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lunedì, 27 Maggio 2024

Cosa vi piace e cosa non vi piace nell’allenare? Alcuni mister hanno risposto a questa domanda.

Un allenatore è sempre al centro dell’attenzione e su lui spesso si scaricano le colpe quando le cose vanno male. Di contro è osannato da tutti quando riesce a vincere e diventa il primo mattone da posare nella stagione seguente. Ai nostri mister veronesi abbiamo chiesto cosa piace e cosa non piace nell’allenare una squadra, e cosa, secondo loro, fa la differenza nell’allenarla. Risponde per primo Antonio Sperani, ex tecnico del Cisano Juventina Bardolino: “A me piace il rettangolo del campo di gioco, allenare testa e gambe dei miei giocatori. Non mi piace che alcune persone della dirigenza siano intrusive ed incompetenti, per poter allenare bene servirebbe semplicemente essere sempre se stessi, nel bene e nel male, senza troppi eccessi. Questo per poter allenare senza pressioni determinate dai risultati e quindi valutare poi l’allenatore attraverso il lavoro e la conduzione a 360 gradi. Tuttavia capisco anche che, purtroppo, così come nel calcio che come nella vita, è pressoché impossibile. Viviamo nell’era dell’apparenza e ora conta molto più apparire che essere”.

Nicola Martini, allenatore del Bussolengo di Prima categoria, dice: “Amo condividere le soddisfazioni e le emozioni nello stare assieme con i ragazzi che alleno. Gioire con loro quando si vince e caricarli e motivarli quando si è perso. I giovani ti regalano sempre entusiasmo e passione per il calcio. Non amo, avendo a disposizione l’ intera rosa dei giocatori che alleno, mandare in tribuna qualche ragazzo, ma questo fa parte del ruolo di allenatore, il quale deve saper fare le giuste scelte. Un allenatore deve trasmettere fiducia al gruppo e dare degli obiettivi raggiungibili, senza mai scordarsi che guida dei ragazzi che studiano o che lavorano e che quindi giocano per diletto”. Ora dice la sua Paolo Mosca, mister in attesa di una nuova panchina: “Mi piace essere a confronto con le nuove generazioni e aggiornarmi continuamente. Avere la capacità della giusta lettura delle varie fasi sia dell’allenamento e soprattutto della gara, inoltre è importante tenere lo spogliatoio ben saldo, questi sono gli elementi che secondo me contraddistinguono il fare l’allenatore. Non mi piacciono le ingerenze pressanti o subdole dei dirigenti sportivi”.

Marco Gaburro, ex mister dell’Olbia, dice: “Il calcio lo vivo da professionista e a trecento sessanta gradi. Se ti piace allenare vorresti stare in campo sempre, le ore di allenamento passano velocemente e non ti pesano. Devi essere propositivo, capire il carattere e le potenzialità dei ragazzi che alleni. Bisogna saper comunicare bene con loro, essere credibile e farti seguire dalla squadra attraverso il lavoro e la metodologia. Fare crescere i giovani ed accentuare le potenzialità dei giocatori più navigati, per costruire un progetto calcistico ripartito nella stagione che stai giocando per conquistare dei risultati, che nel calcio vuole dire vincere. Non mi piace l’instabilità che c’è tra lo staff tecnico e la dirigenza. A volte si critica senza giusta causa, senza valutare con pazienza il lavoro che fa l’allenatore nel corso dei mesi”.

Cristian Comencini, tecnico delle giovanili al Baldo Junior Team, aggiunge: “Mi piacciono i rapporti e le amicizie che instauri allenando e poi è bello vedere crescere i ragazzi, non solo dal punto di vista tecnico, e magari con un po’ di presunzione prendersi un po’ di merito. Non mi piace l’accanimento nell’ottenere la vittoria a tutti i costi, il nervosismo e le parole fuori luogo sia dentro che fuori dal campo (sembra che quando c’è una partita di calcio tutto sua lecito) e nel settore giovanile l’intervento dei genitori per difendere i figli, magari non conoscendo il comportamento avuto durante la settimana (solo il mister può decidere e conosce le problematiche). La differenza nel fare il mister sta, a parità di conoscenze di campo, nel saper gestire e motivare un gruppo di persone. Il nostro compito è quello di aiutare e riuscire a far tirare fuori il massimo dai ragazzi che scendono poi in campo”.

Conclude il tecnico del Quaderni Marco Aroldi: “Per chi ama il calcio, come me, allenare è bellissimo. Hai la squadra nelle tue mani e tu sei il leader. Studi come programmare gli allenamenti, insieme al tuo staff tecnico, e carichi la squadra prima di scendere in campo. Non mi piace quando hai tante pressioni e ti senti il solo responsabile dei risultati negativi della tua squadra, ma fa parte del gioco del calcio. Lasciare qualche giocatore scontento in panchina e non è facile, ma fa parte del mestiere dell’allenatore. Fa la differenza, per un allenatore, la capacità di trasmettere anche divertimento. Bisogna saper insegnare concetti chiari che i giocatori recepiscono in fretta e saper leggere bene le fasi della partita. Applicazione, duttilità e seria programmazione fanno la differenza”.

Roberto Pintore per www.pianeta-calcio.it

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