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Archivio: INTERVISTE VIP

9/10/15
INCONTRI RAVVICINATI: FRANCINE GARINO (“LA SCALA” DI MILANO)

A Milano è Francine Garino ad accompagnarci a scoprire il “battito” di uno dei più prestigiosi teatri italiani: “La Scala”. “Un edificio” ci spiega l’esperta “costruito nel 1778 e che da allora ha sempre mandato in scena opere di grande successo. Il teatro, per i milanesi, era un luogo di ritrovo sociale, e, dopo la distruzione di un primo edificio, decidono immediatamente di cercare un altro luogo dove ricostruire un nuovo teatro. Per motivi di sicurezza, scelgono di farlo più lontano da Palazzo Reale. Solo che trovare un posto dove poter costruire un teatro a Milano non era così semplice perché lo spazio era poco. Nel luogo dove oggi sorge il teatro c’era una chiesa, che si chiamava Santa Maria della Scala, e portava questo nome perché traeva origine da La Scala, il nome della famiglia veronese che per le nozze di Beatrice della Scala decide di fare ricostruire questa chiesa nel Trecento come un qualcosa di beneaugurante per le nozze. Una chiesa che già alla fine del Seicento non viene consacrata, cade in rovina, ed, in effetti, alla fine del Settecento, non c’è quasi più niente di quell’edificio religioso. Decidono, quindi, di abbattere quello che è rimasto della chiesa per costruire il teatro che vediamo oggi, e che porta, quindi, il nome della chiesa; ecco perché il Teatro alla Scala”.

Strano che un’importante, prestigiosa dinastia come quella dei Visconti, si fossero fatti soffiare un’iniziativa del genere dagli Scaligeri. Non ha dato fastidio al casato meneghino non aver fatta propria questa idea?
“No, anche perché probabilmente questo teatro ha subito un’identità molto particolare, che permetteva a tutti di poter esprimere comunque quello che volevano. In effetti, ogni palco apparteneva a una famiglia nobile e ogni famiglia si ritrovava in questo edificio, avendo all’epoca anche la possibilità di decorare il proprio palco secondo i gusti e secondo i propri mezzi economici, questo permetteva a loro di fare sfoggio delle loro ricchezze all’interno del teatro. Quindi, alla fine, non si sono mai registrate frizioni o lotte”.

Che cosa ha rappresentato per la città nel corso dei secoli il teatro “La Scala”?
“Il teatro, come ho ricordato prima, è stato costruito nel 1778, siamo, come dice lei vicini a qualche alla Rivoluzione francese, ma qui, a Milano, siamo ben lontani dalla Rivoluzione transalpina: questo teatro è stato molto importante per i milanesi, prima di tutto, perché essendo un luogo privato nasceva sin dall’inizio in mezzo a vicende private, ad impegni politici, e, poi, soprattutto, è sempre stato un simbolo per la città. E’ stato costruito in meno di due anni: hanno cominciato i lavori nel 1776 e il 3 agosto del 1778 “La Scala” apre già le sue porte”.

E durante la Seconda Guerra mondiale?
“Viene bombardata, nella notte del 15 agosto del 1943, ma la fortuna ha voluto che le bombe cadute, sganciate proprio all’altezza del teatro non esplosero: un vero miracolo!”

