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Archivio: INTERVISTE VIP

8/9/15
INCONTRI RAVVICINATI: DAVIDE DA COMO (ARENA E TEATRO FILARMONICO)

“Chi ha voce, in Arena canta!”: questo si usa dire da anni nella “città dell’amore”, quella tanto cara a Giulietta e Romeo, e significa che chi ha la stoffa prima o poi sfonda in qualsiasi campo dello scibile, dell’arte, del lavoro. Verona e la lirica è un amore che nel suggestivo anfiteatro romano celebrano le loro nozze, oltre un secolo fa, esattamente nel 1913. Ad illustrarci la storia della lirica areniana è un uomo sulla quarantina d’anni, una passione che trasuda da tutti i pori, il dottor (in Economia e Commercio) Davide Da Como, Responsabile dei Servizi di Sorveglianza e dell’Ufficio Informazioni della Fondazione lirica dell’Arena di Verona.

Mentre entriamo nel Teatro Filarmonico, Da Como ci confida, rispondendo alla nostra prima domanda su quale è stata la rappresentazione che l’ha emozionato, “E’ stato un allestimento meraviglioso di Pierluigi Pizzi del “Macbeth” di Giuseppe Verdi all’Arena di Verona. Prestigiosi i protagonisti, in testa la prima ballerina Carla Fracci, che danzò assieme a Jorge Jancu, e fu uno spettacolo bellissimo. Quell’opera mi commosse perché è una delle opere che io prediligo in assoluto e poi ci fu un’interpretazione musicale, vocale e un allestimento davvero ineccepibili, superbi. E tutto questo ha contribuito a creare una grandissima emozione; la quale si è ripetuta ad ogni recita”.

La Sala Maffeiana, a due passi dall’Arena, ci introduce al Teatro Filarmonico: “La musica a Verona” ricorda Da Como “ha una presenza antica; innanzitutto, non va dimenticato che l’Accademia Filarmonica di Verona è la più antica istituzione musicale del mondo. La sua fondazione precede di quasi 20 anni quella di Santa Cecilia in Roma e pare che nella nostra bella lingua italiana il termine “filarmonico” sia stato adoperato in maniera ufficiale proprio nello Statuto della fondazione di quest’Accademia. Quindi, il primo luogo di musica a Verona è proprio quello in cui ci troviamo adesso: qui, vicino a noi, c’è la Sala Maffeiana, sala che veniva usata già nel 1500 per incontri di tipo musicale e di discussione su questo tema; che allora era emergente. Si stava avvicinando il momento in cui l’opera lirica sarebbe nata e, secondo la storia, poco distante da qui. Nel 1600 Jacopo Peri dalla sua “Euridice” a Firenze, nel 1607 “il divino cremonese”, cioè il compositore Claudio Monteverdi, nella sala del Palazzo Ducale di Mantova dà il suo “Orfeo”. Da lì una storia che ha portato l’opera lirica ad essere veramente un fenomeno sociale importante prima nelle coorti e poi grazie a Venezia, che sarà la prima città nella quale si aprirà al pubblico pagante lo spettacolo dell’opera lirica, diventerà un vero e proprio fenomeno di natura popolare. La nostra lingua – come dicevo poc’anzi – sarà parlata e studiata nel mondo proprio grazie a questa forma d’arte. Che, forse, è il patrimonio più vero del nostro essere italiani”.
Qual è stato l’applauso più lungo per un’opera lirica a Verona? “Gli applausi si potrebbero enumerare tantissimi, la mia memoria è abbastanza limitata, data l’età non avanzata”.

