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martedì, 2 Giugno 2020
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    Si è spento Ezio Vendrame, il “George Best” italiano ex Audace

     La prima volta che Ezio Vendrame mise piede al “Tiberghien”, tempio del calcio audacino, a San Michele Extra, aveva quasi trent’anni. Ci arrivò per vivere il punto più alto della parabola toccata dai rosso-neri dell’ex pluriscudettato milanista Eros Beraldo, trainer “sommo” dei sanmichelati. E, il genio, la sregolatezza, la gioia anarchica di uno dei più grandi talenti espressi dal calcio friulano (era di Casarsa della Delizia, il paese nel Pordenonese, che aveva dato i natali ad un altro personaggio, Pier Paolo Pasolini, che lasciò nella poesia il proprio segno) dovette subito fare i conti, si scontrò con l’ordine, la disciplina, l’intransigenza) si trovò subito a stridere, a fare i conti con la disciplina, l’ordine, l’eleganza e l’irreprensibilità dell’ex compagno di squadra di Gren, Nordahl e Liedholm (il famoso Gre-No-Li rossonero), Beraldo, appunto. Il “Tiberghien” fu teatrino del suo avanspettacolo solo durante la settimana, perché allora, stagione 1977-78, l’Audace la nuova serie C unica la giocò al “Marcantonio Bentegodi”, traguardo e scenario più tardi concesso anche al Chievo. L’immensa classe del “George Best italiano”, così come lo battezzò subito molta stampa sportiva, si fondeva a meraviglia con la stravaganza, con un carattere molto eccentrico, ma animato da una straordinaria generosità.

    Della sua avventura audacina, durata come il tempo, la vita di una farfalla, e cioè una stagione soltanto, ho un solo breve, ma intenso ricordo: era un sabato pomeriggio di un dicembre in cui anche la nebbia la faceva da padrona, e Verona era stata ricoperta da una spessa coltre di neve che non aveva risparmiato tetti, comignoli, cortili e campi sportivi del Veronese, non facendo sconti per gli attigui impianti sportivi del “Mario Gavagnin” e del leggiadro “Tiberghien” (fatto costruire per la gioia dei suoi operai dai proprietari lanieri belgi nel 1919: di materiale per le maglie inizialmente di color rosso a tutto pasto visto il contesto politico caratterizzato dal predominio dei socialisti, e che con l’avvento del ventennio fascista richiese l’aggiunta della banda a strisce verticali di color nero).

    Mio padre, allora presidente e medico dell’U.S. Virtus Borgo Venezia, al sabato ingaggiò me e altri due giovanotti per recarci, a bordo di un furgoncino, alla vicina azienda Mondadori per prelevare terra rossa, con cui segnare le righe del “Gavagnìn”, obbligo richiesto dal regolamento Figc, pena, in caso di negligenza, della sconfitta a tavolino, e del pagamento di una multa salata. I virtussini avrebbero dovuto incontrare il Pescantina dell’imprenditore avicolo Natale Pasquali, di bomber Icio Zenorini (ha giocato con Gene Gnocchi nel Castiglion delle Stiviere), del “giaguaro dei pali” Mecchi, insomma un’autentica corazzata contro il piccolo Davide borgo-veneziano. “Se ci arbitra un fischietto della sezione Aia di Rovigo” ci spronò papà, “quello stai sicuro che vede anche attraverso i muri e sa reggersi in equilibrio come un pattinatore del Bolschoj”. A titolo di cronaca, la gara terminò sul 2 a 2, con pali, traverse, salvataggi sulla linea bianca, pardon, rossa, uno delle sfide più intense e spettacolari cui ho assistito in più di quarant’anni di professione! Prima, tanta era la fama che riscuoteva il personaggio Vendrame, avevamo deciso di passare dal “Tiberghien”, dove al baretto, quello appena dopo l’entrata, c’era il fantasista che si dilettava con la chitarra in mano, in compagnia di alcuni compagni di squadra audacini ai quali aveva offerto un paio di giri di punch caldo.

    Ricordo i suoi capelli, il suo sorriso, l’aria scanzonata da “figlio dei fiori” del calcio” (lo era anche il grande Gigi Meroni del Toro, ma in modo meno plateale, più riservato), che faceva letteralmente a pugni con la nostra preoccupazione di portare a termine l’impresa, l’opera richiestaci dalla Federazione. In quell’Audace, anche Carlo Meroni, grande metronomo lupatotino del centrocampo, classe 1949, con una presenza in serie A in L.R.Vicenza-Foggia, e il giovane portiere (classe 1955), originario di Massa, Paolo Riccardi, detto “El Boca”, per la sua logorroica e capacità di chiamare la difesa: due “alfieri” che contribuirono alla storica conquista della serie C dei sanmichelati, nei quali militarono anche l’ex terzino dell’Hellas Verona Paolo Sirena, la punta tutta mancina Giorgio Zecchini e il giovanissimo, classe 1959, Nicola Guglielmoni, punta che nel maggio 1988 portò l’A.C. Tregnago in Interregionale (l’equiparabile serie D) al termine dello spareggio, 1 a 0, vinto dai giallo e blu di mister Fausto Nosè, al “Renzo Tizian”, a spese delle Officine Bra di Quinto di mister Adelchi Malaman.