Protetto, il teatro, da Santa Maria della Scala, o no?
“Sicuramente, l’ha sempre protetto perché crolla il tetto e nel crollare sventra gli ultimi due piani, però, la struttura storica del teatro rimane miracolosamente in piedi. Iniziano, poi, i lavori di sgombero delle macerie nel novembre del ’43 e i lavori di ricostruzione nel dicembre del ’44, il tutto ancora in piena guerra o in guerra non ancora finita. E, questo dimostra come i milanesi fossero sempre stati particolarmente legati al loro teatro. Era importante ricostruire non soltanto le case, gli ospedali, le scuole, ma anche il teatro come simbolo vero e proprio della città. In effetti, quando il teatro riaprirà a maggio del ’46 col famoso concerto diretto da Arturo Toscanini, è un concerto che segna sì la rinascita del teatro, ma anche di una città e della sua popolazione. C’è sempre stato, in buona sostanza, questo forte legame tra l’amore verso il teatro e i suoi abitanti. Ed ancora oggi, è vero che questi palchi non sono più di proprietà, però, ci sono ancora degli abbonati storici, i quali si tramandano l’abbonamento al palco da generazione in generazione, e quelle serate in cui c’è la serata, appunto, in abbonamento, li sentite parlare del “loro palco”: perché si sentono ancora a casa loro. Ed è molto bello perché sembra di fare un salto nel passato; e fa parte dell’identità di questo teatro. Non è, quindi, solo il teatro del turista che viene a Milano. E la cosa bella è che questo teatro ha le mura che sono fisicamente intrise di tutta questa storia: abbiamo avuto Gioacchino Rossini che ha diretto le sue proprie opere, Giuseppe Verdi, ovviamente; tutti i più grandi direttori d’orchestra, cantanti sono passati da qua e queste mura sembrano ancora portare i loro “battiti”, i loro respiri, di tutto questo passato musicale. E, quindi, quando uno entra alla “Scala”, sente fisicamente che è un luogo diverso da tutti gli altri; probabilmente per questo motivo ”.

Si sente rapito, ammaliato. Bene, qual è stata l’opera più acclamata, più applaudita, quella che il pubblico di Milano invoca, sente di più?
“E’ difficile questa come domanda, perché non si basa sull’obbiettività. Se volessimo essere i più obbiettivi possibile, anche da un punto di vista storico sicuramente le prime rappresentazioni del “Nabucco” di Verdi. Sembrerò molto scontata, ma è una vera identità di questo teatro: quando Verdi fa rappresentare la prima volta il “Nabucco” qua, in questa città, nel 1842, pensate che fanno 57 rappresentazioni. E sono tantissime! E c’era questa identificazione del pubblico alla storia che vedevano rappresentata sul palcoscenico. Il popolo ebreo, oppresso, che appunto cantava sul palcoscenico, rifletteva l’oppressione austriaca vissuta dai milanesi in quell’epoca. E, quindi, c’è subito stato questo legame fortissimo, questo impatto molto forte. In effetti, ogni volta che si rappresenta “Nabucco” in questo teatro, è qualcosa di decisamente fantastico, unico e particolare”.

Qualche aneddoto?
“Diciamo che le curiosità maggiori sono spesso riconducibili ad eventi accaduti per il sentimento molto battagliero dei loggionisti de “La Scala”. Ancora oggi i loggionisti sono famosi perché sono quelli che decidono se lo spettacolo sarà un successo oppure no. Se a loro non piace, lo fanno sapere i n maniera clamorosa a tutto il resto del teatro, e ci sono delle serate qui, alla “Scala”, che sono peggio dello stadio; nel bene e nel male. L’ultima volta che è successo è stato un paio di anni fa, quando è tornata qui, alla “Scala”, - e non succedeva da 19 anni – la mezza soprano Cecilia Bartoli. E’ una cantante che ha adoratori, tantissimi fans, tantissimi ammiratori, ma anche persone che la detestano; ma, pesanti. C’era un piccolo gruppo, di una decina di persone, ai quali lei non piaceva. Qua, alla “Scala”, funziona così, già dai tempi della Callas, nel senso che: se a un loggionista un cantante non piace, non è che sta a casa per non sentirlo. Viene per far capire al cantante che non è apprezzato da tutti. Ed è tipico di questo teatro. In effetti, quella sera – dicembre 2012 - lì c’è stato un dissenso incredibile, nel senso che alla fine l’hanno massacrata fischiando (anche su Jou Tube c’è un video di 4 minuti che prova questo episodio) e Daniel Barenboin, che era sul podio, è stato costretto a girarsi verso il pubblico, per chiedere agli spettatori di stare zitti perché era impossibile continuare. Sono riusciti a zittire il pubblico, e, quando finalmente ritornò il silenzio, la Bartoli ha fissato l’aria per la quale era stata fischiata, contestata, rivolgendo le ultime note direttamente a quelli che l’avevano fischiata. E’ venuto giù letteralmente il teatro ed è stata sicuramente una delle ultime serate più notevoli, più particolari di questi ultimi anni”.

