giovedì, 16 Luglio 2026

Oggi

Paolo Viviani, “il Rivera del Polesine”

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È stato uno dei mister più vincenti e prestigiosi del calcio dilettantistico veronese e veneto. Paolo Viviani, classe 1947, nato a San Zeno, ha iniziato a tirare i primi calci al pallone nel Colorificio Scaligero del presidente Giorgio Dalla Via, una delle tante società storiche veronesi, inghiottite dal tempo. «A casa mia i genitori non volevano che sostenessi i provini per il Toro e per il Milan, temendo non solo che mi allontanassi da loro, ma anche che trascurassi gli studi al “Ferraris”. Quel numero 8, a volte anche con il 10 sulle spalle, tecnicamente attrezzato, riuscì lo stesso a passare al Mantova di Dino Zoff, Salvemini, Schnellinger, Johnson, di Giagnoni, Giancarlo Cadè, William “Carburo” Negri e Gigi Simoni: insomma, il “Piccolo Brasile” disegnato da Edmondo Fabbri, futuro e sfortunato commissario tecnico (eliminazione ai Mondiali inglesi del 1966 per mano della Corea del Nord), e che segnò l’inizio della parabola vincente di Italo Allodi, l’inventore dell’Università del Calcio, il Centro Tecnico di Coverciano, alle porte di Firenze. Il tempo», chiosa Viviani, «ha finito per dare ragione ai miei saggi genitori: facevo una fatica immensa a conciliare gli allenamenti con la scuola e, dunque, mi toccò rientrare al Colorificio». Lo vede palleggiare un giocatore molto noto nel Rodigino, Gildo Rossìn, che lo porta a San Pietro Polesine. Viviani entra così a far parte della “colonia” di atleti veronesi composta da Renato Marangoni, “Matita” Colognese, Agostini, futuro Cardi Chievo. Più avanti, a gettone, militerà con i polesani anche l’ex difensore dell’Hellas Verona Roberto Ranghino. Il mister è il lupatotino Pietro Apostoli, maestro di tennis. La “legione veronese” si allena al “Giobatta Battistoni” di San Giovanni Lupatoto, al Pozzo e in altri impianti, sempre tutti veronesi. «Nell’arco di quattro-cinque anni», riattacca Viviani, diventato nel frattempo, a furor di popolo, “il Rivera del Polesine”, «disegniamo la favola del “Miracolo Sampietrese” (i fari di illuminazione erano dei fratelli mantovani Moietta, poi diventati anche dirigenti del Legnago Salus): ossia un microbico paesino di un migliaio di anime sale dalla Terza Categoria e si catapulta nell’allora Interregionale, l’odierna Serie D, sfidando autentiche corazzate non solo venete (Clodiense, Contarina, Tagliolese, Scardovari, Montebelluna, Monselice, Adriese…), ma anche friulane, istriane e giuliano-dalmate (Udinese, Triestina, Ponziana e altre).»

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Indossò la maglia della Sampietrese più a lungo degli altri colleghi veronesi: per ben sette anni da capitano, prima di passare a un’altra ambiziosa scuderia, il Badia Polesine, che annoverava tra i suoi ranghi l’ex trequartista atalantino Rugolotto; stopper era Pisani, in porta c’era sempre “Matita” Colognese, mentre il mister era l’ex giocatore del Padova, Vecchi. L’ex direttore sportivo del Bologna di Domenico Marocchino, lo scopritore di Luca Toni, il talent scout di Buttapietra Ferruccio Recchia, vincitore dietro la scrivania (sempre come diesse) della Coppa Italia di Serie C con il Livorno di un altro mister scaligero, Romano De Matté, sospinto dai gol del “Trottolino” Igor Protti, recentemente scomparso (Recchia è stato anche diesse di Catania, Pistoiese e dell’Avellino del “patròn” Antonio Scibilia), indica al “Rivera del Polesine” la via di Isola della Scala. Poi è la volta, per il bancario originario di San Michele, il cui fratello maggiore, l’arzillo 89enne Luigi, diventerà senatore del PD attraverso la candidatura nei Cristiano Sociali (lista “La Margherita”), del San Martino Buon Albergo, patria di portieri famosi come Egidio Micheloni (Milan, Juventus e anche Hellas Verona; era il padre di Walter, anche lui portiere e allenatore, oggi presidente del San Martino Giovani) e “il rosso” Giorgio Bissoli. Quindi, appesi gli scarpini al fatidico chiodo, intraprende subito la carriera in panchina. «A Santa Maria di Zevio, con presidente Ernesto Strambini, vinciamo, al secondo tentativo dopo un lusinghiero terzo posto, il campionato di Terza Categoria. In seguito vinsi a Zevio sotto la presidenza di Luciano Centomo. Il “patròn” della Diccì dorotea, “Rambo” Roberto Bissoli, mi ingaggia tra i suoi giallorossi, che difendono i colori del club calcistico della sua Isola della Scala: sesto posto il primo anno, trionfo in quello successivo e poi saluto i giallorossi.»

