il momento di maggiori tremolii, e mi ricordo che quella notte fu una notte abbastanza con gli occhi aperti. Non ricordo altre situazioni o altri episodi. Poi, è chiaro che, cammin facendo, ti abitui, ti abitui a vincere, ti abitui a perdere. Quando vinci, cerchi di essere meno contento di quanto si dovrebbe, quando perdi cerchi di essere meno arrabbiato, meno deluso di quanto in realtà non lo sei. Il giusto equilibrio. Diciamo che quella volta lì era difficile per me mantenere il giusto equilibrio”.

La sua “bestia nera” quale squadra era?

“Quelli che allenavano l’Inter, il Milan e la Juve” e bella risata di “Mondo”.

Lei è stato, a sua volta, la “bestia nera” di quale squadra?

“No, no, uno dei record è stato con l’Albinoleffe, in serie B, quando la serie B era formata da Juventus, Napoli, Bologna, Genoa e compagnia bella, e l’Albinoleffe è stata 19 partite senza perdere, facendo questa serie incredibile di risultati, in quel campionato, che è stato uno dei più forti della serie B. E quella, diciamo, è stato un momento particolare. In quel campionato, l’Albinoleffe fu l’unica squadra che la Juve non riuscì a battere, perché pareggiammo sia all’andata che al ritorno. E, perciò, diciamo, sono belle soddisfazioni perché nella storia dell’Albinoleffe vedere sul tabellone del “Comunale” di Torino Juventus-Albinoleffe: 0-1, quell’immagine, quella fotografia ha fatto storia”.

Il più grande rimpianto?

“No, rimpianto mai, perché ho sempre fatto di testa mia, perciò, ci sono delle volte che fai bene, ci sono delle volte che fai male, ci sono delle volte che indovini, ci sono delle volte che sbagli, perciò, diciamo, non è giusto avere rimpianti quando sai che hai fatto di testa tua. Potrei parlare dei tre pali colpiti ad Amsterdam, nella finale di Coppa Uefa, col Toro, però, si potrebbe parlare di tante altre volte, nelle quali la ruota è girata bene. Perciò, nessun rimpianto”.

La Fede l’ha aiutata a vincere la sua battaglia, quella più dura; altro che partita di calcio, o no?

“Diciamo che è stata… Io sono stato educato in un collegio di salesiani ed è chiaro che lì mi hanno fatto capire quello che c’è e quello che non c’è, ma, soprattutto, quello di cui hai bisogno in determinati momenti e non solo. Diciamo che da ragazzino alle volte ho pregato per vincere la partita, però, dopo mi sono accorto e mi dicevo “ma come prego io, pregano anche gli altri!”, perciò non credo che Chi di dovere faccia vincere me sapendo che può perdere un altro: ci dev’essere parità per tutti. E, perciò, non ho più pregato per vincere qualcosa. Per quanto riguarda la malattia, è chiaro che c’erano dei momenti particolari, c’erano dei momenti difficili, ci sono stati, però, l’unica volta in cui mi sono rivolto a Chi di dovere è quando ho visto, lì nel Centro Tumori dove ho subito l’intervento tutti bambini, tutti ragazzini, con quel male addosso. Allora, ho chiesto a Chi di dovere che questi ragazzi non soffrissero per quella situazione, dicendoGli che non mi sembrava giusto che i bambini soffrissero di questo male. Perché i bambini devono vivere, devono crescere, non soffrire e fermarsi. Diciamo che sicuramente è stato il momento nel quale più mi sono affidato ad Altri”.

Nell’Aldilà, chi vorrebbe incontrare Emiliano Mondonico?

“Mah, sicuramente mio padre”.

Cosa faceva il padre e la sua infanzia, mister, com’è stata?

“Mio padre gestiva una trattoria e faceva l’oste, e la mia infanzia è stata la trattoria in riva al fiume, avendo per compagni, non so, sette-otto cagnolini e un pallone. Perciò, è stata un’infanzia” e altra risata! “tutta pane e pallone, e, perciò, diciamo che questo pallone non mi ha tradito mai. Sì, mio padre, perché forse il fatto che non abbia potuto godere della soddisfazione di vedere il proprio figlio arrivare a determinati livelli, lui, che sicuramente avrebbe preferito avere il figlio a casa che non in giro a giocare a calcio, è una persona che mi sta molto ma molto a cuore”.

Come se l’immagina l’Aldilà: una grande luce, una cascata d’acqua corrente, un campo di calcio?
Altro sorriso di “Mondo”:

“Magari me l’immagino con io che tengo in mano un pallone anche lì, perché l’unica cosa che mi viene bene: se di là così vivi con tutte le tue soddisfazioni, è chiaro che il pallone sarà mio compagno anche in quella situazione. Diciamo che parlare dell’Aldilà, così, è un discorso che non si può risolvere in due parole: la prospettiva sarebbe molto molto più lunga e magari molto più difficile da spiegare che non affermare che c’è o non c’è”.

Che cos’è che nella vita di tutti i giorni le dà più fastidio e che cosa invece la riesce ancora a commuovere?

“Mah, fastidio? Come fa a darti fastidio dopo una vita vissuta continuamente in mezzo alla lotta, perché tutti i giorni è una lotta non solo per chi fa l’allenatore, ma, penso per chi conduce la vita normale. E, perciò, penso che in lotta è difficile che ti dia fastidio qualcuno o qualcosa perché vuol dire che ti mette in difficoltà. Quello che mi dà più soddisfazione è vedere crescere il mio nipotino Lorenzo. Diciamo che i nipoti sono una delle più grandi invenzioni o regali che possono avere i nonni perché ti obbligano a vivere di più”.

Calcia già bene Lorenzo?