Dicono che molti tra i tenori hanno avuto paura di esibirsi a Parma; è così anche per “La Scala”?
“Anche a Milano i cantanti, questo è vero, temono per vari motivi l’esibizione, prima di tutto, per il suo pubblico; ma, non solo: temono “La Scala” per motivi anche architettonici, per un semplice fatto: qui, alla “Scala”, abbiamo una fosse d’orchestra , che è una delle più grandi d’Europa. Ha una superficie di 110 mq e un’apertura di circa 8 metri, che è tantissimo. Perché di solito le fosse d’orchestra non sono così ampie, o se lo sono, sono coperte da un pezzo di palcoscenico, Qua ci sono gli 8 metri di apertura, oltre all’immensità del palcoscenico stesso; che vuol dire che un cantante che si esibisce su questo palcoscenico deve essere bravo a sufficienza per avere una voce che varca, che va oltre un muro di 8 metri di orchestra. Quindi, anche per semplici motivi acustici, bisognava essere già molto bravi. Poi, il resto, è fra le mani di questo pubblico molto particolare. Ma, se incontri il successo qua alla “Scala”, ancora oggi puoi dire di essere pronto a cavalcare qualsivoglia palcoscenico”.

Di che colore è la polvere del teatro “La Scala”?
“E’ una polvere a sé, anche lì; semplicemente perché lei ha dentro ancora delle particelle di quello che è il passato. Però, è anche una polvere che è stata rimossa almeno per un po’ perché il teatro, per come lo vediamo oggi, ha subito una bella trasformazione, un bellissimo restauro fatto 11 anni fa, che gli ha ridato il suo lustro, quasi originale: cambiati tutti i tessuti, cambiati gli ori, ma, nonostante questo, c’è ancora intrisa la patina del tempo, che è stata lasciata proprio per farci capire tutta la storia che abbiamo alle spalle. Ed anche questo fa parte della peculiarità di questo teatro”.

Le luci della “Scala” di Milano, quali sono?
“Hanno questo colore attenuato, una luce non troppo forte, che ci permette, socchiudendo gli occhi, di rituffarci nel passato. Quindi, sì, abbiamo delle opere molto moderne, abbiamo una creazione mondiale addirittura, però, non ha mai un carattere troppo aggressivo perché attenuato da queste luci che ci fanno stare in un limbo, che ci dà un po’ di serenità, un po’ di tranquillità”.

Quindi, un colore cobalto, giallo oro?
“Siamo più su un giallo caldo perché c’è questo calore che ci avvolge a prescindere”.

I grandi pittori dell’inizio del Novecento prestarono la loro opera anche qui a Milano per le scenografie?
“Sì, abbiamo avuto la fortuna di avere avuto dei costumi disegnati da pittori prestigiosi come, ad esempio, Salvatore Fiume; che ha disegnato i costumi della “Medea” di Cherubini, fatti con Maria Callas, nel 1953. Personaggi del mondo artistico, che si sono avvicinati al teatro, dando il loro contributo”.

La modernità (delle coreografie) alla “Scala” di Milano?
“L’ultimo “Fidelio” che abbiamo fatto per l’inaugurazione della stagione l’anno scorso, 2014; con un’ambientazione proprio arcicontemporanea, con persone che giocavano a basket, che, però, ci dimostrano anche quanto queste opere, nonostante siano state scritte moltissimi anni fa, abbiano ancora qualcosa di molto contemporaneo e qualcosa da dirci a noi, ancora oggi. Anche i balletti: di recente abbiamo fatto un “Pink Floid Ballet”, sulle musiche quindi, sulle musiche dei Pink Floid. E’ una cosa straordinaria vedere queste innovazioni. Poi, troveremo sempre i tradiziona

    i, i quali non riescono ad accettare queste trasformazioni, queste nuove interpretazioni, ma è giusto così perché ci dimostra che il teatro è ancora vivo, c’è ancora una discussione, c’è ancora gente appassionata, qualunque siano le loro idee, ma, che sono pronti a difenderle. Quindi, non è un’arte morta, un’arte museo, che rispecchia solo se stessa e quella che è stata nel passato, ma è un’arte viva e questo ce lo dimostra”.

    Quel grande genio di Federico Fellini disse che il “teatro è finzione”…
     “Finzione, sì, certo, ma è anche un modo per farci provare dei sentimenti fortissimi: questa vicinanza anche come tutti gli spettacoli dal vivo credo alla fine, che ci comunicano, ci trasmettono delle emozioni”.