    “Ma, davvero, oh, mi dispiace moltissimo!”: così Meroni, che non aveva appreso nel primo pomeriggio la notizia della scomparsa del compagno di squadra che indossava il 9, l’8 o anche il 10. “Eravamo amici, amici, ci raccontava le poesie di Piero Ciampi. Era un giocatore estroso ma molto intelligente”. “Fu un’annata balorda” fa partire il nastro del passato l’ex anche Vicenza “le ultime 8, tra cui noi, scesero in C2, ma ci siamo divertiti un mondo. Ezio si divertiva a tenere banco, quando giocava non aveva paura di nessun avversario, di nessuna squadra, anche la più titolata. Come giocatore, tecnicamente non si discuteva, alto, ottimo fisico. Nello spogliatoio era uno che teneva banco, il vero uomo-squadra, capace di tenere su il morale di tutti anche dopo una sconfitta”. Mister Eros Beraldo, la professionalità in persona, lo stile di gentleman inglese; Ezio, l’anarchico, la voglia di scherzare, dentro e fuori del terreno di gioco. Figuriamoci nel ritiro… “A Belluno, dopo cena, si faceva tutti assieme quattro passi in città; poi, al rientro, tutti in camera sua. E, lui che ordinava che fossero serviti vassoi di prosciutto crudo San Daniele, bottiglie di spumante e festa per tutti. Viveva per la compagnia, la depressione, secondo me, non sapeva dove stava, almeno fino a quando a giocato”.

    Un ritiro iniziato male, soprattutto per l’infortunio che accadde a mister Beraldo: “Il mister, durante la doccia, scivolò fratturandosi due costole. Vendrame, quando si apprese il referto dei raggi, commentò: “Dove volete che andiamo con un allenatore che si è rotto due costole in bagno? Cominciamo subito male!” Genio e sregolatezza, ma, forse, catechizzato o richiamato più volte alla disciplina, al rispetto delle regole proprio da “kaiser” Beraldo, il “Best all’italiana” batteva tutti nell’arrivare in anticipo al “Tiberghien” per sostenere le sedute atletiche: “In questo, era puntuale come un orologio svizzero: spaccava il minuto ed era il primo ad arrivare al campo a bordo di un Maggiolone color nero”. Con i piedi, abbiamo detto, faceva quelo che voleva: “Una domenica sera, dopo aver trasformato un rigore con palla da una parte, portiere dall’altra, commentò, sempre con l’inseparabile dialetto, ironicamente “Quasi quasi me lo prendeva!””

    Il portiere Paolo Riccardi (ora preparatore dei portieri del Caldiero) doveva solo scontare la giovane carta d’identità, anche se con una certa esperienza già maturata alle spalle nei professionisti, di quell’Audace: e sappiamo quanto conti il mestiere per chi ha la grande responsabilità di governare la porta. “Dopo tanti anni, l’ho rivisto per caso alla stazione Porta Nuova. Quella volta si è un po’ scusato perché all’inizio era uno dei fautori del mio avvicendamento con Eberini. Ma, poi, alcune mie prestazioni, una volta ripresomi il posto di titolare, lo fecero ricredere. Era un uomo esuberante: l’ho rivisto quando mio figlio Michele ancora giocava nella Sambonifacese, a San Vito al Tagliamento, nella trasferta in casa della Sanvitese”. Vendrame padrone del denaro ma non schiavo: “Non dava peso ai soldi perché per lui era più importante aiutare il prossimo che arricchirsi. La sua grandezza era quella di non far pesare a noi il suo grande talento, la sua cifra tecnica”. Si scatenava, effervescente come un rosso sapido Rabosello, Raboso delle sue parti, puntualmente nelle trasferte, alleggerendo la tensione della vigilia della gara: “A Bolzano, a tavola, chiese alla cameriera di servirgli una banana e due arance: modellò un simbolo fallico. Adoperava ogni volta la mia spazzola per capelli, se ne serviva per ripassarsi ogni pelo del corpo e la restituiva al proprietraio; che doveva poi gettarla, comprensibilmente, nel cestino. Un’altra volta, a chi continuava a gridargli “sei un fenomeno!”, lui abbassò i pantaloncini per mostrare il lato cossidetto “b”. Non ti dico, poi, come si scatenava quando le sue fan erano belle, generose donne…”.

    Uno spasso fuori dal campo, durante gli allenamenti ed anche, a volte, anche in gara: “Nell’allenamento dei calci di rigore, ricorreva al tiro alla rabona e me la metteva sempre là, dove non poteva arrivare nessuno. Ora a destra angolato, ora a sinistra, lui cambiava direzione e poi non sapevi mai prevedere la direzione della sfera perché lui era sempre imprevedibile”. Ezio Vendrame, classe 1947, ha militato 4 stagioni in serie A, tre nel L.R.Vicenza e una nel Napoli. Poi, la serie C, con il Padova e l’Audace SME. Nutrita la sua collana di libri molto originali e controcorrente: “Se mi mandi in tribuna, godo”, “Una vita fuori gioco”, “Vietato alla gente perbene”, “Il mio miele ti avvelenerà”, “Il mio cuore stuprato”, “Calci al vento”, “Via Quarto 49”, “Le cose della vita”, “Quel che rimane…”, “Un farabutto esistere”. Esattamente, e forse non sarà un caso, 10, come la sua maglia, quella dei grandi campioni della pelota. Quindi, una volta affievolitosi le luci sfavillanti della ribalta, il ritorno nei dilettanti della sua terra (ha anche guidato le giovanili, demonizzando internet e i suoi derivati). La quale è pronta per sempre ad accoglierlo tra le sue teneri braccia e a gioire per altre sue gag.

    Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it

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