“No, pallone niente, perché è in competizione col nonno, lui che è un po’ il principe della casa, è l’unico nipotino che abbiamo con due figlie. E vedere che molti conoscono più il nonno che lui, lo mette, diciamo, in competizione. Però, quando ti si sdraia vicino e ti si addormenta sulle spalle, penso che sia una soddisfazione incredibile, impagabile”.

Se non avesse fatto l’allenatore di calcio, cosa le sarebbe piaciuto fare nella vita?
Lunghissima, ‘stavolta, la risata di Mondonico:

“Probabilmente, avrei fatto l’oste in una trattoria, il lavoro dei miei genitori, di mio padre e di mia madre. Diciamo che spesso e volentieri il lavoro dei genitori ha in te una continuità: se non avessi giocato al calcio, sicuramente avrei fatto quello, anche se mi risulta difficile pensare a una vita senza calcio, senza pallone. Diciamo che non ho tanti amici; sicuramente, il pallone è un amico, che non mi ha mai abbandonato”.

La felicità, il dolore e la solitudine: quand’è che ha vissuto nella loro maggiore intensità questi tre stati d’animo differenti?

“La felicità è guardasi allo specchio ed essere contenti di quello che si è fatto. La felicità è vedere spuntare il solo il giorno dopo. E’ così, è sapere che esiste sempre un domani, che può un pò cambiare un po’ tutte le cose. Il dolore è vedere quei bambini ed è chiaro che il raffronto tra quei bambini e il nipotino è abbastanza naturale, comprensibile. E lì è chiaro che il dolore la fa da padrone perché non hai armi con cui combattere, non hai rimedi, devi solo affidarti a un pensiero, a un pensiero particolare, ma è l’unica cosa che puoi fare. Perciò c’è proprio il dolore di sentirti impotente di fronte a determinate situazioni. Ecco, ilo fatto di sentirsi impotente di fronte a qualcosa procura, a differenza di quello che ho detto prima, molto dolore perché non tanto un dolore fisico, ma un dolore dell’anima”.

La solitudine?

“La solitudine? La solitudine è la compagna di viaggio di un allenatore: l’allenatore è sempre da solo, con le sue certezze, i suoi dubbi, con le sue paure, con i suoi pensieri. L’allenatore è proprio un lavoro, dove hai a che fare con la solitudine, hai a che fare solo con te stesso, con quello che sei, con quello che fai. E, perciò, è chiaro che, avendola vissuta per tanto tempo, non mi fa paura la solitudine, anche perché la riempio di tanti altri pensieri”.

Che cosa le raccomandavano i suoi genitori sulla porta di casa quando la vedevano partire?

“Il pensiero dei miei genitori? Cosa mi hanno dato i miei genitori? I miei genitori andavano a letto alle due di notte e si alzavano alle cinque del mattino per tirare avanti questa trattoria. Diciamo che mi hanno mandato dai salesiani, una volta che si resero conto che non potevano fare i due mestieri, mi hanno affidato a chi doveva forgiare il mio futuro, a chi doveva farmi crescere in una certa maniera, a chi doveva farmi capire i valori della vita. E penso sia stata una grande scelta, anche perché si privavano della mia presenza, perché io ero interno in un collegio e ritornavo a casa a Natale e Pasqua. Perciò, è chiaro che per farmi crescere in una certa maniera, si sono privati anche dell’avermi vicino, io, figlio unico”.

L’hanno cambiato di più questi mesi di dolore o la notorietà di allenatore di calcio?

“No, la notorietà è stata quando ho fatto il giocatore, quando pensavo nella mia notorietà di essere sulla luna. Poi, come succede, se non hai una certa maturità, non puoi stare a un certo livello, ed è chiaro che la mia fortuna è stata quella di aver capito che, se ero sceso di livello, non era colpa degli altri, ma era solo colpa della mia immaturità. Questo mese è chiaro che ho sentito la vicinanza della mia famiglia, l’importanza di avere una famiglia, l’importanza di avere della gente che ti vuole bene, ma, soprattutto, l’importanza di essere stato sempre te stesso e di avere molta gente che si preoccupava per la tua malattia e le dico che sentire tante voci sicuramente è un motivo in più per darsi da fare, per uscire dal dopo malattia, perché non sono d’accordo con chi dice “ho vinto il cancro!”, ma, sono d’accordo con chi dice che “il cancro non mi ha vinto!””.

C’è qualche giocatore in particolare che le deve dire grazie? Vialli, qualche altro?

“Mah, tutti quelli che hanno giocato nelle mie squadre perché sicuramente non sono un carattere facile, alle volte magari così certi atteggiamenti o certe situazioni potevano da me essere gestite un po’ meglio. Il fatto che questi ragazzi, nonostante quello, hanno ottenuto determinati risultati, mi fa dire che sono stati, spesso e volentieri, più bravi di me”.

Lo farebbe ancora quel gesto di sollevare nervosamente ed energicamente quella sedia nel cielo di Amsterdam in quella notte di finale di Coppa Uefa perduta contro l’Ajax?

“Assolutamente no, però, se mi dovesse capitare, non so se ce la posso fare a non farlo”. Sorride di gusto Emiliano Mondonico, aggiungendo: “Diciamo che a mente normale, assolutamente no, perché è chiaro sono gesti che possono creare tantissime situazioni negative. Però, dovesse ricapitare…”.

Gliela spaccherebbe sulla testa dell’arbitro quella sedia, vuole dire (scherziamo, ovviamente)?

“No, sono gesti istintivi e come fai a frenarli, visto che alla fine l’istinto ha sempre il sopravvento, e perché, soprattutto, nel mio mestiere nessuno può mentire”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 13 dicembre 2011

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