Quella volta che Lennart Johansson mi nomino’ suo interprete ed autista

416

Il “Gigante di Stoccolma”, l’inventore della Champion’s League, Lennart Johansson, non c’è più: se ne è andato a Stoccolma, dove era nato il 5 novembre 1929, lassù, tra i suoi freddi di Svezia martedì scorso, 4 giugno. La notizia me l’ha data l’amico da una vita e l’inventore di pianeta-calcio.it, Giuliano Paolini, mentre ieri mattina in auto ci siamo recati a Monastier di Treviso per ritirare il premio Stampa conferitogli dal C.R.V. Figc-Lnd: “Noce, sai che è morto il tuo amico Lennart Johansson?”. L’avevo conosciuto tra la fine di ottobre e i primi giorni di novembre 1999 in occasione della 1^ Uefa Region’s Cup, svoltasi nel Veneto e che aveva eletto a Montegrotto e ad Abano Terme il suo quartier generale: i signori del grande calcio che conta avevano scelto l’Italia per sperimentare la prima edizione di Coppa dei Campioni riservata ai nostri dilettanti. Che chiamavano “amateurs”, ovvero “amatori”: un esercito nel Continente dell’Europa – come amava sottolineare lo stesso più longevo Presidente della Coppa con le orecchie Johansson (17 anni consecutivi: dal 1990 al 2007) – di oltre 50 milioni di calciatori.

Nel 1999 ero addetto Stampa del C.R.V. della Figc-Lnd, guidato dal prof. Sergio Ruzzene e segnalato al Comitato dall’allora vice-presidente, il Consigliere regionale, il veronese Gianni Guardini. L’Italia era rappresentata da chi aveva trionfato nel Torneo delle Regioni – il Veneto – ed ecco perché il progetto-pilota, che ha ancora adesso un seguito in Europa, decollò nella nostra regione, disputandosi in alcuni stadi, quali quelli di Montecchio Maggiore nel Vicentino e in altri impianti sportivi, soprattutto quelli del Padovano. Fui allora incaricato di presiedere la sala stampa dell’inaugurazione e presentazione dell’evento in un hotel di Montegrotto: sudavo per la grande emozione, mi tremavano i polsi prendere la parola da quel pulpito, da quel tavolo in cui sedevano le più alte cariche del calcio continentale, da Johansson a Mathieu Sprengers (membro del Comitato esecutivo della Uefa, e Presidente del football olandese, più volte visto in tivù nella consegna della Coppa Uefa e della Coppa delle Coppe), dal presidente della Lega, il rag. Carlo Tavecchio al presidente del C.R.V. Figc-Lnd, il prof. Sergio Ruzzene, di Azzano Decimo di Pordenone (la stessa patria della meteora juventina degli anni ’60 Bruno Nicolè): il quale aveva deciso di affiancare a Johansson come interprete la nipote, esperta di lingua inglese.

Ebbene: quando fu concessa la possibilità ai colleghi esteri di porre domande circa l’avvenimento che stavamo vivendo, si creò in sala un interminabile minuto di gelido – più dei freddi fiordi svedesi – silenzio, quando un collega della televisione polacca desiderò chiedere al Presidente Uefa se aveva intenzione il suo Governo calcistico di introdurre la moviola in campo. Intuii il comprensibile imbarazzo dell’interprete collocata dietro alla poltrona di Johansson, e per non lasciare trascorrere altri secondi interminabili, rivolgendomi alla massima autorità, cercai di spiegare in un inglese stiracchiato, molto stiracchiato, al microfono, issato ancora nella mia postazione di cerimoniere, cosa il giornalista polacco volesse chiedere, e pronunciai la parola “refree” (arbitro). Il silenzio generale, che annunciava la figuraccia generale di noi dall’altra parte della barricata, si sciolse d’incanto perchè il “Gigante di Stoccolma” capì l’interrogativo e diede la sua risposta.

In quell’istante esatto, terminò il compito e il ruolo della mia collega italiana, ma, contemporaneamente anche il mio ruolo di addetto stampa – “l’uomo dei 77 fax inoltrati in tutta Europa”, così mi chiamò Gianni Guardini -: fui reclutato dallo stesso Johansson come suo accompagnatore-autista ed interprete in quello che da quel giorno – altri sette – andavo a vivere dall’inizio, in pratica, fino al termine della manifestazione. Ero una specie di suo “angelo custode”, quasi sempre al suo fianco: mai come quella mattina che sentii bussare in maniera energica alla porta della camera di albergo dove ero stato assegnato – lo stesso dove alloggiava l’ex arbitro svedese -: mi ricordò che era il suo compleanno – il 5 di novembre – e che lui aveva un desiderio: quello di trascorrere mezza giornata a Venezia e di chiuderla in un ristorante della laguna.

Con lui, accompagnai anche Mathieu Sprengers, quello che per anni consegnò alla vincitrice la vecchia Coppa Uefa e la vecchia Coppa delle Coppe: scelsi il più bel angolo di piazza San Marco, il “bar Floriàn”, quello con gli antichi specchi e nel cui rinomatissimo locale una semplice tazzina di caffè costava – ed immagino che ancora adesso il prezzo non sia cambiato -un occhio della testa (il conto, per amor di precisione, fu saldato da un esponente della Uefa), e dove l’orchestra faceva da suggestivo sotto fondo tra lo svolazzare continuo dei piccioni. Alla sera, faticai da morire – non esisteva il navigatore -per portare il Presidente in un ristorantino (così mi chiese) da quelle parti: a novembre il retroterra veneziano chiude i battenti molto presto; ancora adesso, se è per quello. La pioggia incessante mi rendeva tutto più difficile, i vetri appannati e l’angoscia di non riuscire ad esaudire il desiderio del mio ospite in auto complicava il tutto. Finalmente, riuscimmo a trovare una bettola, nel Trevigiano, dopo decine, per non dire un centinaio quasi di chilometri trascorsi a spiaccicare (parlo di me stesso) un inglese molto arrugginito su questioni di calcio e sulle bellezze del Belpaese.

