Nel calcio dei riflettori e dei milioni, la figura del direttore sportivo viene spesso associata a trattative estenuanti negli hotel di lusso, clausole rescissorie e dirette televisive. Ma c’è un altro calcio, quello vissuto sulle tribune in cemento e sui campi sintetici o in erba della provincia, dove il ruolo del direttore sportivo assume una dimensione del tutto speciale: più umana, più artigianale e, con difficoltà diverse, ancora più complessa. È il calcio dilettantistico, quello del nostro piccolo pianeta veronese. Dalla Terza Categoria fino alla Serie D, il direttore sportivo non è soltanto colui che firma i moduli di tesseramento o costruisce la rosa durante l’estate. È una figura fondamentale, chiamata a tessere relazioni, conciliare esigenze e tenere conto degli impegni lavorativi di chi gioca a calcio da dilettante, nel vero senso del termine, ben lontano dal vivere esclusivamente di pallone come avviene tra i professionisti. Ma quali sono le qualità di un buon direttore sportivo? Da parte nostra, ne individuiamo tre. 1) Scegliere l’allenatore giusto. Non necessariamente il migliore in assoluto, ma quello più adatto alla filosofia della società e al tipo di gruppo che si vuole costruire. 2) Conoscere il budget reale. Lavorare in sintonia con il presidente per ottimizzare i rimborsi spese, senza fare il passo più lungo della gamba e garantendo la sostenibilità economica del club nel tempo. 3) Scovare il talento nascosto. Seguire decine di partite nelle categorie inferiori e nei tornei giovanili per individuare un giovane di prospettiva o un giocatore ancora sottovalutato.
Ma, oltre a queste, quali altre caratteristiche servono per svolgere al meglio questo ruolo? La parola passa agli addetti ai lavori: i direttori sportivi di alcune delle squadre dilettantistiche che seguiamo quotidianamente attraverso la nostra testata. «Fare il direttore sportivo è, a mio parere, un ruolo interessante ma delicato», afferma Issam El Kholti, da quest’anno nuovo diesse del Lessinia del presidente Matteo Guglielmini. «Devi conoscere tanti giocatori e capire se possano essere utili alla tua squadra, sia dal punto di vista tecnico sia da quello mentale. Bisogna mettere sempre in primo piano i rapporti umani, basati su lealtà e fiducia, da coltivare e conservare nel tempo con gli atleti. Poi occorre girare e vedere tante partite, per cercare nuovi giocatori che magari nessuno ha ancora scoperto». Luca Concato, direttore sportivo del Real Valpolicella, sottolinea invece l’importanza delle conoscenze e della capacità di valutare ogni situazione: «Servono cose semplici e basilari: conoscere i giocatori e gli allenatori delle varie categorie, che possono darti spunti interessanti per eventuali ingaggi. Ci vogliono una buona conoscenza della materia calcistica e la capacità di comprendere le dinamiche, i tempi e i regolamenti di questo mondo. Bisogna ponderare le scelte e contare fino a dieci prima di prenderle, comprendendo che il pallone non è una scienza esatta. Nel corso di una stagione entrano in gioco tante variabili e tanti problemi. La passione e l’entusiasmo con cui si fanno le cose nei dilettanti fanno una grande differenza. Un conto è giocare, dove in pratica fai solo quello e basta; ma quando passi dall’altra parte, le responsabilità aumentano. Non puoi sbagliare le scelte e, a fine campionato, sono i risultati a giudicare il tuo lavoro. Vedere dei ragazzi giovani che, nel corso della stagione, diventano importanti certezze è per me una grandissima soddisfazione. Avere accanto persone competenti, positive e di fiducia aiuta tantissimo».
La parola passa quindi a Mattia Bragantini, direttore sportivo dell’Olimpia Verona: «Bisognerebbe capire che cosa significhi davvero essere un diesse nei dilettanti. La conoscenza dei giocatori, le capacità relazionali e la comunicazione fanno sempre la differenza: sono elementi che guidano i rapporti tra le persone, nella vita come nel calcio. Poi, la domenica, durante la partita, l’adrenalina sale a ritmi incredibili. Pensi alla qualità con cui hai costruito la rosa della prima squadra, naturalmente insieme alla società e allo staff tecnico. È sempre l’unione dei rapporti e delle idee a fare la differenza. I segreti del buon diesse? Io dico semplicemente tanto c… pardon, fortuna! Questa è una domanda che andrebbe fatta ai direttori sportivi più esperti». Il direttore sportivo Matteo Dal Pozzo, quest’anno alla Nuova Cometa, mette invece l’accento sulla dedizione e sul tempo da dedicare a questo incarico: «Servono tanta passione e tantissimo tempo libero per svolgere al meglio un ruolo che ritengo delicato e molto importante. Ogni calciatore va visionato sul rettangolo di gioco, non valutato per sentito dire. La domenica sera, quando rivedo la partita della mia squadra, credetemi: sono davvero sfinito. Vivo tutto con passione e faccio sempre il tifo per i miei colori. Che si vinca o si perda, è come se fossi stato in campo con i miei ragazzi. Sto ancora imparando a fare il diesse: devi aggiornarti continuamente e avere sempre la testa sul pezzo. Bisognerebbe aver maturato esperienza non soltanto in prima squadra, ma anche nel settore giovanile. L’esperienza conta molto, ma è fondamentale anche capire dove stia andando attualmente il calcio». A chiudere il giro di opinioni è Renzo Bendazzoli, storico direttore sportivo del Bussolengo, che richiama due elementi fondamentali per chi opera da anni nel calcio dilettantistico: la conoscenza dell’ambiente e la passione. «Il passaparola e il continuare a vedere partite sono elementi necessari per reperire nuovi giocatori. Non sempre si azzecca la scelta, ma se hai dentro di te passione e amore per il calcio dilettantistico, hai una marcia in più. Anche perché il calcio è uno sport sempre appagante e meraviglioso».
Roberto Pintore per www.pianeta-calcio.it




