“Chi sa solo di calcio non sa niente di calcio”. Questa massima del filosofo Manuel Sergio, spesso citata, vuol significare che il calcio è un fenomeno che non si limita al solo aspetto strettamente sportivo, fatto di abilità, tecnica, tattica, ma racchiude in sé elementi che attengono alla psicologia, alla sociologia. Il pallone, insomma, non è che un elemento simbolico di una fenomenologia complessa, che tocca vari aspetti della vita e della società. Questa premessa è necessaria, dovendo parlare di Zeno Fraccaroli, perché lui, da uomo e da atleta, ha saputo cogliere, nello “sport più bello al mondo”, spunti e occasioni per costruire l’intera propria esistenza; ha vissuto una vita “normale”, apparentemente semplice, ma ha costruito legami e dato corpo a iniziative che oggi dimostrano come egli sia stato un grande uomo. Zeno nasce a Pastrengo il 25 settembre 1959, quinto di sei fratelli; papà Adolfo è un grande invalido di guerra, impiegato comunale, figura istituzionale nota e benvoluta da tutti, in paese; mamma Norma è una donna solare, dal carattere cordiale, forte e determinato. Il piccolo Zeno è intelligente e gioviale; s’impegna a scuola e nelle attività parrocchiali; è un ragazzo come tanti, ma quando si gioca a pallone, ha qualcosa di speciale: sa incantare, può guidare la palla come nessun altro, è capace di nasconderla all’avversario; col pallone disegna giocate e traiettorie che altri nemmeno immaginano; dove a ogni calciatore par di vedere un muro, un ostacolo invalicabile, Zeno vede un varco, una linea di passaggio, ove far scorrere il pallone. Chiunque si accorge della sua eccezionale bravura; lui non se ne cura: gioca con tutti, sul sagrato della chiesa o nel campetto dietro il Municipio, senza vantare d’essere il migliore.
Il “Pastrengo” di fine anni ’60 è la sua prima squadra; si trova a giocare ancora con i ragazzi del sagrato o del campetto, finché, nel 1974, viene notato dagli osservatori dell’A.C. Pescantina, che gli propongono di trasferirsi da loro, nell’ambito della F.I.G.C. Zeno accetta, e inizia un percorso sportivo che durerà molti anni e gli darà grandi soddisfazioni. Nel frattempo, finite le scuole medie inferiori, egli s’iscrive alla Ragioneria, con buoni risultati, ma nel 1976, la morte del papà lo obbliga a interrompere gli studi e a dedicarsi al lavoro, inizialmente come artigiano, poi, per molti anni, alle dipendenze dell’azienda “Tenax” di Volargne. A Pescantina Zeno diviene subito un leader; è un numero “10”: quello è il suo ruolo; le squadre in cui milita vincono campionati giovanili a ripetizione, e lui riceve premi come “miglior giocatore” dei tornei cui partecipa. Ben presto viene aggregato stabilmente alla prima squadra di Pescantina, e ha la soddisfazione di essere convocato nella Rappresentativa Veneta Dilettanti della FIGC, ove ha modo di farsi apprezzare al punto che, in un articolo dedicato a un torneo riminese disputato nel 1980 da tale Rappresentativa, un giornalista della Gazzetta dello Sport gli tributa un voto elevato e commenta: “Sembra che il Verona abbia già posato gli occhi su questo ‘motorino’ del centrocampo”. Non sarà il Verona, quell’anno, a bussare alla porta di Zeno, bensì la S.P.A.L., gloriosa squadra di Ferrara, impegnata nel campionato di Serie B. Zeno è allettato da quell’offerta e dall’opportunità di cimentarsi nel calcio professionistico ma, alla fine, sceglie di rimanere nel Pescantina del presidente Natale Pasquali, in quella squadra di amici che, per lui, ormai, è diventata una seconda famiglia.