    Rifiuti clamorosi?
    “Pavarotti ha subito un grande rifiuto: nel 1992 incont5rò una triste serata, durante un “Don Carlo”, dove sbagliò una nota, niente di ché. Solo che il loggione non glielo perdonò, questo errore, fischiandolo, e da allora non mise più piede alla “Scala”. E parliamo di Luciano Pavarotti”.

    Il più superstizioso?
    “La superstizione, davvero, è molto forte, ma a volte si riduce a piccoli particolari, tipo la certezza di passare a un punto preciso piuttosto che da un altro. Per la Callas, la superstizione maggiore consisteva nel trovare il suo punto, nel senso che sul palcoscenico della “Scala” c’era – perché adesso hanno fatto dei lavori – un punto del palcoscenico in cui la voce – sembra un mistero, per quale arcano mistero non si sa – veniva amplificata di più. In effetti, era sul lato destro del palcoscenico e la Callas cercava sempre quando c’era un’aria importante, nonostante tutte le indicazioni dei vari registi, di spostarsi, su quel punto, per essere sicura di avere l’amplificazione perfetta della voce. Ancora oggi, perché questo è un aneddoto particolare, ci sono alcuni cantanti, che quando hanno la loro aria, li vedete discretamente cercare di spostarsi ancora da quella parte, per cercare di trovare quel famoso punto anelato dalla Callas”.

    Direttori d’orchestra, qualche particolare ricordo?
    “Ma, tutti i più grandi direttori d’orchestra, alla fine, si sono esibiti alla “Scala”. Prima c’era il periodo , l’éra dei grandi compositori; poi, è arrivata quella dei grandi direttori d’orchestra, cominciando con Arturo Toscanini, il quale operò una vera rivoluzione dal punto di vista esecutivo ma anche della quotidianità di questo teatro: tutte le regole, anche le più piccole, qui, tipo rispettare l’orario, spegnere le luci durante lo spettacolo, far togliere il cappello alle signore, tutte queste piccole cose pratiche, ebbene, sono state messe in ordine, disciplinate da Toscanini. E che vigono ancora oggi”.

    I più assidui compositori?
    “Rossini, Bellini, Donizetti, Verdi, tutti i più grandi, hanno diretto le loro proprie opere sul podio della “Scala”. Poi, le prime volte che Wagner è stato rappresentato in Italia, è stato qui, alla “Scala”, nei primi anni del Novecento, sotto la bacchetta di Toscanini, che, grazie a questo, decise di fare costruire la fossa d’orchestra, visto che Wagner voleva che il pubblico si concentrasse solo ed esclusivamente su quello che succedeva in palcoscenico, nascondendo proprio l’orchestra. Poi, più recentemente, abbiamo avuto i grandi periodi di Claudio Abbado, che è stato direttore musicale per quasi vent’anni. Dopodiché, abbiamo avuto Riccardo Muti, ed anche lui è stato direttore per quasi vent’anni, che hanno segnato clamorosamente l’andamento di questo teatro”.

    Ballerini?
    “Ballerini, sì, certo. La Fracci, ovviamente, per la quale “La Scala” è stato casa sua. Ma, anche Roberto Bolle, oggi uscito dalla scuola di ballo della “Scala”, facendo la carriera che sappiamo. Quindi, questo teatro è davvero un fulcro straordinario”.

    Idolatrato, immaginiamo noi, Giuseppe Verdi, qui dal pubblico de “La Scala”, vero?
    “Sì, è stato scritto anche sui muri, fuori dalla “Scala”: un modo proprio per i milanesi di evocare il loro sostegno: scrivere “Viva Verdi” voleva dire “Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia”, come si enuncia dal suo acronimo V.E.R.D.I.. Quindi, è sempre stato legato molto alla storia politica di questa città. La cosa più assurda è che Verdi vuole entrare in Conservatorio qua, a Milano, soltanto che lo bocciano perché gli dicono che era troppo anziano, 18 anni, e aveva un modo sbagliato di adagiare le mani sulla tastiera del pianoforte. Ed, è, dunque, costretto a prendere lezioni privati, non entra in Conservatorio. La cosa più assurda è che oggi il Conservatorio di Milano si chiama “Conservatorio Giuseppe Verdi”. Senza dimenticare poi che Verdi è sempre stato molto legato a Milano, è lì che ha voluto far costruire la Casa di riposo per musicisti ed è sepolto oggi al cimitero “Monumentale” di Milano assieme a Giuseppina Strepponi, soprano e sua seconda moglie”.

