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22/5/10
INCONTRI RAVVICINATI: ROMEO BENETTI

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><>LE CONFESSIONI DI “PANZER” BENETTI>>
Tra gli “indimenticabili” del nostro calcio, un posto lo occupa sicuramente Romeo Benetti (Albaredo d'Adige, Vr, 20 ottobre 1945).

Il forte centrocampista incontrista si fa le ossa nel Bolzano (serie D), nel Siena e nel Taranto. Poi, il Palermo, nei rosa-nero siciliani che lo fanno notare alla Juventus.

La “Vecchia Signora” lo adotta a due riprese e per quattro stagioni (1968-69 e dal 1976 al 1979). Quindi, la Sampdoria, il sessennio (1970-1976) al Milan, per poi chiudere nella Roma (1979-1981).

Forte la sua presenza in Nazionale, grazie alla quale ha partecipato ai Mondiali 1974 e 1978 e agli Europei del 1980, totalizzando 55 presenze.
Glorioso il suo “palma res” dei trofei e titoli conquistati: una Coppa Uefa (Juve, 1976-77), una Coppa delle Coppe (Milan, 1972-73), due scudetti (entrambi con la Juve: 1976-77 e 1977-78) e tre Coppe Italia (due con il Milan, 1971-72 e 1972-73, e una con la Roma, 1979-80).

Esordisce in azzurro il 25 settembre 1971, contro il Messico, e forma con Fabio Capello una formidabile coppia di centrocampo. E proprio con Capello avverrà lo scambio incrociato che porta Benetti alla Juve e Capello a Torino.

Qual è stato il momento più bello della vita di calciatore di Romeo Benetti?

“Il momento in cui mi hanno detto: guarda che puoi farcela nel calcio. All'epoca, se uno pensava di vivere di calcio, era un vanesio, un folle. Non è che abbia sposato questa teoria: mi sono detto che in fin dei conti non mi costa niente provare. E' andata bene”.

Quand'è che le hanno fatto capire che avrebbe potuto avere un futuro nel calcio?

“Ero a Bolzano”.

In serie D, vero?
“Sì, all'epoca si chiamavano semi-professionisti”.

Qual è stato il momento che lei vorrebbe dimenticare?

“No, non ho vissuto alcun momento triste, anche perché nel calcio è un periodo della vita. Un periodo indirettamente positivo, bello: sei un giovanotto, quindi, il mondo ti sembra sempre facile da conquistare, da avere tra le mani. Forse, il momento più brutto è stato quando mi sono reso conto che il tempo passava e che pensavo che nel giro di un anno avrei dovuto smettere, visto che il calcio è una realtà ineluttabile, una realtà dovuta. Ma, anche quella volta non è stato per me un trauma”.

Il momento più bello con la maglia del Milan?

“Ebbè, ragazzi, oh, le partite che vinci sono tutte belle: non ce n'è una più bella di un'altra. Bene o male, ho avuto la fortuna di giocare in squadre importanti. Io ho fatto degli anni dove ho perso una partita sola; perché devo ricordare solo quelli del Milan?”.

D'accordo, mister, ma da qualche parte dovevamo iniziare e in questo giro abbiamo scelto il Milan.

“Sì, ma le accumulerei tutte le partite giocate dal sottoscritto. Diciamo che la mia vita da atleta è stata suggellata da un continuo successo. E questo era uno stimolo per cercare di rimanere sulla cresta dell'onda e per rimanerci il più a lungo possibile”.

Qual è stato il gol più bello o il più importante di Romeo Benetti?

“In casa mia troneggia una Coppa: non è che sia in esposizione, per l'amor di Dio, ma è quella che ha premiato il gol più bello dell'anno. Il 1976, ed ero alla Juve in quell'epoca”.

Ce lo può descrivere? E contro chi l'ha cacciata dentro quella palla?

“Contro la Fiorentina. Mah, sì, ma guarda, raccontarla sarebbe un aneddoto, perché poi è la verità. Io volevo buttare il pallone il più lontano possibile, e, invece, ho fatto il più bel gol dell'anno, ecco. Questo, per dire, che i gol importanti e i gol belli sono sempre frutto della casualità. E' stato il gol del definitivo 2 a 1 della Juve”.

Da Nazionale, qual è stata la partita più importante tra le 55 collezionate in azzurro?

