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30/4/10
INCONTRI RAVVICINATI: SERGIO GASPARIN

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><>GASPARIN, IL CALCIO A 360° >>
L'attuale Direttore Generale dell'Udinese Calcio – che molti giornali in questi giorni danno per partente, a Genova, per guidare la Sampdoria, al posto di Beppe Marotta passato alla Juventus – Sergio Gasparin (Schio, 7 marzo 1952) ha come pochi interpretato il calcio in tutte le sue versioni, in tutte le sue sfaccettature.

“Ero un terzinaccio” dichiara “ed allora mi sono deciso di fare l'arbitro. Poi, dopo un'onorevole carriera, ho guidato la Rappresentativa Veneta e conseguito il patentino di Seconda categoria (1984) in quanto già allenavo squadre venete, quali lo Schio, il Bassano, il Giorgione (Castelfranco Veneto, Tv) e il Thiene”.

Quindi, l'ultimo quadro ricoperto da Gasparin, quello di dirigente sportivo, e il Vicenza conosce sotto la sua direzione la parabola più alta della sua storia, con i bianco-rossi vincitori della Coppa Italia e semifina
    i di Coppa delle Coppe, guidati da Francesco Guidolin.

    Quindi, il Venezia, nuovamente il L.R.Vicenza, il Messina e dal giugno 2009 l'Udinese Calcio. Ed ora si parla di Sampdoria.

    “Sono sempre riconoscente al mondo del calcio” tiene a precisare Gasparin “perché incontrare gli uomini, per me, significa arricchirsi da questo tipo di relazione”.

    Qual è stato il momento più bello del calcio, colonna sonora della sua vita?

    “Dal punto di vista sportivo, il 29 maggio 1997, quando una piccola squadra, il Vicenza Calcio, arrivò a fregiarsi della vittoria della Coppa Italia, in finale con il Napoli, e dopo aver eliminato il Milan. E, quindi, un traguardo straordinario, eccezionale, che fa il pari con la semifinale di Coppa delle Coppe, contro il Chelsea, allo “Stanford Bridge” di Londra, con il primo posto in classifica in serie A nel novembre del 1996, sempre con il Vicenza, la promozione in serie A con il Vicenza e con il Venezia. Da questo punto di vista, direi che i momenti belli sono stati molti. Sotto l'aspetto personale, invece, la nascita di mio figlio Marco, che rappresenta la nostra continuità, non solo il futuro, ma la ragione di vita. Eppoi, quello che dicevo poc'anzi: io credo che al di là delle vittorie, delle sconfitte e dei momenti di gioia e di quelli di sofferenza, ci sia un valore all'interno dello sport, all'interno del calcio, nello specifico: che è quello di incontrare gli uomini, con le loro storie di vita, con le loro emozioni, con i loro modo di essere. Ecco, questo credo sia un valore, nel quale ci si arricchisce vicendevolmente e lo si porta con sé come lezione di vita per tutta la nostra esistenza, per tutto il nostro cammino”.

    Conserva un ricordo giovanile di sofferenza?

    “Guardi, io quando ogni tanto si parla così di quella che è stata la nostra gioventù, e qualcuno mi dice sì anche noi siamo stati poveri, allora, io gli dico spiegami cosa è stata per te la povertà. Allora, lui mi parla, e io gli dico va bé, vedo che non siete stati poveri. E, allora, da parte sua è normale, automatica la domanda ma dimmi te cosa significa la povertà. Io racconto quest'episodio perché fa parte delle cose che non si dimenticano mai per tutta la vita: noi siamo in 3 fratelli, due maschi e una sorella, mio papà – che si chiamava Luigi Aldo - era ammalato da lunghissimo tempo, mia madre Piera. Una mattina di Natale non c'erano assolutamente soldi in casa dei miei genitori, tanto meno per i regali. Andammo a messa prima con lei, e, poi, la mattina di Natale andammo in giro per il paese, la città dove vivevo che era Schio, e c'era un negozio di giocattoli ovviamente chiuso, ma con le vetrine illuminate, che aveva esposto un insieme di giocattoli. E, allora, guardando quei giocattoli, io dissi quello è il mio regalo, mia sorellina quello è mio e mio fratello più piccolo scelgo quell'altro. Ecco, quando una madre non ha neppure i soldi per fare un regalo di Natale ai figli, allora si è poveri”.

    Che cosa le trasmette una sofferenza altrui?