E la steccata più clamorosa, l’ovazione più strepitosa?
“La steccata la risparmiamo perché va rispettato anche l’onore di chi ha lavorato sul palcoscenico. La corda umana, la corda vocale non è uno strumento perfetto come può essere un pianoforte, che se si scorda si riaccorda. C’è la fallibilità dell’essere umano, e, quindi, può capitare un insuccesso. Una stecca non fa la grandezza o il clamore del negativo. Allora, facciamo così: visto che ci troviamo in Sala Maffeiana, che peraltro è l’unica parte rimasta integra del nostro bel teatro dopo i bombardamenti a Verona del 23 febbraio del 1945: gli Alleati, purtroppo meno accorti dell’allora aviazione tedesca, la Luftwaffe, lo colpirono in pieno e questa che vediamo è l’unica parte che si è preservata del Teatro originale. E, proprio in questa sala ci fu, forse, uno dei più grandi concerti di tutti i tempi, ma dobbiamo tornare molto indietro nel tempo e non possiamo ricordarcelo né io né lei. Siamo, infatti, nel 1770, esattamente il 14 gennaio, quando un adolescente austriaco, di passaggio nella nostra città, si esibì per gli accademici del tempo, riscuotendo un successo tale, che gli consentì di essere annoverato subito fra gli accademici dell’Accademia Filarmonica: d’altra parte, si chiamava Wolfgang Amadeus Mozart . Per altro, lui fu sempre molto onorato di questo titolo perché dopo quello di Verona lui sostenne il famoso esame con l’abate Martini a Bologna e venne ammesso all’Accademia Filarmonica di Bologna, e nei ritratti ufficiali lui desiderava che fosse inserita la dicitura Accademico di Verona e di Bologna. Visto che così si rispettano i vivi, onoriamo i morti con questa memoria di questo grande applauso dedicato a Wolfgang Amadeus Mozart qui, a Verona”.

Personaggi importanti, teste coronate, attestati di affetto e di riconoscimento tributati da Vip presenti in sala?
“Ah, le visite si sono sprecate nella nostra città. I complimenti, sia al Filarmonico che all’Arena, innanzitutto sono spontanei; soprattutto in Arena e le spiego subito il perché. Noi abbiamo la fortuna di avere un monumento storico, che ha circa due mila anni di vita sulle spalle, che oggi come nel momento in cui venne costruito ha mantenuto la stessa finalità. Quello di raccogliere il pubblico per il divertimento; diverti mento, che, ovviamente, è cambiato: allora le lotte dei gladiatori con le bestie feroci, le naumachie, le tauromachie, quello che era, oggi lo spettacolo lirico, grazie a questa geniale idea di Giovanni Zenatello nel 1913”.

E grazie a un’ottima acustica in Arena…; difatti, si ama dire che “chi ha voce canta in Arena!”
“Mah, queste sono le leggende metropolitane. Invece, proprio perché l’Arena possiede una buona acustica anche le voci che non sono fortissime si sentono bene”.

E, splendido anche il Teatro Romano…adagiato sull’Adige…
“Per quanto è la mia competenza, io posso parlarle molto diffusamente, se vuole, di Teatro Filarmonico; di Arena, molto di meno per quello che riguarda il Teatro Romano, se non nell’ambito dei balletti, che è l’ambito della nostra attività. All’Arena sono passati davvero i grandi, un nome su tutti, e sceglierei un italiano, Carla Fracci. Ha vissuto a Verona dei momenti altissimi e li ha fatti vivere al pubblico. Lei prima, adesso che ci penso, mi parlava di plauso più lungo rispetto ai luoghi. Ebbene, stavamo dicendo della storia dell’Arena millenaria: beh, lei si immagini per i nostri ospiti, quelli che arrivano soprattutto dall’estero, si trovano ad entrare in questa meraviglia architettonica – l’Arena – lei s’immagini un turista americano, la cui storia patria è solo di un paio di secoli, e si trova e si vede una struttura innalzata duemila anni fa, e lì lo stupore è immenso, è assolutamente immenso! “

Teste coronate?
“Teste coronate tantissime, da gossip Lady Diana e Carlo alle cose nazionali, ad esempio, ricordo una bellissima inaugurazione con uno splendido “Nabucco” , con magniloquente scenografia del regista Hugo De Ana (al suo esordio) alla presenza di Carlo Azeglio Ciampi: quindi, i Presidenti della Repubblica si sono sprecati, come le teste coronate sono passate proprio da questa sala, dove ci troviamo adesso, per accedere al Teatro Filarmonico”.