Mi colpì che, dopo aver consumato una cena frugale, “il Presidente” desiderasse prendere un bicchierino di “white wine”, di “vino bianco”: il cameriere fu colto da un certo imbarazzo a furia di portare in tavola alcuni tipi di vini bianchi, ora di questa ora di quella marca, ma, solo poco prima di lasciare la bettola sia io che chi serviva a tavola capimmo che l’importante ospite voleva assaggiare la grappa, il “white wine”. Mi azzardai di donargli una piccola confezione – credo – di Grappa Nonnino, e lui, una volta rientrato in auto, nel viaggio del ritorno, abbracciò quella bottiglietta tutto soddisfatto, per poi addormentarsi. Sì, tutto felice, come lo è un bambino che bacia, abbraccia il pallone come il migliore dei trofei, dopo aver scaraventato in rete la sfera di cuoio.

Lo accompagnai a vedere la finalissima, vinta dal Veneto contro il Madrid, e a seguirlo in sala stampa, dopo la Coppa conquistata al termine della lotteria dei calci di rigore vinta contro i madridisti e consegnata dall’allora Presidente nazionale della Figc, l’avvocato piemontese Luciano Nizzola. Rientrai a Montegrotto per svolgere il mio lavoro di addetto stampa, per fare dei fax ai 77 dispacci di agenzia calcistica e raggiunsi l’hotel della cena finale e delle premiazioni del fine evento in un verdeggiante – e per via della pioggia incessante ancora più scuro – Centro Congressi e Circolo Tennis in una località del Trevigiano. A conclusione della cena e delle premiazioni degli azzurrini, il Presidente svedese mi chiamò al tavolo delle autorità per farmi dono di un kit con tutti i gadget dell’Uefa, e consegnandomi una medaglia bagnata in oro imprigionata in una teca di trasparente plexiglas, con su il simbolo della 1^ Uefa Region’s Cup. Giuro che quella notte non chiusi occhio e per la grande stanchezza (ipotesi la più probabile) e per la grande emozione di aver ricevuto quel ricordo, quel riconoscimento.

La mattina seguente, prima del congedo dall’Hotel, ancora un altro poderoso toc toc alla porta della mia camera: era ancora lui, il “Gigante di Stoccolma”, che mi volle salutare, facendo fatica – alla maniera dei bambini – a nascondere dietro alla sua schiena e al suo soprabito color panna un regalino: il compact disk, il cd, con su la sigla della Coppa dei Campioni che viene fatta suonare ogni volta che la “regina d’Europa” sale sul podio più prestigioso del Vecchio Continente. Era stato di parola, aveva sciolto la promessa che se mi fossi comportato bene, in cambio lui mi avrebbe esaudito il desiderio – chiesto durante i viaggi in auto – di avere quell’omaggio: non solo, ma, facendo radio da qualche anno, di poterlo trasmettere ogni volta che portavo al microfono le vincitrici del mio calcio dilettantistico veronese e non. Uno strappo alle severe regole dell’Uefa, una generosa concessione tributata al calcio minore scaligero via etere.

Fu di parola anche 7 anni più tardi, quando tramite alcune e-mail inviate a Nyon – sede svizzera dell’Uefa – per interagire con le sue segretarie, mi concesse la diretta radio sull’emittente scaligera “Radio Universal” – prima di Italia-Australia (26 giugno 2006) vinta dagli azzurri per 1-0 ai Mondiali di Germania – dalle 11.30 a mezzogiorno in punto (rigidi i regolamenti Uefa): si era ricordato del suo “autista”, voluto in quella settimana trascorsa nel Veneto, fu “clever” (abile), meglio vincente, decisiva, l’aver ricordato in una delle mail che ero il giornalista che aveva festeggiato con lui a Venezia il suo 70° compleanno, e che quella sera avevo fatto fatica a capire che gli sarebbe piaciuto sorseggiare un pò della nostra peculiarità: il “white wine”, la grappa.

Un vero gentleman, il “Gigante di Stoccolma”: ora, lassù, ancora più in alto dei suoi freddi fiordi, caro mister Johansson, mi saluti tutti i miei cari e tutte le persone giuste che hanno lasciato questo mondo… Io, intanto, mi riascolterò la nostra intervista radiofonica e inonderò la mia stanza delle famose note che sprigiona la colonna sonora della Champion’s League. Forse, quando ci penso, nel mio piccolo- mi sia perdonato il vanto! – la mia Coppa dei Campioni l’ho vinta quella notte, nel Padovano. Assieme a lei, gigante dal cuore nobile e buono! Per il grande rispetto nei suoi confronti e per rendere omaggio al grande leader, è stato disposto che sia osservato un minuto di silenzio in tutte le partite della Uefa Nation’s League, delle Qualificazioni europee e dell’Under 21 che si terranno questa settimana. Cosa che è successa anche ieri sera ad Atene in occasione di Grecia – Italia.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it