INCONTRI RAVVICINATI: TIBERIO TIMPERI

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Nato a Roma il 19 ottobre 1964, la carriera di Tiberio Timperi inizia nel 1977 a Radio Mare Cesenatico. Collabora, poi, con diverse emittenti radiofoniche italiane fino al 1983. Il suo debutto in televisione risale al 1986 a Telemontecarlo, dove diventa giornalista professionista La passione per la radio lo porta in Rai nel 1998, alla conduzione de “Il buongiorno su Radio2”, nel 2005 è a “Sabato sport”, su Radio1, e nel 2007 a “Lasciamoci così”, sempre su Radio1. Nel 1991 lavora per Mediaset, dove cura il Tg4 e lavora a Studio Aperto. Nel frattempo, perfeziona, oltre a quella di giornalista, la professione di conduttore di trasmissioni di intrattenimento che raccolgono un buon successo di ascolti, specialmente in “Verdetto finale”, che conduce  su Rai1 per ben due volte, prima nel 2012 e successivamente nel 2014, entrambe le volte per un breve periodo di tempo. Su Rai1 gli viene affidato il programma in prima serata “Socrate-il merito in tivù” (2012). E’ anche a Canale 5, con un game show “Lingo” (1992-93), mentre nel 1997 fa ritorno in Rai conducendo per 14 anni di fila, con vari partners, gli show del fine settimana di RAI2 “Mezzogiorno in famiglia” e “Mattina in famiglia”. Dal settembre 2011 è in onda su Rai1 con “Unomattina in famiglia”, nel luglio 2017, su Radio2, conduce la trasmissione estiva di “Radio 2 come voi”. Tiberio Timperi ha scritto tre libri: “Ci avete fatto caso?” (2004), “Amarsi sempre! Sposarsi?” (2008) e “Nei tuoi occhi di bambino” (2012).

Di che cosa non riesci a fare a meno, Tiberio, nella vita di tutti i giorni?“Degli affetti, degli amici, dei miei affetti, insomma; vicini o lontani, perché gli affetti sono fondamentali nella vita”.

Hai fatto un po’ di tutto come giornalista? Quand’è che ti sei sentito Tiberio Timperi? “Una cosa che mi ha dato una grandissima soddisfazione è stata quando ho presentato la Nazionale italiana al Circo Massimo dopo la vittoria ai Mondiali di calcio di Germania 2006. Mi sono divertito, ho goduto, davvero un gran bel momento”.

Non hai mai giocato a calcio?
“No, assolutamente. Non mi piace, non mi interessa, non mi diverte”.

Qual è la disciplina sportiva che ti piace di più o che hai maggiormente praticato?
“Se di sport si può parlare, l’andare in bicicletta: quello lo faccio molto volentieri”.

Il bello ti ha aiutato nella tua carriera?
“Sicuramente mi ha aiutato”.

E, tu cosa intendi per bellezza in generale?
“Io per bellezza intendo una persona che ha dentro qualcosa che fa sì che possa essere bello non solamente fuori ma anche dentro”.

Hai mai fatto l’attore in qualche film?
“No, semplicemente ho giochicchiato in qualche fiction, ma niente di importante. Quindi, un esercizio accademico proprio per divertimento, per interesse, per sperimentarsi,…..”.

Sei molto sensibile alla solidarietà: cos’è che ti commuove nella vita di tutti i giorni? “Purtroppo, più vado avanti con l’età e più mi commuovo; quindi, questo è un segno che sto invecchiando. Mi commuovo anche davanti a un film, mi commuovo davanti a un cucciolo. Purtroppo, ho l’animo abbastanza tenero. Dico purtroppo, perché questo mi crea una sorta di vulnerabilità”.

Cos’è che ti dà fastidio nella vita di tutti i giorni, cos’è che ti irrita?
“Quello che mi dà fastidio è la prepotenza, l’ignoranza e la bugia. Non sopporto proprio le bugie, divento una iena. Poi, non sopporto la prepotenza, la mancanza di educazione. L’arroganza e la prepotenza oramai stanno diventando la cifra caratteristica della nostra società: e questo non mi piace”.

Che cos’è ti fa star bene, ti produce gioia?
“Mi fa star bene? Starmene tranquillo, a fare una gita in bicicletta nel silenzio più totale. Oppure ritrovarmi a chiacchierare con mio figlio della vita e di tutte queste cose. Questo mi fa molto bene”.