“Ma, anche qua, insomma, se tu hai la forza mentale di pensare che stai rappresentando una Nazione, dovrebbe esserci uno stimolo importante in ogni individuo. Siccome a me è capitato tante volte, non sono mai riuscito ad assuefarmi a questo fatto, consapevole di vestire la casacca di una Nazione, di doverla sempre onorarla al meglio.
Quindi, per me, le 55 partite sono state tutte belle, dalla prima, dall'esordio a quella che sapevi sarebbe stata l'ultima perché gli anni passano e le leve cominciano a spingere con un passo diverso dal tuo. Se uno ha già programmato tutto questo a livello mentale, non soffre neanche l'addio al calcio: accetta le cose come eventi dovuti”.

Il giocatore più forte che lei ha dovuto marcare, annullare sia in campo italiano che europeo con la maglia di Milan e della Juve?

“In campo internazionale, è stato Pelè. Insomma, alla fine il massaggiatore doveva darti due Alkaselzer oppure due Moment per farti passare il mal di testa: era imprendibile, questo soggetto. Per quanto riguarda, invece, i calciatori italiani, il più bravo in assoluto è stato Rivera”.

E lei ha giocato contro ed assieme all'”Abatino”...

“Sì, ma siamo stati assieme 6 anni, non un giorno. E, dopo è capitato di giocarci contro, sì. Però, anche qua gli anni per lui, visto che è più anziano di me, passavano, io avevo più forza, lui aveva meno passo ed è stato uno scontro leale, però, sempre con l'obbligo di inchinarsi a tanta classe”.

Lei, dal cipiglio così duro, dal fisico così roccioso, non ha mai sperimentato una forte sofferenza a livello psichico?

“Guardi, io sono nato ultimo di 8, orfano di padre. Quindi, io bene o male ho dovuto crearmi dei modelli positivi, scartando quelli negativi. E, per un ragazzo non è una cosa facile, soprattutto quando ti viene a mancare una guida così, quotidiana, ecc. Diciamo che sono stato attento e ho sbagliato poco”.

Da bambino ha dovuto lasciare il paesino di Albaredo d'Adige, nel basso Veronese, per trasferirsi in Liguria. Non gli sono mancati i piccoli amici?

“No, la mia infanzia ad Albaredo d'Adige si risolve in due anni di vita, quindi, non hai neanche la cognizione di ciò che sta succedendo, sei appena svezzato. I ricordi sono talmente labili, anzi, non ci sono. So che nella carta d'identità c'è scritto che sono nato ad Albaredo d'Adige, questo sì. Ma, se dovesi cercarlo quel paesino che mi ha dato i natali, dovrei applicare sulla mia macchina il tonton, ecco. Questa è la verità: senza offesa ovviamente per il Comune, ci mancherebbe! Dopo Albaredo mi sono trasferito a Bolzano, non in Liguria, come aveva detto prima lei. Ora vivo dove rischio di morire dieci anni dopo: in un posto bellissimo, in Liguria, a Chiavari”.

Cosa le trasmette il dolore degli altri?

“Io cerco di trasmettere i valori umani nell'ambito di quello che è il calcio. Il calcio è una bella chimera: uno ogni 25 mila riesce a giocare, uno ogni 8 mila riesce ad allenare in serie A. Quindi, se ci sono però valori umani, ognuno trova la propria dimensione nell'ambito delle varie categorie. E' ovvio che il sogno di tutti è quello di giocare ed allenare in serie A, ma, non è per tutti. E questa è una verità”.

Ma, le tragedie che sentiamo, purtroppo, al telegiornale, cosa le trasmettono?

“Nella vita bisogna essere un pizzico fata
    i: siamo talmente tanti e non siamo tutti uguali. Probabilmente, qualcuno ha qualche tara. Se poi parliamo di catastrofi naturali come il terremoto o il vulcano islandese, lì il fatalismo s'impone sotto tutti gli aspetti. Chi mi dice che adesso, dato che sono in campagna, non mi cada un albero addosso? Spero sempre, rispetto le regole, cerco di fare le cose secondo coscienza e in maniera dovuta; poi, per il resto, sarà quel che sarà”.