    Molto originali furono, se non ricordiamo male, anche i funerali del compositore di Roncole di Busseto di Parma (10 ottobre 1813-Milano, 27 gennaio 1901), o no?
    “Verdi è stato in coma tre giorni prima di spirare. Per non disturbarlo, fecero mettere la paglia nelle strade perché il rumore delle carrozze venisse attutito. Quando, hanno portato via la sua salma, c’era la città intera e questo è documentato da fotografie dell’epoca (siamo a fine gennaio del 1901), in cui scopri questi milanesi arrampicati sugli alberi per vedere passare il compositore: è stata una cosa incredibile! Quando qualche anno, fa, se non ricordo male nel 2001, hanno fatto questa grandissima mostra a Palazzo Reale su Giuseppe Verdi, c’era questa fotografia gigantesca, in cui si vedeva la folla umana dappertutto”.

    Fatti strani accaduti alla “Scala”, tipo improvvisazioni dell’ultimo momento, proteste vibrate, rinvii clamorosi, altri episodi molto singolari?
    “Per sentito dire, ricordo quando l’orchestra della “Scala”, nel 1991, decide di fare sciopero per una “Traviata”, e per evitare di cancellare la serata, il maestro Muti si fa portare un pianoforte sul palcoscenico ed esegue tutta l’opera suonandola lui al pianoforte. Magari ce ne sono o saranno stati degli altri, ma di questo episodio se ne è parlato dappertutto perché stato veramente qualcosa di clamoroso”.

    Teste coronate, personaggi vip, qui, alla “Scala”; che magari hanno anche lasciato un segno?
    “La regina d’Inghilterra, Elisabetta, è venuta qui per un concerto che le è stato dedicato e ci sono ancora delle foto di lei che la ritraggono mentre va a salutare, ringraziare il maestro Muti, in quell’occasione. Poi, la grande eleganza della Callas”.

    L’opera che le ha fatto, le fa accapponare la pelle?
    “Per motivi sentimentali, possiamo dire, “Vialotto di Carmelì” di Paul Anka, regia di Robert Carsen; un’opera con delle luci e dei giochi di banchi di legno, per la creazione di uno spettacolo, che per me è la cosa più commovente di questi “.

    Il velluto della “Scala” di Milano?
    “Bisogna fare attenzione: il velluto, come del resto i tessuti in generale, non debbono assorbire il suono. Questo velluto, che vediamo è un velluto molto denso, molto particolare, in questo modo non assorbe le vibrazioni del suono. Dal punto di vista dell’acustica sono piccoli particolari, ma che in questo campo fanno veramente la differenza”.

    I palchi sono bagnati di foglie d’oro?
    “Sì. Non c’è una simbolica particolare, nel senso che si è preso molto ad imitazione dall’allora teatro più bello d’Italia nel 1830, che era il “San Carlo” di Napoli: Alessandro Sanquirico, nato a Milano, che lavorò al “San Carlo”, venne a Milano disse “però, non è giusto, “La Scala” non deve essere da meno; e ispirandosi alle decorazioni del “San Carlo”, decise di applicare le decorazioni dorate anche ai palchi”.

    Soprani donne?
    “Fino all’ultimo una grande presenza di queste dive, le quali, una volta terminata la carriera, venivano come spettatrici lo stesso alla “Scala”, come Renata Tebaldi, regale, che entrava all’ultimo momento. E la cosa più bella era riuscire ad individuarle in mezzo al pubblico. La Callas, che è stata anche direttore artistico de “La Scala” era davvero regale: entrava proprio all’ultimo momento in teatro. La più elegante? Tra le più eleganti, sicuramente da quanto si può evincere dai servizi fotografici, dalle foto dell’epoca, la Callas, ma non sono obbiettiva perché sono callassiana”.

    Milano, 11 maggio 2015, Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it

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