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domenica, 29 Novembre 2020

Juan Cruz Espinosa Herrada e il suo sogno di diventare un calciatore professionista

Il calcio rinasce ogni volta, in ogni parte del mondo, quando un bambino ci gioca per strada. Perché il calcio di strada è il calcio di tutti, il calcio per tutti. E tanti campioni sulla strada sono cresciuti. In tutto il Sud America e, ovviamente anche in Argentina, il calcio è una religione. Ovunque per le strade rotola un pallone. Mar del Plata o – La Ciudad Feliz – è una città come tante fra quelle della provincia di Buenos Aires. Come tanti bambini argentini anche Juan Cruz Espinosa Herrada è cresciuto con il sogno diventare un calciatore professionista. “Ho iniziato a muovere i primi passi – ci racconta lo stesso – nel settore giovanile della mia città, successivamente sono stato acquistato dall’Union de Mar del Plata, dove ho vissuto un’esperienza fantastica: il primo anno nella «Primera B Metropolitana» e il secondo, essendo stati promossi, nella «Primera B Nacional» – un gradino sotto alla «Primera Division», l’olimpo del calcio argentino. Dopo due anni con i colori bianco-azzuro, però, decisi di passare al Club Atlético Kimberley, squadra della stessa città, ma che disputava il «Torneo Federal B», ovvero la 4° Divisione del sistema calcistico argentino”.

Com’è il calcio argentino – chiediamo al ventisettenne tifoso del Boca Junior? “La lega argentina in generale è fisica e aggressiva. Il pressing alto è un prerequisito di tutte le squadre. Devo dire che i «matches» sembrano più delle battaglie piuttosto che delle partite”. Come tanti sudamericani, anche il centrocampista classe 1993 è venuto in Europa, precisamente in Andorra con la maglia del Carroi C.E., per coronare il sogno di poter proseguire la sua carriera calcistica nel nostro continente. “Sono arrivato con la squadra in «Segona Divisió», ma con l’idea di essere promossi nella massima serie andorrana. Avevamo un collettivo valido ma, dopo un brillante inizio di stagione, diversi ottimi giocatori hanno avuto problemi di documentazione. Abbiamo concluso il campionato in terza posizione e non siamo riusciti a raggiungere la promozione. È stata un’avventura formativa, ma al di sotto delle mie aspettative. Il livello calcistico in generale non era molto alto e, a dal punto di vista organizzativo, la federazione non era preparata”. Successivamente, prima di spostarsi in Portogallo dove risiede tuttora, il classe ’93 ha vissuto anche in Spagna. “L’avventura iberica è stata entusiasmante fin da subito. Ho preso parte al «Campionat de Catalunya» – la lega più antica di Spagna, anche della più famosa «La Liga». Ho giocato prima nell’U.D. Molletense e poi nel Canyelles C.E., entrambe della provincia di Barcellona. Il calcio spagnolo è tattico e tutti devono avere una buona tecnica per poter far parte degli 11 titolari. Non è per nulla aggressivo, ma ci sono giocatori veramente precisi e tatticamente intelligenti”.

Juan, grande estimatore di due grandi argentini come Riquelme e Gago, è convinto di essere cresciuto molto come persona grazie al calcio: “Ho imparato a pensare anche agli altri, a lavorare in gruppo e per il gruppo; inoltre, in tutto questo girovagare ho conosciuto tante persone con cui ho stretto legami d’amicizia duraturi”. “Sicuramente”, prosegue lo stesso, “ci sono anche degli aspetti negativi: qualche rimpianto è impossibile non averlo. Solo oggi mi rendo conto, e forse è uno dei motivi principali per cui non sono riuscito a rimanere nei professionisti, di non essermi dedicato al mio fisico come avrei dovuto”. «El chico de La Ciudad Feliz», che oggi vive e lavora nella stupenda Lisbona, salutandoci ci ricorda quanto sia importante godersi il calcio nella sua semplicità, soprattutto in questo periodo così complicato per tutti noi: “Ho realizzato che essere un calciatore professionista non era l’unica opzione. Oggi lavoro come capogruppo in un’azienda tecnologica e gioco a calcio per divertimento in un torneo dilettante”.

Sebastiano Perbellini per www.pianeta-calcio.it

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