    “Ma, vede, io ho avuto una morte naturale, che è stata quella dei miei genitori; che è stata quella prima di mio padre e poi mia madre, che è un passo naturale e succederà anche a me e verrò pianto da mio figlio, ma questo fa parte della natura delle cose. Ma, io ho perso un ragazzo che allenavo, e che aveva 17 anni, che morì dopo il debutto in prima squadra dopo un banalissimo incidente in motorino. Lo stadio di Schio si chiama “Tiziano De Rigo” e porta il suo nome; era un 25 aprile, avevamo finito l'allenamento e lui aveva fatto l'allenamento facendo parte della Rappresentativa Veneta da solo con me quel giorno. Al termine dell'allenamento, lo salutai e gli dissi “oh, mi raccomando, fatti onore con la Rappresentativa!”. Cinque minuti dopo non c'era più. Ecco, questo è un dolore innaturale, perché ti priva di una cosa che non è aspettata e che non fa parte del ciclo e dell'ingranaggio della vita”.

    Lei crede in Dio?

    “Sì, io credo in Dio, magari meno nelle istituzioni. Però, credo che ci sia qualcosa di superiore, perché altrimenti la nostra vita sarebbe così banale. E, quindi, credo che un giorno io incontrerò i miei, e mio figlio incontrerà me”.

    Nell'Alidilà, sempre che lei possa credere che esista un Aldilà, chi vorrebbe rivedere?

    “Bé, la prima persona è mia madre”.

    Che cos'è che le dà più fastidio e cosa invece la riesce ancora commuovere in questo mondo a soqquadro?

    “Allora, mi dà più fastidio di tutti l'ignoranza, l'ipocrisia, la falsità. Queste sono le cose che non solo mi danno fastidio, ma che rifuggo, che cerco di tenere lontano. La cosa che mi emoziona non sono le grandissime cose, ma, le piccole situazioni della vita: il sorriso di un bimbo, la pacca sulla spalla di un tifoso quando si è perso, non quando si è vinto. Perché quando si è vinto sono capaci tutti. Quando si è perso, magari nei momenti più difficili, una pacca sulla spalla anche senza dir niente può dire più di qualunque altro tipo di parola. La stretta di mano di una persona che ti vuole bene veramente, il sorriso di una madre, l'abbraccio di mio figlio, ecco, io credo che sono i valori veri dalla vita, e, quindi, mi emozionano. Quando arrivai a Udine, dissi che oggi non avevo la necessità né dal punto di vista professionale né dal punto di vista economico di andare a lavorare. Ma, ognuno di noi nella vita ha una schiavitù: c'è chi è schiavo dell'alcool, chi della droga, chi del fumo. Io non bevo, non fumo, non mi drogo, ma, c'è una cosa di cui riconosco di essere schiavo: quella cosa si chiama emozione. E, quindi, questa emozione è quella che ti fa vibrare, che ti fa lavorare sedici ore al giorno, che ti fa andare da Londra a Messina a Udine, a lavorare in maniera continua perché poi c'è un qualcosa che ti tiene fondamentalmente vivo. Ed è una vita fatta a colori, anziché grigia, come tanti purtroppo sono costretti a vivere”.

    E' vero che il dolore serve a far crescere?

    “Costa molto; la sofferenza è crudele. Io credo che non ci sia sofferenza più grande, per esempio, che la perdita di un figlio: io ho avuto delle persone amiche che hanno perso l'unico figlio che avevano. Ecco, io credo che questa sia una sofferenza indicibile, probabilmente un dolore insopportabile e insuperabile. E che credo che per tutta la vita non si riesca a superare. Quindi, queste sono forme di dolore fin troppo crudeli. Poi, invece, la sofferenza in termini di voglia di arrivare, di superare, di combattere quelle che sono le sofferenze quotidiane, allora, quelle sono sofferenze positive. Ma, quella è una sofferenza banale rispetto a quella che ho detto poc'anzi”.

    Di che cosa, mister, non dobbiamo mai dimenticarci nella vita?

    “Mah, io credo che non dobbiamo mai dimenticarci dell'amore. Perché è una componente fondamentale della nostra vita, e non è solo l'amore verso una donna, ma nei confronti della vita. Ricordo un aneddoto, che è una forma di amore: mia madre – vi ho detto prima quella che è stata la mia gioventù e mia madre è stata quella che ha sofferto più di tutti noi figli -; quando mi vide arrivare negli ultimi suoi anni di vita a bordo di una macchina lussuosa, ecc., mi guardò e mi disse: non dimenticarti mai di quanto poveri siamo stati. Sono quegli insegnamenti, che sono una forma d'amore che io porto dentro di me e che sono quelli che mi hanno fatto arrivare, che mi hanno fatto percorrere un certo sentiero. Un cammino di soddisfazione, di gratificazione. E io credo che questo si è potuto avverare, perché le radici che hanno regalato i miei genitori sono radici profonde, solide, che tengono abbarbicato alla terra questo fusto”.

    Grazie, davvero, mister per questa sua preziosa testimonianza.

    “Grazie a lei”.

    <>Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 20 aprile 2010>
    seguiranno foto...

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