Hai scritto tre libri: qual è quello cui sei più affezionato?
“”Nei tuoi occhi di bambino”: scritto fondamentalmente per mio figlio. …Nella vita si dice sempre: piantare un albero, fatto, scrivere un libro, fatto, e fare un figlio, fatto. Per cui, il mio obbiettivo di cosa devo fare in questo tempo l’ho fatto, e va bene così”.

Sei arrivato molto giovane al successo. Cosa ti è costato? Sacrifici per il mantenersi in alto, immaginiamo, notevoli… “Non so se sono arrivato al successo da giovane. Diciamo che è arrivato quando ero forse ancora un filo immaturo. Sì, importante, come dici tu, non è tanto arrivare quanto invece restare. Ho avuto la fortuna di svolgere il lavoro che desideravo fare, per cui è la passione che mi ha mosso, trascinato e va bene così”.

Qual è il tuo sogno nel cassetto?
“Di riuscire a prendere la pensione e di potermela godere. Dopo aver lavorato una vita, mi seccherebbe non poco non potermela godere”.

In te ha vinto il cuore o la mente?
“In me, purtroppo, vince sempre la pancia più che la mente o il cuore, nel senso che, nonostante i miei 50 anni, io le decisioni le prendo con la pancia. Poi, arrivano il cuore e la testa insieme; ma è la pancia che mi muove”.

Hai qualche rammarico?
“Sì, ho un rimpianto più che un rammarico: una volta ero a Los Angeles, venni fermato da un talent scout di un’agenzia molto importante a livello mondiale (si chiamava e si chiama Ugo Morris), e mi diede un bigliettino con su l’invito a presentarmi il giorno dopo nel suo studio. Ci andai, ma stava in vacanza e dissi ma cosa ho scoperto l’acqua calda. Ecco, sarebbe stato bello vedere cosa sarebbe potuto accadere se io fossi rimasto in America. Qualcuno mi ha regalato il biglietto per l’America ed io l’ho stracciato; però, è andata bene così comunque”.

Qual è il personaggio che ti è rimasto più impresso?
“Ho fatto un ciclo di trasmissioni dedicate agli attori e divi italiani. Più che attore mi è piaciuto come persona Sergio Castellitto. Mi è piaciuto da morire, una persona di una sensibilità, di una tenerezza, di un’onestà morale unica. Poi, un altro intervistato, e che mi è rimasto nel cuore è stato Giorgio Albertazzi: ha combattuto dalla parte che ha perso la guerra, aveva la stessa età di mio padre, e quando l’ho intervistato mio padre non c’era più, per cui era come se rivedessi in lui mio padre”.

Anche perché Albertazzi era tormentato dal fatto di aver ucciso da giovane fascista un giovane partigiano, la cui madre, sembra, gli comparve in sonno come un incubo, abbiamo letto da qualche parte… “Lui ricordo che mi aveva detto che aveva sparato ma non aveva preso la mira; lui ora non c’è più ed eviterei di dire queste cose; non sappiamo più come andò a finire”.

Sei impegnato nel sociale?
“Diciamo che nutro una grande, una profonda gratitudine nei confronti della Caritas, e, quando posso, a Natale o a Capodanno vado sempre a dare una mano. Certo, sono consapevole, parliamo di robe di poco conto. Poi, altre azioni, altri gesti si fanno ma non si dicono”.

Il “gol” più bello e l’”autogol” più clamoroso di Tiberio Timperi?
“A livello di radio, di flop non ne ho fatti, no, mai. In televisione, guarda, il gol più bello della mia vita non è legato al lavoro ma è legato alla vita privata: la nascita di mio figlio Daniele, per cui qualsiasi successo perde consistenza”.

Quand’è che ti sei commosso l’ultima volta?
“Un attimo fa, quando, parlando di Albertazzi, ho fatto un accenno a mio padre: mi ero fermato un attimo perché mi è venuto il groppino in gola, eh, sì,  perché il solo ricordo mi suscita amarezza. Ma, io mi commuovo anche alla mattina, quando mi sveglio e vedo mio figlio che dorme: mi trovo lì a guardarlo e a rubare con gli occhi i suoi movimenti, i suoi piccoli scatti quando dorme. Dovrei incominciare a fare una fila di cose per chi o per che cosa  mi commuovo”.

Calore, amore paterno, il tuo, dinanzi a una società quasi ormai alla deriva…
“Se ci mettiamo in fila per comperare l’ultimo modello di smartphone, significa che siamo dei perdenti come civiltà. Viviamo la civiltà dell’inciviltà!”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it (12 luglio 2017)

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