Qual è l’aggettivo qualificativo che è più ricorso nell’elogiare l’opera lirica veronese, una rappresentazione, quello che l’ha maggiormente colpita?
“In questo momento, non me ne viene in mente nessuno, perché sono talmente tanti come le dicevo prima, i momenti di stupore che crea la nostra città al visitatore”.

Franco Zeffirelli oramai è di casa a Verona…
“Ma, anche Pierluigi Pizzi, ma tutti i più grandi registi sono di casa a Verona. Carla Fracci, Jorge Jancu, Rudolf Nureyev, anche qui al Teatro Filarmonico. Ma, per parlare del presente, Roberto Bolle, che l’anno scorso ha avuto il suo grande gala e lo ripeterà anche quest’anno durante il festival lirico a luglio in Arena. Ma, se vuole un ricordo particolare, un ricordo che ho vissuto in persona è stata l’ultimissimo trionfo ai Mondiali di calcio vinti in Germania, nel 2006. Ed era una serata di spettacolo in Arena, con “Aida”. Ricordo una serata folle, perché fuori c’era una serata festante all’inverosimile, che voleva festeggiare addirittura entrando in Arena. Ricordo la tensione di tenere tutti i cancelli d’ingresso all’anfiteatro chiusi per evitare che il pubblico in visibilio sfondasse ed entrasse in Arena , la grande pazienza del pubblico straniero che in qualche modo ha capito il momento, la situazione, e quindi non ha protestato se all’interno in quel caso la musica non ha prevalso rispetto al clamore dei festeggiamenti esterni, e poi la meraviglia del tricolore che ha illuminato l’ala dell’Arena. E’ stata una forte ed unica emozione”.

Qual è l’opera che manda in visibilio i veronesi, ma non solo, la maggior parte dei visitatori?
“L’”Aida” sempre: intanto, è stata la prima opera rappresentata in Arena nel 1913 e considerata come teatro d’opera fu l’”Aida”. Grazie a questa geniale idea di Giovanni Zenatello. E, da allora, con le sue centinaia e centinaia di rappresentazioni, è diventata un binomio inscindibile con l’Arena di Verona: Arena vuol dire “Aida”. E da ogni dove del mondo, il pubblico arriva qui a Verona proprio per assistere all’opera verdiana”.

Qual è l’opera che ha strappato più lacrime di gioia?
“L’opera lirica senz’altro di per sé è emozionante, porta a toccare quelle corde dell’animo umano, che poi stimolano in qualche modo il pianto. Gliene potrei enumerare tantissime, da “Turandot”, nel momento in cui Liù si toglie la vita perché Calaf possa incoronare il proprio sogno d’amore, agli anni recenti, in cui, per intuizione del nostro Sovrintendente Francesco Girondini, viene rappresentato ogni anno assieme all’”Aida” questo nuovo binomio, che è “Romeo et Juliette”, opera in 5 atti, di Charles Gounod, dove la storia degli innamorati veronesi non può che colpire gli animi più sensibili”.

Si ricorda un particolare, un aneddoto dei grandi tenori?
“Io di particolari ne ricordo tantissimi. Andando in quelli più recenti, perché sono quelli più freschi, c’è il grandissimo Placido Domingo. La sua presenza in Arena è stata sempre accolta da un grandissimo affetto del pubblico, che si è presentato innanzitutto in maniera massiccia alle sue manifestazioni, tant’è vero che molto spesso si sono create delle code interminabili di pubblico ai cancelli di entrata all’Arena, perché voleva assistere in qualche modo alla sua rappresentazione dal vivo, poi, proprio perché la qualità artistica sua è elevatissima e gli applausi sono assolutamente stati sempre una presenza immancabile”.