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In estate lo vuole il Bardolino del presidente torinese Roberto Chiaffredo, titolare della Ferdofer, e Viviani consuma la sua personale rivincita da ex allenatore. Con i gialloblù del Benaco conquista quella promozione in Eccellenza che, ahilui, non varcherà mai. «La sera stessa della vittoria dello spareggio contro gli isolani, a tavola il presidente Roberto mi dice che la sua squadra deve rinunciare a disputare il campionato, in quanto non riesce più a reperire i fondi… Mi sono chiesto mille volte: ma proprio in quella stessa serata di gioia doveva comunicarmi una notizia così incredibile?». La vita, il destino di giocatori e allenatori è sempre appesa ai portafogli, ma anche ai capricci (lo vedremo tra non molto) dei “padroni del vapore”. «Inizia il mio settennato a Montecchio Maggiore, nel Vicentino. Il “feudo” biancorosso è nelle mani dell’imprenditore delle concerie Romano Aleardi: salvezza al primo anno, retrocessione l’anno dopo, due stagioni in Eccellenza con trionfo al secondo tentativo, quindi l’approdo in Serie D e il difficilissimo girone lombardo, nel quale trionferà il Meda. Poi arriva un terzo posto in Serie D; il secondo anno siamo sempre in testa alla graduatoria, ma diciamo addio allo scudettino in seguito a un clamorosissimo autogol dell’ex interista Antonio Paganin. Quindi ancora un terzo posto in una Serie D che vide il successo del Südtirol Alto Adige di Gibellini e Bachlechner, con mister Sannino; poi un secondo posto, a un solo punto dalla capolista, e la finale di Coppa Italia Dilettanti, persa contro la Castrense, formazione del Viterbese.»

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«In quel Montecchio Maggiore» ci tiene a ricordare Viviani, «c’era anche il portiere di riserva, il numero 12 Michele De Bernardini, classe 1978, oggi stretto collaboratore di mister Enzo Maresca, prima al Chelsea e poi al Manchester United. Dalle Alte Ceccato lui di strada ne ha fatta davvero tanta, eh!». Ancora Serie D, ancora Vicentino, ma stavolta ad Arzignano, dove mister Viviani vive una stagione tra lo sfortunato e lo stregato. Lo vuole il Casaleone dell’imprenditore, il “re della pasta” Patrizio Fazion, il cui ambiziosissimo direttore sportivo è quel Riccardo Prisciantelli, poi approdato all’Hellas Verona del conte Paolo Arvedi e successivamente alla corte dell’Atalanta Bergamasca Calcio. «Due stagioni sempre al vertice: la seconda in testa fino alla fine e mancato trionfo verso il paradiso della Serie D in seguito alla caduta, alla trentesima giornata, al “Bertoldi” dei “leoncini gialloblù della Bassa”, per mano dei padovani della Vigontina. In quel ruggente Casaleone ricordo Simone Boron, il giocatore nel quale, assieme a Raffaele Castellini, ex Audace, più mi riconosco; l’ex sanmartinese ed ex Carpi Finetti; Stefano Mazzola, classe 1960, a lungo alla Virtus e con me a Bardolino e a Montecchio Maggiore; l’ex Montecchio Maggiore Cappellini e l’ex punta del Legnago Salus “Ciccio” Randazzo». Poi, da un Fazion – il casaleonese Patrizio – a un altro: il fratello Doriano, imprenditore dello stesso settore, sulla sponda Cerea, in Promozione. «Primo anno benissimo con il “Piccolo Toro” granata, poi quarto posto. Quindi, dopo cinque giornate dall’inizio della mia terza avventura ceretana, il presidente Doriano mi richiama per sostituire il collega di panchina Gigi Possente. All’inizio rispondo con un “no” secco, poi il suo corteggiamento asfissiante mi porta al “Pelaloca”.»

Il terzo anno alla guida del Cerea segna l’inizio della malattia che costringerà, nel 2009, l'”Eriksson dei dilettanti” a lasciare per sempre la panchina e a dedicarsi a se stesso e al lavoro di promotore finanziario, che tuttora svolge con successo alla vigilia degli 80 anni. «Ero già in contatto con il Trento, al quale promisi una risposta affermativa, però solo dopo un paio di interventi alle corde vocali. I quali, ahimè, non riuscirono a rimettermi completamente in sesto, come avrei preferito, come ogni normale essere umano avrebbe sognato. Do un calcio, quello dell’addio, a 62 anni appena compiuti!». Mister, come vede il calcio dilettantistico di oggi? «È cambiato tantissimo! Per noi ragazzi di quell’epoca rappresentava il massimo della passione, mentre oggi è legato moltissimo al business. I genitori, poi, convinti di avere in casa un Maradona, sono disposti a pagare pur di vedere in campo i loro figli. È un calcio meno sentito: una volta giocavano soltanto i più capaci, i più bravi. Il sabato sera si andava tutti a letto presto, per alzarsi la mattina e vivere già intensamente ed emotivamente la partita del pomeriggio». Quali squadre ama seguire il lunedì sui giornali? «Il Caldiero, esempio di una società molto ben organizzata dal suo presidente e imprenditore Filippo Berti. Purtroppo la Serie C è un palcoscenico troppo impegnativo per un paese di ottomila abitanti, considerando che a Verona esistono già altre realtà tra Serie C e Serie D. Poi seguo la Virtus, ma, credimi, faccio fatica ad assistere in tribuna a una gara dei nostri dilettanti, anche perché ogni volta vengo affettuosamente assalito da amici e curiosi che si informano sul mio stato di salute. E allora preferisco restare appollaiato sul divano di casa mia e guardare le partite di calcio su Sky».

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it

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