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8/11/14
INCONTRI RAVVICINATI: DON LUIGI CIOTTI

DON CIOTTI, LIBERA...NOS A MALO!

Ispiratore e fondatore di Gruppo Abele come aiuto ai tossicodipendenti e di altre dipendenze, don Ciotti (Pieve di Cadore (Bl) 10-9-1945) negli anni Novanta crea Libera, contro i soprusi delle mafie in tutta Italia e contro la criminalità organizzata. Nominato sacerdote nel 1972 dal cardinale Michele Pellegrino, arcivescovo di Torino, il religioso più tardi (1988) si iscrive all'Albo dei Giorna

    i Pubblicisti. Riceve la laurea "honoris causa" in Scienze dell'Educazione dall'Università di Bologna, successivamente (2006) quella di Giurisprudenza dall'Ateneo di Foggia. Nel 1996 promuove la raccolta di oltre un milione di firme per l'approvazione della legge sull'uso sociale dei beni confiscati e nel 2010 promuove una seconda grande campagna nazionale contro la corruzione. Obbiettivo di Libera è alimentare quel cambiamento etico, sociale, culturale necessario per spezzare alla radice i fenomeni mafiosi ed ogni forma di ingiustizia, illegalità e malaffare. Per questa sua battaglia, ha più volte ricevuto minacce di morte da esponenti della malavita. 

    Don Luigi, ha mai giocato a calcio da ragazzino? Ha praticato magari altri sport?
    "Come tutti, ho tirato calci a un pallone, con passione e divertimento. Ma il calcio è stato anche un prezioso strumento di socialità nei primi anni del Gruppo Abele. All’epoca, tra la fine degli anni 60 e l’inizio dei 70, eravamo impegnati al Ferrante Aporti, il carcere minorile di Torino. L’obbiettivo era costruire un ponte fra il “dentro” e il “fuori”, affinché il carcere non fosse più un ghetto e la città aprisse gli occhi su una “devianza” frutto dell’emarginazione e della mancanza di opportunità. Le partite di calcio, la squadra che formammo per partecipare a un campionato dilettanti, fu per quei giovani un formidabile strumento di crescita personale e collettiva. Sarebbe bello che il calcio, ma lo sport in generale, recuperasse un po’ di questa anima sociale e di questa funzione educativa".

    Ha una squadra del cuore, Le piace qualche giocatore di calcio italiano o estero? Segue la Nazionale?
    "La Juventus. Ho un rapporto di amicizia e di stima con Alessandro Del Piero, un grande campione e una persona pulita. Le partite di calcio non riesco a seguirle, gli impegni non me lo permettono, però m’informo dei risultati…"
     
    La bellezza e la vanità sono due vocaboli cui l'essere umano non vuol mai rinunciare: Lei, don Luigi, come li considera?
    "La bellezza ovviamente non lascia indifferenti. Bella è la natura, in tutte le sue manifestazioni, belle per me in particolare sono le montagne, che mi riportano al Cadore mia terra d’origine, e mi provocano ogni volta emozioni forti. Ma se la natura è bella di per sé, noi uomini dobbiamo imparare ad essere “belli dentro”, imparare la bellezza come un fatto etico, prima che estetico, un fatto legato alla coerenza, alla responsabilità, alla credibilità. La vanità – lo dico senza giudizio – mi sembra una strada sbagliata. L’io non è così importante da doverlo agghindare, mettere in mostra. È un mezzo, non un fine. Ciò che conta nella vita sono le relazioni, gli ideali, le passioni".

    Quand'è che coroneremo il sogno - rievocato da Papa Paolo VI 50 anni fa nel suo "viaggio di pellegrino" in Terra Santa (con il pontefice anche il giovane mons. Achille Silvestrini) - dell' “unum sint?" davanti al patriarca Atenagoras I?
    "L’unità delle fedi e delle religioni sarà figlia della concordia umana. Ci arriveremo quando capiremo, con la ragione e col cuore, che la relazione è la verità profonda dell’essere umano. Questo non vuol dire ovviamente che spariranno le fedi e le religioni, che sono figlie legittime di una tradizione e ispiratrici di un’etica, di scelte e comportamenti. Ma che non ci saranno più visioni della vita che si arrogano il diritto di escludere le altre, di sentirsi superiori e magari di pretendere di essere le uniche degne di verità. Per quel che riguarda la mia Chiesa, confido molto su quello che sta facendo Papa Francesco, il cui orientamento è per molti versi figlio delle intuizioni del Concilio Vaticano II, tra l’altro sui temi del dialogo interreligioso e di quello col mondo laico. Non si stanca mai, Francesco, d’invitare i credenti a uscire da se stessi, da una fede stanca e abitudinaria e ricordarci che la grandezza di una vita si misura dalla capacità di includere, di accogliere, di comprendere".

    Quali sono le certezze che La  consolano  tutti i giorni, quali invece i timori quotidiani?
    "La certezza è la “presenza di Dio”, una presenza che mi aiuta a camminare quando sono stanco e a non montarmi la testa quando le cose vanno bene. Ma è una certezza anche la presenza di tante persone, tanti amici, con cui condivido la ricerca di verità e l’impegno a costruire qualcosa di giusto".

    Di cosa non riesce, don Luigi, proprio a fare a meno nella vita?
    "Degli altri, dei rapporti umani. E delle montagne, dove ritrovo la mia origine, la mia intimità. In montagna si sale per scendere in se stessi".

    Se non avesse fatto il sacerdote, cosa Le sarebbe piaciuto fare nella vita?
    "Il sacerdozio non è un mestiere, è una vocazione. E le vocazioni non si scelgono, sono loro che scelgono te. Poi ovviamente ci sono modi e modi di viverle, a seconda dei caratteri, delle personalità, delle persone che incontri e che lasciano un segno nella tua vita. Nella mia ne ha lasciato uno profondo l’arcivescovo di Torino Michele Pellegrino – un Pastore grande quanto umile che rifiutava lo sfarzo, i titoli altisonanti e si faceva chiamare solo “Padre” – che mi ordinò sacerdote nel 1972, quando già da diversi anni ero impegnato col Gruppo Abele, e che mi affidò come parrocchia “la strada”. Ecco la strada ha segnato il mio modo di essere sacerdote. La strada come cammino, la strada come raccordo di distanze. La strada come saldatura di Terra e di Cielo".

    Quand'è che saremo veramente liberi?
    "Quando lo saremo tutti. La libertà non è un dato di fatto ma il compito che ci assegna la vita. E il nostro è d’impegnare la libertà per liberare chi ancora libero non è".

    Come se l'immagina l'Aldilà? Chi vorrebbe riabbracciare per primi?
    "Non ho immagini particolari. Anche perché la mia immaginazione, la mia ricerca, le mie energie sono quasi del tutto assorbite dal presente, dall’impegno a vivere il Vangelo in questo mondo. Vorrei poter riabbracciare la mamma e il papà, ma loro sono già sempre con me".

    Il concetto di giustizia, lo saggeremo solo nel post mortem, davanti a Dio?
    "Sarebbe una sconfitta e una resa pensarla così. Noi dobbiamo impegnarci a costruire giustizia a partire da questo mondo. Gesù è stato ucciso perché cercava verità e giustizia. Affidarci all’al di là per vedere risarcite le offese e le violenze, è tradire la Crocifissione e i tanti “crocifissi” di questo tempo, le vite offese e umiliate che oggi chiedono giustizia".

    Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it

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