Un aneddoto sul grande Domingo?
“E’ un ricordo anche un pochino triste legato al fatto che l’Arena è un teatro all’aperto e talvolta può anche piovere. In uno dei galà di qualche anno fa ormai – siamo circa 20 anni fa – la sera del Galà Domingo piovve in maniera torrenziale, in maniera incredibile. E il maestro, già bell’e pronto vestito da Radames, perché il galà si sarebbe suddiviso in tre atti di tre opere – il primo, appunto, era quello tratto da “Aida”; lui aveva già indossato l’abito da Radames, ma l’acqua non consentiva l’inizio dello spettacolo -; ed, allora, il maestro per cercare di intrattenere il pubblico – lui è una persona estremamente generosa – decide di uscire sul palcoscenico vestito da Radames, facendo portare un pianoforte e uscendo sotto un ombrellone, di quelli pubblicitari dei gelati, per cercare di non fare impazientire ulteriormente il pubblico. Solo che la potenza di Giove Pluvio era così impetuosa e devastante, che, intonate le prime note, suo malgrado, fu costretto a rientrare nel suo camerino, a d abbandonare il palco scenico zeppo di acqua, salutando con coraggio il pubblico”.

Come direttori d’orchestra, Von Karajan?
“Von Karajen qui a Verona, no. Possiamo ricordare Lorin Mazen, possiamo ricordare nomi di maestri legati proprio all’Arena di Verona, e tutt’ora in attività, come il maestro Nello Santi, nell’epoca più recente possiamo ricordare la veronesità, come Andrea Battistoni, il quale ha potuto regalare al pubblico della propria città la propria arte. Muti? Muti è stato una volta sola presente in anfiteatro”.

Luchino Visconti, Federico Fellini?
“Visconti, no, ma direi di citarne uno per tutti perché è legato alla storia dell’Arena; ed è lo scenografo che ha inventato, rivoluzionato la scenografia, ed era un architetto, il veronese Ettore Fagioli. Perché lo citiamo? Quella areniana fu una vera rivoluzione. Perché lei deve pensare che il teatro d’opera tradizionale è fatto di tele dipinte. Nel 1913, in occasione dell’”Aida”, per la prima volta la scenografia è tridimensionale, cioè costruita: la gente che entrava in Arena vedeva il tempio di Menfi, vedeva Tebe, vedeva le Sfingi, le Piramidi, perché erano tridimensionali. Quindi, fu una vera e propria rivoluzione. E, l’altra rivoluzione, che è stata quella dell’Arena, che è legata al suo pubblico, è stata una “rivoluzione sociale”: nel teatro tradizionale d’opera in platea stava la povera gente, nei palchi la nobiltà, la borghesia ricca che poteva permetterselo, su, in galleria, si ritrovava ancora la povera gente. Cosa succedeva durante lo spettacolo? I nobili potevano distrarsi con il cibo, le chiacchiere, il gioco delle carte, il popolo, che stava giù in platea, invece, era costretto, fermo, ad assistere dall’inizio alla fine alla rappresentazione. In Arena cosa accadde in quel 1913? La sovversione anti sociale: giù in platea la nobiltà, la ricchezza, sugli spalti la gente; che visse quel momento come una specie di sagra, una festa per se stessa. I fiaschi di vino, il salame, il pane portati da casa, la possibilità di fare che fino ad allora era stato solo permesso ai ricchi. Loro vissero quel momento come una grande auto celebrazione, mentre giù, in platea, c’erano i frac, gli abiti inamidati, le code, i merletti, fermi dall’inizio alla fine per la prima volta. Poi, il teatro si è evoluto, Arturo Toscanini – che ha diretto per un’intera stagione di Carnevale, all’inizio della sua carriera, molto giovane qui al Filarmonico - . In Arena e in Teatro Filarmonico ha diretto nientepopodimeno che il pesarese Gioacchino Rossini. Quindi, quella di Verona, per quello che riguarda la musica, è una storia ricchissima”.

E Pietro Mascagni?
“Pietro Mascagni, assieme a Giacomo Puccini, quel 10 di agosto del 1913, inscenò uno spettacolo lirico all’Arena”.

