Nuova inchiesta della redazione di pianeta-calcio.it sul tema della violenza sugli spalti. Recentemente, in Campania, durante una partita tra bambini di una scuola calcio, i genitori di due piccoli calciatori sono arrivati alle mani. L’episodio più grave si sarebbe verificato a Bucciano, nel derby tra Nuova San Feliciana e Oasi Suessolana. Nel corso della gara alcuni genitori della Nuova San Feliciana avrebbero aggredito quelli della squadra avversaria. La scena si sarebbe consumata proprio davanti ai bambini presenti sul terreno di gioco. Secondo quanto riferito dai presenti, l’aggressione non sarebbe stata soltanto verbale. La situazione sarebbe degenerata in uno scontro fisico, con tirate di capelli tra donne, oltre a calci, schiaffi e pugni. Un episodio che ferisce profondamente lo sport. Abbiamo quindi posto una domanda ad alcuni allenatori: come si gestisce il rapporto con i genitori dei ragazzi nel percorso da tecnico? Non pensate che a volte si intromettano troppo?
Manuel Caliari, mister dell’Under 19 della Virtus Verona, dice: “La domanda è spinosa – dice mister Manuel Caliari –. I genitori sono sempre stati uguali: non erano migliori quelli del passato e non lo sono quelli attuali. Non capisco perché il calcio, a volte, attiri persone con tanta rabbia repressa. Il caso della Campania, a mio parere, va oltre il ruolo di genitore. Qui siamo usciti completamente dagli schemi: c’è una mancanza assoluta di maturità, ancora più grave quando si è genitori. La violenza va sempre condannata con forza. Ci deve essere un’alleanza che parte da fuori dal campo e arriva fino alla partita: tra genitori, allenatori ed educatori delle scuole calcio. Genitori, atleti e allenatori devono parlare la stessa lingua e condividere gli stessi valori: lealtà, rispetto per l’avversario e sana rivalità sportiva. Non dimentichiamo che l’obiettivo principale è fare sport in un ambiente sano e tranquillo, crescendo sia dal punto di vista tecnico sia da quello caratteriale. Prima dell’iscrizione, la società sottopone ai genitori il regolamento e le linee guida da rispettare. Ma a volte, come si è visto in Campania, alcuni comportamenti vanno ben oltre ogni limite”.
Prosegue mister Giuseppe Allocca, tecnico del Lonigo: “Sono situazioni che accadono spesso anche nelle prime squadre, dove i genitori pensano di saperne più dell’allenatore. Manca rispetto per una figura sportiva importante. È una mentalità che può cambiare anche attraverso corsi dedicati ai genitori, organizzati dalle società sportive. Solo lavorando insieme si possono ottenere risultati. Ogni forma di violenza, fisica o verbale, non deve esistere nello sport e nella vita. Purtroppo, però, a volte succede che alcune persone escano completamente dagli schemi”. La parola passa a Marco Gaburro, mister del Desenzano: “È un problema eterno, difficile da debellare. Sarebbe meglio che i bambini in campo fossero liberi di esprimersi senza la pressione dei genitori a bordo campo. Troppa animosità e troppo calore: i figli vanno seguiti, ma senza intromettersi nel rapporto tra allenatore e ragazzi. Chi pratica sport deve poter sbagliare, rialzarsi e imparare dalle sconfitte. Fa parte del suo percorso di crescita, nello sport e nella vita. Quando invece la presenza dei genitori diventa morbosa non va bene. Raramente un genitore ha competenze tecniche nel calcio: il protagonista della scena è l’allenatore, insieme ai ragazzi. È anche una questione culturale. È un po’ come quando un genitore aggredisce l’insegnante perché ha dato un brutto voto al figlio. La società sportiva deve stabilire chiaramente i ruoli e unire tutti nello stesso percorso educativo”.
Interviene anche Gianni Pierno, mister ex Parona attualmente libero: “I genitori moderni pensano sempre di sapere una pagina in più nella scuola, nel calcio e nello sport. Lo dico in modo sarcastico, ma purtroppo è così. L’educazione e il comportamento non li deve insegnare l’allenatore: quello è un compito della famiglia. L’allenatore deve insegnare il gioco del calcio. Ricordo una partita degli Esordienti in cui i genitori arrivarono alle mani sugli spalti. I ragazzi, invece, diedero una grande lezione: chiesero all’arbitro di fermare la partita e si misero a piangere sperando che i genitori smettessero di litigare. Quando allenavo i più piccoli parlavo molto con i genitori, ma dicevo chiaramente ai ragazzi che durante l’allenamento i genitori non esistevano: per quelle due ore decidevo io cosa dovevano fare. E se durante la partita vedevo un giocatore ascoltare il proprio genitore invece che me, lo sostituivo subito”. Infine interviene Michele Barone, allenatore del Povegliano: “Fatti del genere vanno condannati a prescindere nel mondo dello sport, soprattutto quando coinvolgono i genitori di ragazzi minorenni. C’è anche un aspetto affettivo: i genitori devono capire che non tutti i figli sono dei fenomeni. Non devono intromettersi nella sfera tecnica, che compete all’allenatore, giusta o sbagliata che sia. Il loro compito è un altro: sostenere i figli e permettere loro di fare sport e crescere”. Secondo una recente indagine, un comportamento eccessivamente pressante da parte dei genitori, la cosiddetta parental pressure, può provocare ansia nei giovani atleti, far perdere loro il divertimento e, nei casi peggiori, portarli ad abbandonare precocemente lo sport.
Roberto Pintore per www.pianeta-calcio.it