Nel 1982 accetta di trasferirsi nelle “Officine Bra”, storica società di Quinto di Valpantena, alla corte del presidente Mario Nicoletti. E anche qui, Zeno disegnerà calcio e intesserà solide amicizie che si protrarranno ben oltre l’occasione sportiva. Dopo aver militato nelle “Officine Bra”, si trasferirà nel Sommacampagna dei fratelli Maccacaro, in serie D, per un’altra tappa importante della sua vita: qui, oltre a giocare a calcio come meglio non si potrebbe, Zeno incontra Mariangela, che diverrà sua moglie e amata compagna per la vita. La felicità sarà completata dalla nascita di Serena, la loro unica figlia. A Zeno piace il calcio, piacciono gli amici, piace divertirsi in amicizia: ecco perché nella seconda metà degli anni ottanta, al culmine della carriera sportiva e nonostante le richieste che provengono da squadre titolate, decide di accogliere l’invito dell’amico Walter Righetti a giocare nella squadra amatoriale di Pastrengo. Inutile dire che quel grande talento calcistico continua a fare gola a ogni società dilettantistica del veronese: terminata l’avventura negli amatori, Zeno si aggrega al Domegliara del presidente Asco Adamelli, ove si sviluppa un altro importante capitolo della sua vicenda sportiva e umana; grazie anche all’illuminante regia di Zeno, il Domegliara vincerà campionati e Coppe, dando inizio alla scalata che, anni dopo, porterà questa società alle soglie del calcio professionistico. All’inizio del campionato 1991-92, la nuova associazione calcistica di Pastrengo si iscrive al campionato di Terza categoria: Zeno non può mancare al “battesimo” della nuova realtà sportiva paesana; dopo molte insistenze, il presidente Asco Adamelli acconsente al trasferimento, e Zeno può, ancora una volta, fare da “chioccia” a dei compagni che ne ammirano la classe e godono della sua cordiale amicizia.
Quella squadra si farà valere sui campi della provincia veronese, e terminerà quel primo campionato in una onorevole posizione di classifica; pochi anni dopo, nel 1994-95, Pastrengo otterrà la promozione in Seconda categoria, e in quella formazione ci sarà ancora Zeno, già trentacinquenne, ma ancora capace di scartare gli avversari, di dettare passaggi smarcanti, di segnare reti pregevoli, di vedere varchi dove gli altri vedono solo muri. Trascorre alcuni anni a Pastrengo, nella società giallo e verde locale, prima come atleta, successivamente come collaboratore tecnico e dirigente, poi il richiamo del terreno di gioco torna a farsi sentire: Alfredo Bedendo, noto calciatore e allenatore veronese, lo “obbliga” bonariamente a indossare di nuovo gli scarpini e a cimentarsi, con il numero 10 sulle spalle, nel campionato di Terza categoria con la squadra dell’Alfa Dolcè; per Zeno saranno due anni di nuove soddisfazioni, culminati con la promozione in Seconda categoria. Poi, all’età di 42 anni, smetterà davvero col calcio giocato, ma continuerà a disegnare e insegnare sport come collaboratore tecnico, a Pastrengo e a Castelnuovo del Garda ove, nel frattempo, ha iniziato ad abitare, nella frazione di Sandrà. Anche qui ben presto si farà apprezzare come volontario, dedito alle iniziative dell’Associazione “Amici per Sandrà”.
E il calcio? Capitolo chiuso? Nemmeno per idea! Ancora una volta, Zeno dimostra di saper vedere spazi aperti dove altri scorgono solo muri: chi ha mai detto che una persona diversamente abile non possa divertirsi giocando a pallone? Ed ecco che, nel 2021, assieme ad altri amici e volontari, Zeno fonda l’associazione “Valpolicella for Special”, la cui finalità è far praticare il gioco del calcio alle persone “speciali”; nella stessa associazione egli s’impegna come allenatore, dirigente e tuttofare. Questo, purtroppo, è stato l’ultimo capitolo della storia sportiva di Zeno: proprio nel momento in cui assaporava i piaceri della meritata pensione e, soprattutto, della propria famiglia, arricchita dalla nascita del nipotino Enea, ci ha lasciati, improvvisamente, il 23 ottobre 2025. I segni dell’amicizia, della solidarietà, della bravura sportiva che Zeno ha interpretato e diffuso in vita sono stati plasticamente evidenti nella chiesa di Sandrà, gremita per le esequie, ove si sono incontrati esponenti del calcio veronese di più generazioni, volontari delle organizzazioni locali cui Zeno contribuiva, ragazzi dell’associazione “Valpolicella for Special”, semplici conoscenti e amici che ne hanno apprezzato le grandi generosità e umanità. Ecco perché Zeno, pur non essendo più fisicamente tra noi, è tutt’oggi presente nelle molte persone cui ha voluto bene, nelle associazioni e nelle iniziative ove ha impegnato la propria esistenza. Zeno ha vissuto “il calcio” con gioia e umiltà, senza eccessi, e ha saputo farne strumento per sviluppare al massimo la propria personalità, nello sport e al di fuori di esso; perché, per mezzo del calcio, egli ha potuto essere atleta e amico, esprimere solidarietà, amare. E ci ha spiegato, con la propria vita, il vero significato di una frase apparentemente sibillina: “Chi sa solo di calcio non sa niente di calcio”.
La redazione di www.pianeta-calcio.it