Quindi, il grande affetto del pubblico scaligero va a Placido Domingo e a Roberto Bolle…
“Roberto Bolle è assolutamente un portento in questo, è una grande calamita: il suo pubblico è un pubblico affezionatissimo e l’ha dimostrato l’anno scorso – e lo ripeterà quest’anno – facendo una richiesta incredibile di biglietti. Ma, anche una presenza extra lirica come lei mi sta chiedendo del maestro Ennio Morricone è importante e molto richiesta. Il luogo, l’Arena, ha una capacità attrattiva incredibile. Dirigere all’Arena non è come dirigere in uno stadio. La preziosità del monumento stesso dà valore anche alle esecuzioni che si tengono al suo interno. Ecco perché i grandi desiderano, ambiscono esibirsi all’Arena. E’ un palcoscenico prestigioso, di grande richiamo mediatico. Noi a Verona è stata una città ricca di doni, il buon Dio ha pensato di regalarle questo contesto meraviglioso, poco lontano dal lago, le montagne che le fanno da cornice, natura

    icamente l’Adige è la ciliegina sulla torta. Poi, ci hanno pensato i romani, lasciandoci queste testimonianze storiche durante il loro passaggio: il Teatro Romano, l’anfiteatro Arena, le varie porte, i reperti archeologici – guardi qui, siamo davanti al Museo Lapidario Maffeiano, con tante tracce del passaggio di questa grande cultura romanica – e Verona è la seconda città al mondo, quanto a quantità di reperti romani, dopo Roma. Poi, ci ha pensato uno che a Verona non ci è mai passato, il buon William Shakespeare, ma che ha deciso di ambientare qui il suo dramma più famoso, “Giulietta e Romeo”. Guardi quanta fortuna fortuna ha questa città. Ciliegina sulla torta, un concittadino, Giovanni Zenatello, che in quel 1913, per ricordare la memoria del primo centenario della nascita di Giuseppe Verdi, alza lo sguardo, finché sta bevendo una birra alla Lowenbrau, in piazza Bra, beve ‘sta birra, guarda la neve e dice “ma, perché non farci l’opera là dentro?”. E nasce il miracolo del Festival lirico all’Arena”.

    Lei sarebbe favorevole alla copertura dell’Arena?
    “Guardi, non mi faccia questa domanda! No, le chiedo di non farmela”.

    Non è che un supporto simile modificherebbe la naturale acustica oltre che svilire la leggiadria dell’anfiteatro romano?
    “Io posso darle una risposta, che rappresenta solo un’opinione personale, soggettiva. L’Arena è un teatro all’aperto. Chi viene all’Arena, sa che può imbattersi anche in una serata di pioggia. Ma, mi dica, in quale teatro lei ha come soffitto un cielo stellato e una luna? Solo all’Arena di Verona e basta. Avere come soffitto la volta celeste è la sua più bella peculiarità, oltre all’acustica. E la volta celeste è il più bel soffitto del mondo!”.

    Il colore del Teatro Filarmonico e dell’anfiteatro areniano e l’aria più bella?
    “Il colore delle pietre dell’Arena è quello del meraviglioso rosa che prendono le pietre quando sta tramontando il sole. Ormai non si vedono più perché il pubblico sta già affollando le gradinate. Questo colore rosa diventa, nel corso della serata, celeste Aida, e che viene intonato da Radames, appunto, su quelle rose e pietre. Come aria? Il colore delle pietre è il rosa, come aria il Ceste Aida”.

    La modernità scenografica al Teatro Filarmonico e all’Arena?
    “La modernità ci sta e nel centenario del Festival lirico areniano, festeggiato nel 2013, ha visto nel suo titolo d’apertura, che è stato appunto “Aida”, la grande modernità dell’allestimento della Compagnia “La Fura dels Baus”. Un’”Aida” assolutamente contemporanea, dove la magia della musica lirica è riuscita a passare in ogni caso perché quando c’è intelligenza dal punto di vista registico ed anche bravura scenografica l’opera riesce in tutta la sua efficacia e bellezza. Un trionfo fatto addirittura con le moto bighe; ma è riduttivo parlare solo di questo particolare. Vediamo l’idea: l’idea geniale di avere delle dune, appoggiate sulle gradinate, e in pvc, e che si gonfiavano, e che con le luci ci riportavano nel deserto egiziano. Non sono contrario alle scenografie moderne o avanguardistiche, ma è importante che rispettino il testo, che è quello dell’opera. E, in questo caso, la Compagnia “La Fura dels Baus” l’ha rispettato, nel senso ha creato una cornice contemporanea, sì, ma rispettando l’essenza dell’opera verdiana”.

    Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it, 2 aprile 2015

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