    Cos'è che riesce a far ancora commuovere uno come lei che in campo aveva la fama di duro – per via forse di quei baffi che nascondono il sorriso - e che si faceva certo far rispettare? E cos'è che le dà più fastidio nella vita?

    “A me dà fastidio la confusione e l'arroganza delle persone: i troppo furbi mi stanno sui c... Se una persona si comporta in maniera dovuta, non può essere antipatico; avrà degli atteggiamenti antipatici, ma non può essere antipatico. Quindi, per me le persone sono tutte uguali; fino a che rispettano gli altri”.

    Cos'è che la riesce ancora commuovere?

    “Io passo fuori casa in media 180 giorni l'anno. E quando torno a casa, mi diletto a fare il contadino, visto che ho avuto la fortuna e la possibilità di prendermi un pezzetto di terra. La natura mi commuove: può succedere di tutto, ma lei rigenera”.

    Nella vita di uomo, le ha insegnato di più lo stile Juventus o la rabbia milanista?

    “Diciamo che entrambe hanno insegnato, non puoi dire questi sono più bravi di altri. Una cosa è certa: se c'è programmazione, alla fine hai successo”.

    Che ricordo ha dell'avvocato, Gianni Agnelli?

    “Non è che facesse regali; il regalo che mi faceva è che quando t'incontrava si ricordava tutto di te, sapeva tutto di te. In pratica, sapeva ciò che avevi fatto una settimana prima. Tu l'avevi scordato, ma, lui lo ricordava. Una persona, quindi, attenta ai dettagli, e, quando sei attento ai dettagli, non ti scappa nulla”.

    Cosa hai appreso dal Trap? Che, a 70 anni suonati, è ancora sulla breccia dell'onda.

    “Giovanni ha una prerogativa fondamentale: pensa che se domani non lavorasse, muore di fame. In realtà, è ricco. Questa è la molla, che lo agita e che gli allunga la vita”.

    E' una sorta di Berlusconi: potrebbe benissimo fare a meno di lavorare.

    “Senta, è una ragione di vita, e, quindi, si auto motiva”.

    Lei crede in Dio, mister?

    “Io sono battezzato è indubbio che credo in Dio; vorrei vedere, oh, ragazzi. Cosa si muoverebbe, se non ci fosse quel qualcosa di superiore, questa figura eterea, che ce la possono raffigurare come vogliono, ma che comunque governa tutto, le anime, le coscienze, gli istinti, ecc... Almeno per chi crede in Dio”.

    A una persona che soffre, che sta attraversando un momento così delicato che sta rischiando l'equilibrio psichico, cosa consiglia?

    “La fortuna e la sfortuna sono sempre due cose che vivono in indirizzi opposti. La fortuna va sempre ai più bravi, ai più attivi, a chi se la merita, a chi si dà da fare: la sfortuna a quelli che si piangono addosso. Piangersi addosso non è sicuramente un fatto positivo. Non puoi tentare il superenalotto per risolvere la questione. Devi darti da fare, trovare una persona che ti aiuti a individuare il fatto positivo in quello negativo successo”.

    Esiste una clamorosa autorete di Romeo Benetti?

    “No, non è capitato, perché giocavo a metà campo, quindi, era difficile. Non è mai successo: questo è un particolare – adesso che me lo fa ricordare – che non mi è mai capitato”.

    Cosa le manca nel suo “palma res” di calciatore?

    “Non è mancato niente; anzi, sono un invidiato. Non esibisco niente di quelli che sono i miei trofei, le mie vittorie, perché, bene o male, il mio “palma res” è lungo 4 pagine. Ma, non in corpo 16, ma in corpo 8: tanto è vasto, tanto è lungo, e, soprattutto, incastonato di successi e di soddisfazioni personali. Quindi, non ho da rammaricarmi di niente, ma bensì penso di essere grato alla sorte, gratificato di tanta benevolenza”.

    L'ultima volta che Romeo Benetti, il duro in campo, ha pianto?

    “Devo dire la verità: le lacrime sono una cosa che mi hanno abbandonato da piccolo, perché sono stato allenato da una vita, essendo orfano e ultimo di otto, a capire che le lacrime sono per i deboli. Uno piange dentro di sé, ma, non esteriormente. Uno soffre all'interno”.

    Mister, grazie.

    “Va bene e ci mancherebbe!”

    <>Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 23 maggio 2010>

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